Mondo Futuro
Caos in Bosnia nell’indifferenza italiana
di Emanuele Schibotto
pubblicato il 25 novembre 2009

La decisione presa dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di estendere di un anno la missione militare dell’Unione Europea in Bosnia-Erzegoniva (EUFOR-ALTHEA) è stata salutata da più parti nelle capitali europee viva soddisfazione, sottolineando l’apprezzamento internazionale verso il lavoro svolto dall’apparato politico-militare europeo. Dovrebbe invece portare alla riflessione, giacché il prolungamento di una missione militare significa anzitutto una cosa: la mancanza di pace.
L’eccellenza dimostrata sul campo dai circa 1.600 soldati dell’Unione Europea non è certamente in discussione. Il fatto che la regia della stabilizzazione in Bosnia-Erzegoniva sia ad opera di Bruxelles è senz’altro positivo. L’UE prova a mettere una pezza all’onta del non-intervento europeo durante lo scoppio delle ostilità nell’ex Jugoslavia, quando l’Europa fu spettatrice di un ennesimo conflitto compiutosi nelle sue terre. L’Unione Europea, guidando gli sforzi politici e militari per il mantenimento della pace e per la ricostruzione, intende condurre Sarajevo lungo il cammino delle riforme, con l’obiettivo di lungo periodo dell’integrazione comunitaria.
Il problema è il persistere dell’instabilità, ancora presente in un Paese arido di pace ormai da quasi vent’anni. Louise Arbour, presidente di International Crisis Group, in un articolo apparso su Foreign Policy, scrive: “Quattordici anni dopo la fine della guerra, la Bosnia è oggi nel caos più totale. Una metà del Paese è bloccata in una faida con il Governatore internazionale, l’Alto Rappresentante[…]La Repubblica Srpska ha respinto una serie di decisioni prese dall’Ufficio dell’Alto Rappresentante. Alcune erano decisioni tecniche ed innocue ma altre, relative al controllo del monopolio dell’energia elettrica, risultavano controverse[…]I serbi hanno minacciato di uscire dalle istituzioni bosniache comuni se l’Alto Rappresentante dovesse imporre altre leggi”. Si tratta di una gravissima crisi istituzionale, scoppiata nella primavera di quest’anno ma acutizzatasi nel mese scorso, che potrebbe riportare il Paese verso il baratro della guerra civile.
Adottando la risoluzione 1895, il Consiglio di Sicurezza ha agito prontamente, autorizzando il proseguimento per altri 12 mesi delle operazioni militari della forza multinazionale di stabilizzazione, nonché reiterando il proprio sostegno all’Alto Rappresentante. La Comunità internazionale ha mostrato di non voler assistere ad una degenerazione della situazione attuale.
Fa specie che il caos serbo-bosniaco lasci per lo più indifferente l’Italia - sia l’opinione pubblica che la classe politica - la quale dovrebbe considerare i Balcani una zona di influenza primaria, dove poter esercitare compiutamente i propri interessi nazionali in un triumvirato assieme ad Austria e Germania.
L’Italia, che durante gli anni ’90, dapprima con l’Iniziativa Centro Europea (INCE) ed in seguito attraverso l’Iniziativa Adriatico-Ionica (IAI), riuscì a ritagliarsi nella regione un notevole margine di manovra a livello europeo, dovrebbe affiancare alla fattiva presenza militare (seconda solo agli spagnoli per numero) un maggior sforzo politico e diplomatico al fine di risolvere l’impasse, a tutto vantaggio degli interessi nazionali ed europei.
Emanuele Schibotto è esperto di relazioni internazionali. Attualmente collabora con Equilibri.net e Geopolitica.info.