L'Italia è un Paese da sbloccare

Mobilità sociale

pubblicato il 1 dicembre 2009
In Italia i giovani senza lavoro sono ormai il 27%: i dati diffusi dall’Istat sulla disoccupazione non attestano solo gli effetti preoccupanti della crisi sul Paese, ma ripropongono il dramma di un Paese bloccato. Perché per i giovani italiani l’ascensore sociale si era già fermato prima della crisi. Come ha scritto Irene Tinagli nel rapporto di Italia Futura sulla mobilità sociale:

“In Italia gli studi e l'università non sono più un ascensore sociale significativo in quanto non garantiscono vantaggi tangibili in termini di carriera, a meno che non vi sia alle spalle una famiglia già avvantaggiata.

La probabilità che una persona il cui padre non abbia completato gli studi superiori riesca a laurearsi è tra le più basse d'Europa. Solo il 10% dei giovani italiani con il padre non diplomato riesce a laurearsi, contro una percentuale di oltre il 40% in Gran Bretagna e il 35% in Francia.

A differenza degli altri paesi, in Italia il tasso di disoccupazione dei laureati è pressoché pari a quello dei diplomati, e il salario di ingresso di un laureato è pressoché lo stesso di un diplomato. La situazione è aggravata dal fatto che questi inizi “rallentati” non vengono recuperati nel corso della carriera professionale.

Il fatto che la maggior parte dei giovani cresciuti in famiglie di uno status sociale più basso non completino gli studi e non arrivino alla laurea rappresenta un problema per la crescita del paese. Così si tagliano fuori dai processi di formazione più avanzati molti potenziali talenti, e in secondo luogo perché si innescano meccanismi che col tempo riducono ulteriormente la mobilità sociale.

Le uniche eccezioni sono rappresentate da quei giovani che possono capitalizzare non solo e non tanto sulla propria laurea, ma su quella del padre: un laureato in legge con un padre notaio o avvocato avrà ritorni ben diversi da chi ha un padre che ha fatto la terza media; un farmacista col padre farmacista potrà accedere ad opportunità migliori in tempi più rapidi e così via.

È per questo che in Italia si trasmettono di generazione in generazione non solo i beni e i redditi, ma anche le professioni. Il 44% degli architetti è figlio di architetti, il 42% dei laureati in giurisprudenza è figlio di laureati in giurisprudenza, il 40% dei farmacisti è figlio di farmacisti e così via, innescando una spirale negativa che non fa che aumentare l'immobilismo sociale del nostro paese e aumentare la sensazione di impotenza delle generazioni più giovani.

Quando un paese offre opportunità di affermazione legate principalmente ai meriti e alle competenze conseguite anziché al censo si mette in moto un potente meccanismo di mobilità sociale. In questo modo infatti si creano forti incentivi a perseguire percorsi di studio anche per i meno abbienti. In Italia questo meccanismo si è inceppato.

L'aumento delle disuguaglianze nella distribuzione del reddito, la diffusione della povertà anche tra chi lavora e tra le famiglie più giovani, la lentezza e le difficoltà con cui i giovani si affermano nel mondo del lavoro, hanno irrigidito la nostra società e tolto speranza e ottimismo a milioni di italiani, soprattutto tra le generazioni più giovani, che si sentono destinate solo a peggiorare la propria condizione sociale”.

Un Paese bloccato, che allontana i giovani migliori e non riesce a trattenere le sue risorse più brillanti.

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tag:  disoccupazione giovanile   mobilità sociale   paese bloccato   laureati   ascensore sociale  


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#1 da Paride Vitale, inviato il 14/1/2010
Io vengo da una famiglia sicuramente non agiata, ho fatto l'università con molti sforzi economici, ho iniziato la mia vita professionale con uno stage di 6 mesi in cui ho cercato di dimostrare la il mio entusiasmo e la voglia d imparare un lavoro nell’ambito della comunicazione (che è la mia passione) e si è trasformato in un contratto a tempo indeterminato che mi ha portato dopo 6 anni a ricoprire ruoli man mano più importanti. Molto impegno che ho messo 8 anni fa (attualmente ho 32 anni). In questi anni ho visto cambiare il mondo del lavoro e oggi un contratto a tempo indeterminato è per molti un miraggio. Non credo sia un problema della certezza di un contratto ma dell’atmosfera politica ed economica in cui viviamo
Credo esistano due Italie: una reale e una politica. Da una parte chi si impegna, chi lavora, chi “intraprende”, chi ci mette sudore e lotta, chi ha fatto dell’italia la bandiera del made in italy, del design, della cultura. Dall’altra l’Italia della burocrazia, delle amministrazioni appesantite, di chi ha sostituito i fatti con le parole, l’entusiasmo con la furbizia, l’efficienza con il pressapochismo, la strategia con l’arrangiarsi. Credo in Italia Futura per far rimarciare questo Paese al passo degli altri paesi lungimiranti. Credo nelle persone impiegheranno testa e cuore in questo progetto

#2 da Betulla Blu, inviato il 7/1/2010
Sono dati reali prodotti da fattori economici e fattori culturali. Abbiamo una generazione senza futuro che vive alla giornata, procrea seguendo uno slancio di vitalità e coraggio ma avendo poco da offrire, e sopravvive grazie all'aiuto dei propri genitori. una mandria di giovani pluri titolati compressa da una società che offre tutto a un gruppo di privilegiati sulla base di regole puramente clientelari e di scambio di favori tra conoscenze. ci vorrebbero persone che utilizzassero questi privilegi e queste fortune in modo illuminato, ce ne vorrebbero tante per innescare un ciclo virtuoso, di tipo economico e culturale.

#3 da flavio rossini, inviato il 30/12/2009
Dopo la seconda guerra mondiale nel momento in cui si crearono due blocchi distinti e contrapposti si divisero anche i due elementi che fondano l'economia: il capitale ed il lavoro. Il capitale fu ad appannaggio dei paesi cosiddetti capitalisti ed il lavoro a quelli socialisti. Oggi la situazione non è cambiata di molto poichè, anche se il blocco sovietico è crollato, quello cinese resta, pur zoppicando non poco. Il sistema cinese infatti è un gigante con i piedi di argilla, proprio come quello sovietico, un meltin pot per usare un termine moderno e giovane, di etnie differenti legati dal collante del sistema totalitario. Si cercano soluzioni post moderne come un paese due modelli ma le basi su cui si fonda il sistema resta di stampo socialista con i suoi principi fondanti. Crollato l'ultimo bastione del lavoro sulla terra la società occidentale, quella capitalista, si troverà dinnanzi ad un compito molto arduo: predersi sulle spalle il compito di governare i principi del capitalismo e del lavoro insieme cosa che richiederà moltissime energie e sforzi. Prova ne è che i grandi gruppi industriali manifatturieri che in questo momento sono i più colpiti della crisi globale trovano la difficoltà maggiore proprio nel gestire i due processi in modo profittevole ed efficace. Il problema più importante è capire se afronte dei costi per tenere a regime un sistema del genere i ricavi giustificano un impegno così gravoso. Quindi, il ritorno della politica come cardine sociale è più che mai determinate per gestire le dinamiche legate al lavoro. E' quindi compito della politica farsi carico delle varie problematiche legate agli aspetti della società nel suo insieme, comprese quelle della mobilità sociale. Occorrono riforme strutturali nelle quali si introducano nuovi strumenti a servizio della politica per potersi prendere carico dei problemi legati alle dinamiche sociali. All'interno di una società globalizzata i ruoli andranno ben definiti e, così come all'interno delle dinamiche che fondano le economie l'organizzazione, il merito, la ricerca dell' utilità in ogni azione intrapresa, così anche la politica dovrà fare propri questi strumenti per contribuire a reggere il sistema nel suo complesso.

#4 da Francesco, inviato il 16/12/2009
Condivido appieno l'articolo, aggiungo che siamo perennemente prigionieri dalle lobby dei docenti universitari, farmacisti, notai, architetti...e compagnia bella che usufruiscono di un vantaggio non indifferente, sfruttando un privilegio dello stato (quindi pagato dalle nostre tasse) che usano per sistemare i loro familiari e i loro prottetti. Il giovane (ma ancheil meno giovane) normale che cerca lavoro trova questo muro invalicabile. Non è giusto, perchè certi si e altri no!!! Il medioevo è passato circa mille anni fà.

#5 da Paolo Basile, inviato il 15/12/2009
Il problema della mobilità sociale nel nostro Paese è spesso sottovalutato reso poco visibile dalle mille polemiche che attanagliano l'agenda politica e gli approfondimenti socio-economici dei media.
Spero che al più presto nel nostro Paese emerga la consapevolezza dell'importanza della qualità della formazione sia nelle università italiane sia nel mondo delle professioni. Io da giovane laureato vorrei vedere una società di validi professionisti, di abili ricercatori e non "figli di". Il mio parere è che il futuro di noi giovani e di conseguenza del intero sistema Italia è legato alla qualità e alla meritocrazia. L'italia non ha bisogno di un pullulare di università che si trasformano in fabbriche di illussioni per i giovani, ciò che necessita e di alta formazione, di qualità capace di formare le classi dirigenti future, i prossimi imprenditori che aldilà della loro famiglia o del loro status possano dare uno slancio vitale a questo vecchio e malaticcio Paese.

#6 da domenico fasano, inviato il 15/12/2009
Dobbiamo guardare al futuro: chi può assicurarci un futuro? I giovani.
Motiviamoli, rispettiamoli, indirizziamoli ed avremo le risorse per uscire da questo probabile declino.
Queste riflessioni sono dettate da reale pragmatismo in quanto la nostra esperienza di risposta alla crisi economica in atto ci conforta e ci aiuta a proseguire.
Siamo un gruppo di aziendalisti da lunga data, e da inizio anno 2009 abbiamo istituito un' agenzia di sviluppo di business in India a Mumbai (in Bandra West) ed aiutiamo le aziende italiane ad inserirsi in questo grande mercato. L'India è un paese dalle risorse enormi a dalle opportunità inimmaginabili; il desiderio del "Made in Italy" è forte, ed è anche apprezzato l'italian way of life.
A capeggiare questo progetto è un giovane di 30 anni, laureato, con esperienza all'università ed in banca ed una forte motivazione di costruire un futuro da protagonista per sè e per il proprio paese.
Cogliamo il momento favorevole dimostrando i nostri valori, la nostra professionalità il nostro saper fare. Buon futuro!
Domenico Fasano mifasano@libero.it

#7 da andre, inviato il 7/12/2009
massimo hai ragione il mito di "non volersi sporcare le mani" venuto da un retaggio di padri con le mani rotte dai lavori dei campi, fa perdere opportunità molto tangibile di lavoro anche specializzato in vari campi con retribuzioni e possibilità di carriera (impresa) e di ascensore sociale.
Andre (ex andrea)

#8 da andre, inviato il 7/12/2009
massimo hai ragione il mito di "non volersi sporcare le mani" venuto da un retaggio di padri con le mani rotte dai lavori dei campi, fa perdere opportunità molto tangibile di lavoro anche specializzato in vari campi con retribuzioni e possibilità di carriera (impresa) e di ascensore sociale.
Andre (ex andrea)

#9 da massimo, inviato il 5/12/2009
L'argomento "pochi laureati" ha una sua valenza, e, credo, sia il risultato di errori di politica sociale, numerosi e diversi, difficilmente superabili se non attraverso "messaggi" mediatici che prospettano al giovane le diverse opportunità di integrazione che una laurea può , potenzialmente, offrire.
Ma colgo l'occasione per segnalare un ulteriore problema che interessa i giovani delle fasce medio basse e più esposte al condizionamento mediatico; pochi giovani italiani intraprendono la strada di apprendere un mestiere da artigiano (muratore, carpentiere, idraulico,tappezziere, etc) precludendosi , anche nella tradizione storica del saper fare italiano, la possibilità di una realizzazione sociale ed economica. Per cui un invito alla rivalorizzazione delle stesse scuole professionali e di maestranze, dovrebbe altrettanto essere promossa quanto la ricerca di una laurea.

#10 da andrea, inviato il 3/12/2009
In merito alla mobilità sociale è chiaro che sia da rivedere e riparare la cinghia di collegamento università (scuola) - lavoro.
La prima ha subito da un lato una sorta di "uslizzazione" impoverendone di molto i contenuti.
Una università che immette nel mondo del lavoro dei "non giovani" (rari i pre-trentenni) bravi a studiare ma non a lavorare.
Ecco il collegamento università - azienda è la cinghia da collegare forte durante gli anni dello studio con stage e collaborazioni finora presenti solo sulla carta.
Le lauree triennali (io sono ingegnere triennale) se ripensate possono essere un valore aggiunto.
Corsi più snelli e più finalizzati, una specie di master post-diploma legato ad un settore produttivo.
E solo nel caso delle eccellenze una specializzazione (il filtro verrebbe naturale sia ben chiaro).
Per spiegarmi : un'azienda,un ente pubblico o chi altro hanno poco bisogno di chi sa risolvere integrali doppi ma ha più bisogno di un giovane abituato a decidere e risolvere problemi pratici.
Questa la mia riflessione

#11 da Luca, inviato il 2/12/2009
Sicuramente in buona parte è vero, soprattutto per certe professioni, ma la fantasia?!, non ci sono solo notai, farmacisti o architetti, ci sono tante professionalità che non sono considerate dai giovani, inoltre chi viene da umili origini deve comprendere che deve "sudare" il triplo rispetto al "figlio di papà", ma spesso vedo solo giovani neo laureati che si preoccupano solo del posto fisso e di quanto prendono di stipendio.
L'argomento è complesso e vario, dico solo che mi piacerebbe vedere più giovani scomettere su se stessi e sulle proprie idee e non aspettare l'aiuto di papà o dello Stato.
Inoltre la mobilità sociale non manca solo nelle libere professioni, anzi è proprio nel lavoro autonomo dove, indipendentemente dalle origini, si premia il merito.
Il figlio dell'operaio che si apre la p.iva per esercitare la professione di architetto non è certo aiutato da gente come Bersani, capace solo di uccide sul nascere il suo sogno.
Meno tasse, meno stato, piu lavoro e più mobilità sociale.

#12 da Flavio Pellis, inviato il 2/12/2009
Quello che emerge, dal Rapporto di Italia Futura curato da Irene Tinagli, è l’analisi approfondita, quasi cruda, che mette a nudo quali sono le “zavorre” che impediscono non solo la crescita del paese, ma la sua stessa ripartenza al termine della fase recessiva innescata dalla crisi finanziaria mondiale esplosa a fine settembre 2008; cioè ne minano il futuro. Il Rapporto si sofferma, con dovizia di dati e tabelle, sul “blocco” dell’ascensore sociale, avvenuto già prima della crisi finanziaria di settembre 2008, derivante da una serie di fattori concomitanti: l’aumento delle diseguaglianze nella distribuzione dei redditi, con il divario ricchi/poveri che si allarga sempre di più (dati confermati anche da altre fonti, tra cui Bankitalia, Eurostat ed Ocse), nonché sulla differenza riguardante le famiglie con figli (soprattutto se minori), notevolmente aumentata in rapporto agli altri paesi europei; infine, la trasmissione per via “ereditaria”, non solo dei redditi, ma anche delle professioni. Passando alle proposte, c’è da rilevare che le tre proposte avanzate sono senz’altro condivisibili; tutti e tre i progetti hanno pregi notevoli: sono di non difficile realizzazione (salvo che non intervengano ostacoli o veti di natura politica, o sbarramenti più o meno “ideologici”), riescono a coniugare una natura universalistica, con correttivi legati al merito ed a condizioni reddituali svantaggiate. Vorrei, però, fare un’ osservazione di fondo sull’insieme del Rapporto: lo scarto che intercorre tra l’analisi, complessa ed approfondita, e le proposte che (se paragonate appunto, all’ampiezza e vastità dell’analisi) appaiono quasi “minimali”; cioè sproporzionate nella loro parzialità, confinate in un livello circoscritto, quasi “angusto”. Alcuni temi (che ritengo siano decisivi per il futuro del paese, sopratutto per le giovani generazioni) sono affrontati, alcuni anche approfonditi, altri solo citati; ma di essi non si trova traccia nella fase delle proposte. In particolare: l’ampliamento delle diseguaglianze sociali a svantaggio dei redditi fissi (lavoratori e pensionati), l’incremento della precarietà permanente come puntello strutturale dell’economia, il permanere (anzi, il dilatarsi) di una evasione fiscale stratosferica e pari ad oltre 10 finanziarie (vedasi in proposito il libro “IL TORDO INGORDO”– Editrice UNI-Service”). Ritengo che tra i fattori più condizionanti, in negativo, di arretramento della mobilità sociale, che hanno prodotto un paese “bloccato”, ci siano 3 questioni principali: 1. L’allargamento a dismisura della distanza nella distribuzione del reddito, che ha determinato l’aumento spropositato della forbice tra “ricchi e potenti”, sempre più ricchi, e chi “sopravvive di solo lavoro” (o di sola pensione), sempre più impoveriti, compreso la “proletarizzazione” (per usare un termine ormai non più di moda) del ceto medio, nonchè l’incremento della popolazione scivolata sotto le soglie della povertà. Circa il 70% del PIL deriva dai consumi interni, e questi sono molto influenzati dalla capacità di spesa dei redditi “fissi” (lavoratori e pensionati); allora è proprio affrontando questo tema che si contribuirebbe anche ad accelerare l’uscita dell’Italia dalla crisi, oltre che innestare una redistribuzione del reddito più equilibrata e socialmente sostenibile, con effetti positivi sulle dinamiche della mobilità sociale. Questa riflessione porta al problema dei bassi livelli salariali italiani, che non possono più rappresentare (come successo in passato) la leva competitiva strutturale, in un mondo sempre più globalizzato; salvo poi utilizzare anche, quale leva mobile, la svalutazione monetaria per affrontare le cicliche congiunture economiche. Quella strada non è più percorribile; non solo perché esiste il vincolo della moneta unica in Europa, ma anche perché su questo versante, siamo stati rimpiazzati prima dai paesi dell’ est-europeo, adesso da Cina ed India (domani chissà, forse . . . . dall’ Antartide?). Ci sarà sempre, un paese in grado di offrire manodopera al costo più basso. Secondo l’Economist (novembre 2008) l’Italia è al 40° posto nella classifica mondiale della competitività; Eurostat a maggio 2009 colloca l’Italia agi ultimi posti in Europa, con solo l’ 1,1% del PIL destinato alla ricerca, a fronte di una media europea di oltre il 2%. Anche per questo, ritengo che il futuro competitivo del nostro paese stia nella innovazione e nella ricerca: questo, peraltro, è il destino di tutti i paesi industrializzati. Cioè spostarsi sempre su produzioni e servizi a più alto valore aggiunto, non replicabili altrove; i cui contenuti di innovazione, processo, qualità, nuove tecnologie, know-how, sono continuamente in evoluzione e miglioramento, al fine di poter competere al meglio, non più (come è stato finora) quello di occupare la scala inferiore del segmento manifatturiero, grazie ad una politica fondata sui bassi salari. E’ ovvio che il limite sta nel costo del lavoro per unità di prodotto, il quale non può discostarsi rispetto a quello dei paesi nostri concorrenti (in particolare quelli europei), ma i margini di intervento ci sono, se è vero che: a) Raffrontando le retribuzioni nette dei lavoratori italiani con il resto d’Europa (fonte: Ires e Ocse di febbraio 2008), nel periodo 2002-2006, emerge che siamo collocati nella fascia più bassa, con divari molto elevati: quelle italiane sono attestate ad €.16.538, inferiori di quasi il 30% rispetto a quelle dei loro colleghi Francesi, del 45% più basse se raffrontate con i lavoratori Tedeschi, e di oltre l’86% in rapporto con gli Inglesi. b) Senza contare, inoltre, il livello italiano delle imposte (tra tasse e contributi) gravante sui redditi da lavoro che è al 44% ed è il più alto d’Europa; quasi 10 punti in più, rispetto alla media europea che è del 34,4% (dati Eurostat riferiti al 2007). Il punto fondamentale è affrontare e risolvere la domanda di fondo: come riequilibrare il potere d’ acquisto dei redditi fissi, attraverso una manovra combinata di riduzione delle tasse per lavoratori dipendenti e pensionati, e di drastica riduzione e controllo dei prezzi (controllo che è sparito dal 2002, in occasione del passaggio Lira/€uro, ad opera del governo Berlusconi, all’epoca in carica). In questo possono aiutare sia una nuova politica contrattuale integrativa e decentrata fondata sulla “partecipazione”, in grado di coniugare obiettivi comuni con rappresentanze di interessi divergenti (per incrementare salari/stipendi e contemporaneamente innalzare i livelli di produttività), sia una finalmente seria lotta all’evasione fiscale che fornisca le risorse necessarie allo scopo (oltre a produrre, ovviamente, un riequilibrio per una maggiore giustizia sociale), nonchè il ripristino dei necessari controlli sulle dinamiche di formazione dei prezzi. Citando Galbraith: “il segreto di una buona politica consiste nel sapere che non è possibile confortare i tormentati, senza tormentare i confortati”. 2. La trasformazione, di fatto, delle flessibilità del mercato del lavoro, in “precarietà permanente”; chi si è esercitato a contarle, ha censito una trentina di forme di contratti “atipici”, cioè non a tempo indeterminato, per un totale di 4.500.000 lavoratori precari, compreso 1 milione 400 mila “finti consulenti”, pari al 19,4% del totale (stima Isfol), che rendono “chimerico” un rapporto di lavoro stabile, a tempo indeterminato; cioè quella condizione di “sicurezza” e di “prospettiva futura” su cui si dovrebbe basare qualsiasi progetto di costruzione familiare e/o indipendenza economica dalle pareti genitoriali da parte delle giovani generazioni; senza contare che gli effetti della crisi finanziaria mondiale si sono tradotti in crisi industriale e questa, a sua volta, si sta scaricando in crisi del lavoro; cioè, alla fine è chi ne paga le conseguenze maggiori non è il colpevole e scriteriato capitalismo finanziario, ma l’anello più in basso e più debole; per dirla con Nouriel Roubini: “quello che stiamo facendo è privatizzare i profitti e socializzare le perdite”. Se a questo aggiungiamo i 3 milioni di “inattivi” (al netto di pensionati e studenti) censiti nel rapporto Istat sul 2007, e corrispondente a persone che, sfiduciate, hanno rinunciato a cercare un lavoro, sommati ad un tasso di disoccupazione elevato e destinato ad aumentare, abbiamo il quadro della situazione, che definire buio, può essere fin troppo benevolo. Ma questi dati sarebbero certamente più alti, oltre che attualizzati, se non venisse occultata, quasi “censurata”, da parte del Ministero del Lavoro del governo Berlusconi, la diffusione pubblica relativa alle informazioni previste dall’art.11 del D.L.78/2009, relative al “sistema informativo integrato dei ministeri del lavoro e dell'economia” e riguardante le «comunicazioni obbligatorie» dei datori di lavoro quando assumono o licenziano; permetterebbero di avere, in tempo reale, le dinamiche del mercato del lavoro: quanti nuovi rapporti di lavoro vengono creati e quanti distrutti e soprattutto dove e di che tipo (se indeterminato oppure altro). Quando la flessibilità diventa permanente, e i giovani non sono più giovani, ma sono diventati 40enni, ed anche quasi 50enni (finalmente riconosciuto anche dall’Istat - rapporto sul 2008), significa non riuscire più ad offrire prospettive certe alle giovani generazioni. Esiste una soglia, al di là della quale la flessibilità diventa dannosa, assumendo i tratti della precarietà permanente. Non esiste solo la “generazione perduta”; ma quella che si affaccia o si prepara ad affacciarsi al mondo del lavoro è una “generazione senza futuro”, perché non potrà più contare (come quella precedente) sul sistema di protezione familiare, in quanto le risorse di riserva sono esaurite, il livello di indebitamento non è più aumentabile (da dati Bankitalia, nel quinquennio 2002-2007, l’indebitamento delle famiglie è quasi raddoppiato: +93,28% rispetto al 2002), in presenza del perdurante dimezzamento del potere d’acquisto dei redditi fissi. E’ quindi, assolutamente indispensabile riportare la precarietà permanente ad una dimensione di flessibilità contenuta, temporanea e transitoria, di ingresso nel mondo del lavoro, di durata temporale limitata, comunque più onerosa delle occupazioni stabili, fruibile solo se certificabile e finalizzata ad elevate percentuali di stabilità e trasformazione in rapporti a tempo indeterminato. Comunque, una riflessione più approfondita non può che tener conto degli effetti che i disastri finanziari mondiali hanno sull’ economia reale, in termini di ulteriore recessione e conseguenti ricadute negative sull’occupazione. Quindi, qualsiasi proposta di riduzione delle flessibilità in dimensioni transitorie e limitate temporalmente, va benissimo in una situazione di stabilità o di crescita occupazionale, in quanto centrata sulla tutela del lavoratore “nel posto di lavoro”; ma rischia di mostrare la corda in una fase di recessione doppia, quale quella attuale. Allora, perché non pensare ad applicare anche in Italia il “modello scandinavo” (flexisecurity), centrato sul concetto “proteggi il lavoratore, non il posto di lavoro”? Cioè aiutare il lavoratore non solo nell’ inserimento, ma anche nel cambiare lavoro, passando da posto a posto, con un sistema formativo, di tutele e di norme relative alle garanzie sia del reddito nei periodi di inattività forzata, sia sul versante socio-sanitario, nel reinserimento, ecc. Sarebbe la cosa più saggia da fare, non solo in un mondo caratterizzato sempre più, da rapidi e veloci cambiamenti, ma anche considerando gli effetti negativi sull’occupazione derivanti dalle conseguenze dell’ ulteriore recessione a seguito della crisi finanziaria mondiale. Questo approccio, però, necessiterebbe di un cambio radicale, innanzitutto culturale, da parte dei soggetti interessati (da Confindustria alle altre organizzazioni imprenditoriali, alle Organizzazioni sindacali e per finire ai partiti); al fine di ritenere le forze-lavoro, non una risorsa umana (da sfruttare o da compensare ogni tanto), ma un’ energia da alimentare ed a cui attingere, e su cui poggia il futuro del nostro paese! Un intervento sulla precarietà è decisivo, sia per una maggiore giustizia sociale, che per una prossima ripresa della crescita, al termine della fase recessiva, ma soprattutto per offrire prospettive future ai nostri figli. 3. La continuità (forse sarebbe meglio dire l’amplificazione) di livelli stratosferici di Evasione fiscale (secondo la CGIA di Mestre ad agosto 2008 è calcolabile in circa 150 miliardi di euro/anno di mancate entrate NETTE, mentre il direttore generale del Ministero Economia e Finanze, in audizione parlamentare a marzo 2009, arriva a stimare 200 miliardi di euro/anno), che oltre a sottrarre risorse allo Stato, determinano concorrenza sleale da parte delle imprese che utilizzano evasione, sottosalario e lavoro nero, contro le imprese regolari. Senza contare gli effetti collaterali positivi che si avrebbero dall’emersione dell’ evasione contributiva, del sottosalario e del lavoro nero, da cui si otterrebbero non solo ulteriori risorse, ma produrrebbero anche l’allargamento delle tutele, sopratutto dal punto di vista della sicurezza sul lavoro, considerando che le vittime del lavoro, sono infatti circa il doppio di quelle della criminalità: 1.170 contro 663 (nel 2007). Esiste un solo modo per combattere seriamente l’evasione: ascriverla come REATO PENALE; basta imparare dai romani o dagli Stati Uniti d’America! Servio Tullio, 6° Re di Roma, nel 570 a.c. dispose il primo censimento della storia, basandolo sui cespiti, utilizzando come deterrente anti-evasione una legge che minacciava prigione e morte. Tito Livio lo racconta nel suo 1° libro di “AB URBE CONDITA” in modo dettagliato, definendolo entusiasticamente utilissimo per “tanto futuro Imperio”; peraltro, non menzionando alcun caso di evasione e conseguente applicazione della legge. Certamente, non si tratta di introdurre la pena di morte per questo od altri reati (anzi, l’Italia e l’Europa hanno giustamente promosso, all’ONU, la moratoria sulla pena di morte). In epoca più vicina ai nostri giorni, nel 1931 (circa 80 anni fa, quindi più recentemente di 2600 anni fa!), negli Stati Uniti (che è considerato uno dei Paesi a più avanzata democrazia, nonché unanimemente riconosciuto come il paese più capitalista e liberista del mondo), il noto gangster Al Capone fu condannato come evasore fiscale, non potendo essere incriminato quale criminale per mancanza di prove. Per non parlare di tutti i cosiddetti “colletti bianchi” (che sono diventati la maggioranza della popolazione carceraria americana, sorpassando i “black”), condannati per reati di evasione fiscale o truffa, ai danni dei cittadini ! Una seria lotta all’evasione fiscale non solo consentirebbe il recupero delle risorse necessarie per innalzare il potere d’acquisto dei redditi fissi, ma contribuirebbe ad un riequilibrio nella distribuzione dei redditi, socialmente più accettabile. Alcune riflessioni finali: a) Anziché utilizzare il termine famiglie come indicatore economico o parametro sociale (sembrerebbe una sorta di media del pollo: chi ne mangia 5 e chi zero, ma in “media” tutti ne mangiano 2, anche quelli che il pollo non lo vedono mai!), sarebbe più corretto utilizzare altri parametri, quali: lavoratori dipendenti (distinguendo tra operai/impiegati e dirigenti), imprese (distinguendo la piccola e media impresa), commercianti, liberi professionisti, artigiani, pensionati, ecc.; in tal modo si scoprirebbe da un lato la differenza tra reddito percepito e reddito dichiarato fiscalmente (per i redditi fissi, tassati alla fonte, è impossibile evadere!); dall’altro, che le retribuzioni dei lavoratori italiani sono al 23° posto su 30 paesi, con -17% rispetto alla media Ocse; oppure che sono gli impiegati che hanno subìto il più vistoso abbassamento di potere d’acquisto: infatti (fonte OD&M), nel periodo 2001-2007, il rapporto della loro retribuzione è sceso dal 59,3% al 54,4% rispetto ai quadri, e dal 29.8% al 27,6% rispetto ai dirigenti, i quali, peraltro, hanno incrementato il potere d’acquisto anche oltre l’indice dell’inflazione: +2,6% nel solo 1° quadrimestre 2007/1° quadrimestre 2008. Forse è proprio per questo che nessuno parla più di “ceto medio”: è sparito! Una indagine di marzo 2008 di Demos, curata da Ilvo Diamanti, rileva che l’ 82,2% del ceto medio ritiene non migliorata la propria situazione economica (era il 71,7% nel maggio 2006), e quasi la metà (49,7%) rinuncia a fare progetti impegnativi per sé o la propria famiglia, considerando il futuro incerto e carico di rischi. Sostanzialmente emerge una attenzione rivolta quasi esclusivamente all’ ordinaria sopravvivenza. Anche per questa ragione, quindi, meglio non parlare più di ceto medio, e ricondurre tutto quanto a “famiglie”; dove tutti gli strati sociali sono mescolati, e parlando di famiglia, intesa come “media”, si possono dare messaggi rassicuranti e tranquillizzanti. b) Andrebbe sviluppata una riflessione sull’ utilizzo, quale metro di misura, del reddito fiscale dichiarato -notoriamente falsato rispetto a quello percepito-; perché i redditi da lavoro o da pensione, che sono gli unici con il prelievo alla fonte, che pagano le tasse fino all’ultimo centesimo, ricevono oltre al danno, la beffa dello scavalcamento da parte degli evasori, nell’accesso alle provvidenze e/o facilitazioni basate sul reddito. c) Per avere successo rispetto allo scopo dichiarato (far ripartire l’Italia e dare un futuro ai nostri figli), ritengo assolutamente necessario un “salto culturale”: passare dalla dimensione egoistico-mercantile, oggi imperante, ad una dimensione collettiva e solidaristica. Assumere la consapevolezza diffusa che le questioni che zavorrano il paese e lo rendono bloccato, sono questioni di tutti, cioè collettive, pubbliche, e pertanto vanno affrontate in modo collettivo e solidale; per dirla in altri termini, il prevalere degli interessi collettivi su quelli particolari o di casta familiar/corporativa. Io sostengo che l’Italia è un paese bloccato soprattutto a causa di due fenomeni, combinati tra di loro, che sono innanzitutto “culturali”, ancor prima che sociali, economici e politici: 1. da un lato, l’inamovibilità della “casta gerontocratica”, che di fatto costituisce il tappo piramidale dedito esclusivamente alla propria autoconservazione familiar-clientelare, impedendo qualsiasi possibilità di modificare, anche minimamente, lo status-quo! Con buona pace di tutti i discorsi relativi ai giovani, il cambiamento, le riforme, la modernizzazione del paese, e tante altre frottole blaterate dalla nostra classe dirigente, solo per imbonire i creduloni (che purtroppo, sono ancora tanti!). E’ indispensabile invertire la scala dei valori; cioè, affermare e praticare la superiorità dell’ interesse della collettività, quindi pubblico, sugli interessi particolari. Sapendo che i gruppi più deboli non prevarranno mai su quelli più forti, è necessario un potere compensativo superiore; cioè il prevalere dell’ interesse pubblico, che può essere rappresentato da una classe dirigente che anteponga l’interesse collettivo (pubblico) alla difesa degli interessi particolari. E qui, purtroppo, sta il punto dolente! 2. dall’altro lato, una diffusione quasi pervasiva, della logica “egoistico-mercantile” (o come viene anche chiamata, anarco-individualista); che determina il prevalere degli interessi individual/familiari. Nonostante le condizioni esistenti siano non solo condizioni del singolo individuo o della sua famiglia, la tendenza dilagante è cercare la “propria” soluzione ai “propri” problemi, arrangiandosi come meglio si può, possibilmente con qualche raccomandazione o favoritismo o clientela, ecc., ecc. Non ci si rende conto (o si fa finta di non vedere) che i problemi di ognuno, sono anche i problemi degli altri; sono problemi comuni, quindi collettivi, e andrebbero pertanto affrontati collettivamente e solidalmente. Va quindi, recuperata una dimensione “culturale” collettiva e solidaristica. Forse questa ipotesi resterà nel mondo dei sogni, ma se il tanto (dagli altri) vituperato ’68, ci ha lasciato qualche eredità, tra queste, vi è stato proprio il merito di pensare che gli ultimi sono importanti quanto i primi; favorendo indubbiamente, in tutti quegli anni, quell’innalzamento di benessere per grandi fasce della popolazione, nonché il posizionamento dell’Italia tra i maggiori paesi sviluppati. In sintesi, va recuperato uno spirito pragmatico, collettivo e solidale, nella costruzione di una società del benessere, che sia di cambiamento e rivitalizzazione di un declinante sistema di democrazia politica, allargandone gli spazi di partecipazione. Teoricamente, dall’ ingiustizia si può uscire in due modi: 1. rincorrendo una impossibile (e storicamente sconfitta) rivoluzione che fornisca una prospettiva anticapitalistica; 2. riformando l’attuale sistema, riequilibrando le diseguaglianze in una dimensione solidale di eguaglianza delle opportunità. Scegliere questa seconda strada, significa naturalmente entrare nel concreto dei confitti degli interessi, rappresentati dalle diverse parti in gioco, al fine di ridisegnare un nuovo equilibrio tra rendite/profitti e redditi da lavoro/pensione e protezione sociale, per una società più giusta. Paradossalmente, gli effetti sociali della crisi finanziaria mondiale, che si traducono in crisi industriali e queste, a loro volta, in crisi del lavoro, possono rappresentare una opportunità da cogliere, se si indirizzano gli sforzi non solo per contenerne le conseguenze dirompenti sul tessuto economico ed occupazionale del paese, ma anche per ridurre i confini delle diseguaglianze tra rendite/profitti e redditi da lavoro/pensione, occupazione e protezione sociale; a patto di non ritenere che la ripresa avvenga da sola, che il ciclo economico possa autoripartire senza nessun intervento correttivo. Ciò sarebbe non solo miope, ma anche sbagliato. Proprio le difficoltà della crisi possono essere lo spunto per un “cambio di passo”; l’occasione non solo per risolvere le questioni della precarietà e del potere d’acquisto dei redditi fissi, ma anche per investire nell’innovazione e nella ricerca, nell’ istruzione, nella formazione (compresa l’ Information Technology), che saranno sempre più decisive nella competizione fondata sulla conoscenza; al fine di riposizionare l’Italia nei segmenti più alti dei paesi industrializzati. Se non si rimuovono gli ostacoli strutturali che penalizzano il paese, cogliendo l’opportunità di un “ripensamento etico” che la crisi mondiale ha fatto emergere in tutta la sua evidenza, il rischio concreto è di uscire dalla crisi più deboli degli altri. Sapendo che la casta gerontocratica (compreso quella politica) non sarà in grado di riformare se stessa, al fine di preparare un futuro migliore alle prossime generazioni, è necessario pensare a quali strumenti, con quali mezzi, si può determinare lo “scossone” necessario per modificare la situazione attuale. Come dice Irene Tinagli nel Rapporto: “L’Italia non può più permettersi politiche mirate solo alla propaganda elettorale, occorre iniziare a fare politiche finalizzate ad aiutare davvero la gente e a risolvere i problemi del paese”. E’ ovvio che questo arduo compito, di dare questo “scossone”, spetterà innanzitutto alle giovani generazioni, quelle attuali e/o quelle che verranno, ma la domanda che sorge spontanea è: ce la faranno da soli, oppure avranno bisogno di un aiuto? E noi, che aiuto possiamo dare loro? L’idea può essere quella di mettere insieme, “raggruppare”, tutti coloro che condividono questa analisi, che sono disponibili a contribuire nella ricerca di possibili soluzioni, che siano “cervelli liberi”, al fine di lanciare messaggi continui, ripetuti, quasi ossessivi, sulla assoluta necessità di questo “salto culturale”, decisivo per il futuro del paese. Italia Futura (stando a quanto enunciato nelle finalità costitutive) potrebbe contribuire a rappresentare questo “luogo idea-le”, allacciando rapporti “trasversali” e non inquinati dalla politica, con tutte le associazioni disponibili a questo scopo, anche al fine di promuovere, assieme ad altri (penso all’ISRIL, a Demos&PI, ecc.), la formazione di una sorta di “consorzio tra associazioni”; per avere un più ampio strumento non solo di elaborazione e di proposte, ma anche che sia di pressione verso la politica e la casta gerontocratica; oltre che di stimolo, di punto di riferimento per le giovani generazioni. Voglio augurarmi che questa ipotesi proposta possa trovare terreno fertile, che sia un’idea su cui sia possibile cominciare a lavorare, sia dal punto di vista culturale, che dal punto di vista organizzativo e delle relazioni; sarà un percorso lungo e faticoso, ma credo che valga proprio la pena di fare, per i nostri figli e per il futuro del paese. In conclusione, credo che non si possano eludere le questioni della redistribuzione del reddito, in particolare verso i redditi “fissi” (con effetti indiretti di stimolo ai consumi interni); di un sistema di tassazione dove nessuno sfugga, al fine di “pagare tutti per pagare meno” e poter anche recuperare le necessarie risorse; del ridimensionamento della precarietà ad una dimensione di flessibilità temporanea, transitoria, di ingresso nel mercato del lavoro e finalizzata alla sua trasformazione in lavoro stabile, quale condizione per un progetto di vita. Ritengo siano cruciali per il futuro del paese ed esistenziali per le giovani generazioni; altrimenti si continuerà nella china pericolosa in cui siamo scivolati, con i migliori cervelli in fuga all’estero, ed i giovani che faranno (se potranno) altrettanto, per tentare di mantenere, forse migliorare, il livello di vita dei propri genitori (i quali, per il trascorrere naturale del tempo, non potranno garantire per sempre ai figli il sistema di protezione familiare di cui hanno finora usufruito), considerato che, purtroppo, in Italia, questa prospettiva è, ad oggi, preclusa. Questo “commento” (perché tale è, non un giudizio) vuole rappresentare anche e soprattutto un contributo ed uno stimolo alla “riflessione aperta, non meramente accademica, che possa contribuire ad alimentare un dibattito partecipato, diffuso e, sperabilmente, fruttuoso” (così come la stessa Irene Tinagli ha concluso nell’Introduzione del Rapporto sulla Mobilità Sociale).

#13 da Nicola, inviato il 1/12/2009
Uno dei momenti in cui ho pensato di vivere in un paese migliore è stato durante le lenzuolate di Bersani.Io ci credo ancora.
Visitate il sito www.esercizifarmaceutici.it,adesso dobbiamo far partire dal basso le lenzuolate.
NICOLA CASSONE

#14 da Dario, inviato il 1/12/2009
Condivido l'analisi dell'articolo, essendo architetto non figlio di architetti. L'Italia è un paese in cui non esiste mobilità sociale ed un paese senza mobilità sociale con un tasso di natività così basso è destinato a spegnersi.



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