Mondo Futuro

Il metodo Cheney applicato al clima

di Thomas L. Friedman

pubblicato il 10 dicembre 2009
immagine documento Nel 2006, Ron Suskind ha pubblicato "La dottrina dell'1 per cento", un libro sulla guerra statunitense al terrorismo dopo gli attacchi dell'11 setttembre. Il titolo è tratto da una dichiarazione dell'allora vice-presidente Dick Cheney, che, di fronte all'eventualità che uno scienziato pachistano stesse offrendo i risultati delle sue ricerche sulle armi nucleari ad Al Qaeda, aveva dichiarato: "Se esiste l'1 per cento di probabilità che scienziati pachistani stiano aiutando Al Qaeda a produrre o sviluppare un'arma nucleare, dobbiamo reagire come se fosse una certezza". Cheney asseriva che gli Stati Uniti dovevano affrontare un nuovo genere di minaccia: "un evento poco probabile, ma dalle conseguenze disastrose".

Poco dopo la pubblicazione del libro di Suskind, Cass Sunstein, studioso e giurista dell'Università di Chicago, sottolineò che il sig. Cheney stava apparentemente adottando lo stesso "principio di precauzione" che anima gli ambientalisti. Sunstein scrisse nel suo blog: "Secondo il principio di precauzione, è opportuno rispondere in modo aggressivo agli eventi poco probabili, ma dalle possibili devastanti conseguenze - come i cambiamenti climatici. Difatti, un altro vice-presidente - Al Gore - sta adoperandosi per promuovere l'applicazione del principio di precauzione ai cambiamenti climatici (ritiene tuttavia che le possibilità di un disastro siano molto più dell'1 per cento)".

Certamente, il sig. Cheney non accetterebbe mai l'analogia. Anzi, molti dei sostenitori della dottrina dell'1 per cento del sig. Cheney sulle armi nucleari ci consigliano oggi di non preoccuparci affatto del catastrofico riscaldamento planetario, le cui probabilità sono effetivamente molto più alte dell'1 per cento. Il che è un vero peccato, perché l'istinto di Cheney è proprio il giusto atteggiamento con cui affrontare l'intera questione dei cambiamenti climatici - includendo la polemica che ha già preso il nome di "Climategate".

Il "Climategate" ha preso il via lo scorso 17 novembre quando un hacker anonimo ha violato il sistema informatico del Dipartimento di ricerca sul clima dell'Università dell'East Anglia - un centro di eccellenza tra i più rinomati al mondo in quanto a studi sui cambiamenti climatici - accedendo alle e-mail e ai file confidenziali degli scienziati, per poi pubblicarli in internet. E' apparso che, in alcuni casi isolati, climatologi affermati avevano manipolato i risultati delle loro ricerche affinché attestassero un riscaldamento climatico più accentuato ed escludessero la possibilità di ricerche contradittorie.

Francamente, è stata un grande delusione scoprire che importanti esperti del clima ammettono, in un email, di aver usato un "trucco" per "occultare" un presunto abbassamento delle temperature rilevate, o di essersi adoperati per escludere ricerche contraddittorie. E' pur vero che gli scienziati della "fazione opposta", coloro che negano il riscaldamento planetario, finanziati dalle grandi aziende petrolifere, hanno per anni pubblicato qualsiasi approssimazione scientifica che facesse comodo ai loro finanziatori - senza che scoppiasse nessuna polemica. Ma questo non autorizza climatologi seri a derogare ai principi basilari della ricerca scientifica.

Detto questo, non scherziamo: il fatto che sulla Terra si stia verificando, dalla rivoluzione industriale, un processo di riscaldamento termico che non rientra nelle normali e cicliche variazioni - seppur con micro-periodi di raffreddamento delle temperature - è stato documentato e certificato da numerosi centri studi indipendenti.

Solo pochi giorni fa, un articolo apparso sulle pagine di questo giornale riportava che: "Malgrado recenti variazioni delle temperature, osservate da un anno all'altro, abbiano provocato l'annuncio da più parti di un presunto raffreddamento climatico in corso, persiste invece una netta tendenza al riscaldamento globale, secondo l'ultima analisi dell' Organizzazione Mondiale di Meteorologia, pubblicata martedì scorso. E' molto probabile che il primo decennio degli anni duemila sia stato il decennio più caldo mai osservato nell'era moderna".

Non è complicato. Sappiamo che il nostro pianeta è avvolto da un "manto" di gas a effetto serra che mantiene la Terra ad una temperatura vivibile. Quando l'anidride carbonica - o altri gas ad effetto serra - prodotta da automobili, costruzioni, agricoltura ed industria va ad aggiungersi al "manto" naturale, è maggiore il calore che rimane intrappolato.

Quello che non sappiamo, perché il sistema climatico è molto complesso, è quali siano gli altri fattori che possano nel tempo compensare questo riscaldamento generato dall'uomo, e quanto rapidamente le temperature possano aumentare, sciogliendo ghiacciai e innalzando ulteriormente il livello degli oceani. E' una questione di probabilità. Nessuno ha mai sperimentato una situazione del genere. Sappiamo solo due cose: primo, l'anidride carbonica che immettiamo nell'atmosfera vi rimane a lungo, è un atto "irreversibile" se consideriamo la scala temporale di una vita umana (salvo prodigiose scoperte nel campo della geo-ingegneria); secondo, quest'accumulo di anidride carbonica può potenzialmente dare il via ad un "catastrofico" riscaldamento globale.

Quando vedo un rischio che ha anche solo l'1 per cento di probabilità di avverarsi ma è "irreversibile" e potenzialmente "catastrofico", sottoscrivo una polizza assicurativa. Prendere sul serio i cambiamenti climatici consiste in questo.

Se ci prepariamo ai cambiamenti climatici costruendo un economia basata sulle energie rinnovabili, e questi cambiamenti si rivelano un falso allarme, quale sarebbe il risultato? Durante un primo periodo di transizione, pagheremmo bollette energetiche più elevate. Ma finiremmo progressivamente per guidare automobili mosse da batterie elettriche e per alimentare sempre più case e fabbriche con energia eolica, solare, nucleare o biocarburanti di seconda generazione. Saremmo meno dipendenti dai dittatori del petrolio che - oltre tutto - ci vedono come bersagli; il nostro deficit commerciale diminuirebbe; il dollaro si rafforzerebbe; e l'aria che respiriamo sarebbe più pulita. In poche parole, saremmo un Paese più forte, più innovativo e più indipendente energeticamente.

Ma se non ci prepariamo, e i cambiamenti climatici si avverano, la vita su questo pianeta potrebbe diventare un inferno a cielo aperto. Ecco perché io sono per il metodo Cheney sul clima - prepararsi a quell'1 per cento.


Copyright The New York Times. 8 dicembre 2009.


tag:  cheney   clima   climagate   anidride carbonica   effetto serra  


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#1 da Alessandro Garibbo, inviato il 13/12/2009
In realta' l'argumentum che l'autore di questo articolo attribuisce a Cheney non e' poi cosi' originale.
Esso e' stato infatti utilizzato da Blaise Pascal nella celebre "scommessa", ragionamento attraverso cui il grande matematico francese spiega perche' "conviene" credere in Dio, data una probabilita' finita, piccola a piacere (anche inferiore all'1%, se vogliamo).
Il ragionamento di Pascal e' stato criticato - giustamente - dal punto di vista della logica formale, poiche' pone - artatamente - su un piano di confronto quantita' tra di loro incommensurabili.
In effetti, un tale ragionamento e' piu' un prodotto della retorica che della logica.
Rimane comunque un discorso suggestivo, destinato a fare presa sull'uditorio.
Nessun dubbio che Cheney se ne sia servito proprio per queste caratteristiche che ho appena detto.
A parte la prospettiva culturale un po'(troppo) americano-centrica dell'autore (Cheney vs. Pascal), sulle conclusioni sono d'accordo, pur senza sentirmi obbligato a scomodare Pascal (o Cheney) e la retorica per dare ulteriore vigore a tali conclusioni.



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