Flessibilità o precariato?

L'opportunità del nuovo secolo/2

di Antonio Frenda , pubblicato il 29 ottobre 2009
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“Non credo che la mobilità di per sè sia un valore - ha detto pochi giorni fa il MInistro Tremonti - penso che in strutture sociali come la nostra il posto fisso sia la base su cui organizzare il tuo progetto di vita e la famiglia. La variabilità del posto di lavoro, l'incertezza, la mutabilità - ha aggiunto- per alcuni sono un valore in sé, per me onestamente no». Le parole di Tremonti sono evidentemente abbastanza condivisibili, prese nel loro significato etimologico, infatti i valori di una società sono la famiglia, la solidarietà, il lavoro (segna bisogno di specificarne il tipo). Ma, quello che sembra ed è un commento assolutamente lecito, potrebbe forse essere accompagnato da un progetto, da parte di chi svolge importanti funzioni di governo. E infatti, la domanda che mi permetto di fare al Ministro è: le sue parole sulla flessibilità rappresentano solo un’opinione o rappresentano un embrione di progetto? Nel secondo caso, intende variare la normativa sul lavoro flessibile?

L'uso del termine precariato, forma deteriore della parola flessibilità, si è venuto a sviluppare negli ultimi dieci anni.
La percezione di un mondo del lavoro precarizzato non è supportata dai dati quantitativi che la statistica ci propone, ma l'economia è fatta di analisi anche qualitativa, ed è bene fare delle osservazioni sul perché nella società italiana si avverta quello del “lavoro” come un problema, che causa insicurezza nei giovani (e non solo).
Chi scrive pensa spesso alla storia dello statistico che annega nel lago alto mezzo metro, in media, ed il povero statistico oggi rischia spesso di trovarsi dal lato del fondale alto due metri, e rischia quindi di non vedere i fenomeni nella loro interezza, in una società sempre più variegata, nella quale le forme del lavoro sono tante.
Gli indicatori statistici sono indizi per comprendere i fenomeni, informazioni, e per comprendere le problematiche nella loro interezza occorre considerarli nel tempo e non isolatamente, per costruire così la “conoscenza” dei fenomeni.

Ad esempio, l’osservazione dei dati forniti dagli ultimi dati dell’indagine ISTAT sulle Forze Lavoro ci indica che il tasso di disoccupazione aumenta, passando dal 6,7 per cento del secondo trimestre 2008 all’attuale 7,4 per cento del secondo trimestre 2009; esso è però pari al 12% nel Mezzogiorno. Anche il tasso di attività (rapporto tra le persone appartenenti alle forze di lavoro e la corrispondente popolazione di riferimento) nel secondo trimestre 2009 si posiziona al 62,6 per cento a livello nazionale, e solamente al 51,2% nel Sud.

Occorre quindi chiedersi se la normativa sul mercato del lavoro esistente riesca a produrre effetti in una situazione complessa come quella del Sud, dove forse le problematiche prioritarie da risolvere (come la legalità e le infrastrutture) sono altre. Senza entrare nel merito del diritto di ogni lavoratore a migliorare, perché un paese “felice” è probabilmente un paese con alta mobilità sociale, e l’Italia non vive questa situazione, il tempo determinato può essere talvolta un’esigenza aziendale legata anche alla produttività. La quota di contratti a termine sul totale dell’occupazione, aumentata dal 12 al 14% nel corso degli anni ‘90, è rimasta relativamente stazionaria dal 2001 (oggi potrebbe essere vicina al 15%). Penso che la flessibilità sia vista in Italia come precariato per i seguenti motivi che cerco di sintetizzare:

-l’economia, in termini di Pil, è ferma, da diversi anni; i lavoratori precari ne possono risentire psicologicamente più degli altri, perché al problema dell’insicurezza del lavoro si aggiunge quindi quello della difficoltà a fare la spesa;

-gli ammortizzatori sociali nel nostro paese sono distribuiti all’interno di un sistema non organico e basato oggi sull’emergenza della crisi economica (il Ministro Sacconi ha comunque e finalmente cominciato a rinnovare il sistema del welfare nel mondo del lavoro). Per aumentare e migliorare qualitativamente la spesa assistenziale bisogna ovviamente limitare quella previdenziale, ed il sistema a capitalizzazione potrebbe essere ideale per ciò, perché ognuno ottiene al ritiro in proporzione a quanto ha versato. Poiché il sistema a capitalizzazione dipende dal rendimento del capitale, ci si potrebbe assicurare contro i rischi ricorrendo all’aiuto dello Stato. Un sistema a capitalizzazione sarebbe però da proporre a livello europeo, perché più ampio è il mercato dei capitali, maggiore è la diversificazione e minore il rischio;

-i centri dell’impiego non fanno incrociare domanda e offerta di lavoro, che rimangono spesso sole nella ricerca di professionalità l’una e di impiego l’altra: i centri dell’impiego dovrebbero, tramite selezioni adeguate, creare il legame di fiducia e rimediare all’asimmetria informativa nella rispettiva ricerca del lavoratore e del lavoro, e permettere così ai dipendenti a tempo determinato di migliorare, dal punto di vista dei salari e/o della stabilità del lavoro;

-l’esistenza di onerosità ed impedimenti nella ricongiunzione contributiva tra esperienze lavorative appartenenti a gestioni diverse, per la stessa persona (e mi richiedo se non converrebbe passare ad un sistema pensionistico a capitalizzazione, usando il TFR a tale scopo per una fase di transizione);

-le scelte economiche a favore degli svantaggiati, dei bassi redditi e delle imprese sono sempre più spesso omeopatiche a causa della volontà di accontentare un po' tutti, senza però compiere atti significativi per alcuno; le decontribuzioni per assunzioni a tempo indeterminato, ad esempio, dovrebbero essere più visibili e quindi consistenti. Con Maastricht deve cambiare la politica economica dei governi che possono considerare i vincoli della politica monetaria (stabilita dalla BCE) e del deficit pubblico (in particolare) intervenendo sulle altre variabili a disposizione per fare politica economica (politica fiscale, industriale, del welfare).

-La mancanza di un chiaro ed automatico pacchetto di prestazioni gratuite automatiche per precari e disoccupati (in sintonia con i Servizi per l’impiego), come la formazione superiore ed universitaria, l’aggiornamento, ed esenzioni selettive da tasse e imposte;

- l’assenza di una politica del part time, che permetterebbe ad alcune categorie (donne, studenti) di essere più libere e vedere positivamente la flessibilità. L’Italia rimane ancora indietro nelle classifiche d’Europa quando si parla di part time, con circa il 13,5% della forza lavoro; i contratti part time sono ovviamente più diffusi al Nord che nel Mezzogiorno ed i risultati in termini di occupazione si vedono. Servono quindi aziende pronte a mutare le modalità organizzative, ma anche accordi collettivi che incentivino la concessione del part time, con l’obiettivo di limitare la iperflessibilità (part time più tempo determinato).

Senza formazione e sviluppo ed in assenza della possibilità di rivendere le professionalità acquisite non si può uscire dalla spirale del precariato, e quindi non bastano le leggi sul mercato del lavoro per ottenere ciò, ma serve essere protagonisti di una maggiore produttività.

Antonio Frenda è Ricercatore-Economista presso l’Istat. L'articolo e le opinioni in esso contenute sono presentate dall'autore a titolo personale e non impegnano l'Istat. Altri contributi sono disponibili sul suo blog.




tag:  lavoro   flessibilità   precariato   statistica   posto fisso  


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#1 da NO.SUDDITO, inviato il 5/12/2009
TRE OSSERVAZIONI. LA PRIMA OSSERVAZIONE: un primo rilievo riguarda gli ammortizzatori sociali, che non sono affatto generalisti, cioè per tutti; sono rivolti quasi esclusivamente (e non per tutte le categorie) sulla tipicità del rapporto a tempo indeterminato. In proposito, vedasi l’articolo di Pierre Carniti “FUORI DAL TUNNEL, NEL DESERTO” pubblicato da Mondo Operaio n.6. LA SECONDA OSSERVAZIONE: forse l’autore dimentica che la riforma delle pensioni del 1995 (riforma Dini) prevede che dal 1.1.1996 si applica il sistema contributivo per i nuovi assunti (mentre per chi aveva meno di 18 anni di contributi al 31.12.1995, si applica il sistema misto, con il contributivo a decorrere dal 1.1.1996 “pro rata”, retributivo per gli anni già maturati, contributivo dal 1.1.1996 in poi). Vogliamo chiamarlo in un modo diverso? A capitalizzazione? Come si dice dalle mie parti: “se non è zuppa, è pan bagnato” LA TERZA (ma non ultima in ordine di importanza): basta con il descrivere che il precariato è solo una sensazione “psicologica”. O è solo “percepito”. Perché il Ministero del Lavoro del governo Berlusconi, occulta, per non dire “censura”, la diffusione pubblica relativa alle informazioni previste dall’art.11 del D.L.78/2009, relative al “sistema informativo integrato dei ministeri del lavoro e dell'economia” e riguardante le «comunicazioni obbligatorie» dei datori di lavoro quando assumono o licenziano? Tali dati permetterebbero di avere, in tempo reale, le dinamiche del mercato del lavoro: quanti nuovi rapporti di lavoro vengono creati e quanti distrutti e soprattutto dove e di che tipo: se a tempo indeterminato oppure altro, nonché le classi di aziende, se sopra o sotto la soglia dei 16 dipendenti, dove non opera la tutela del “licenziamento per giusta causa” (tanto per fare un esempio: le colf e badanti sono quasi tutte “formalmente” assunte a tempo indeterminato, ma sono licenziabili in qualsiasi momento, quindi sono, di fatto, contratti atipici o flessibili). Io sostengo che si è assistito, di fatto alla trasformazione delle flessibilità del mercato del lavoro, in “precarietà permanente” (amplificata dal 2003); chi si è esercitato a contarle, ha censito una trentina di forme di contratti “atipici”, cioè non a tempo indeterminato, per un totale di 4.500.000 lavoratori precari, compreso 1 milione 400 mila “finti consulenti”, pari al 19,4% del totale (stima Isfol), che rendono “chimerico” un rapporto di lavoro stabile, a tempo indeterminato; cioè quella condizione di “sicurezza” e di “prospettiva futura” su cui si dovrebbe basare qualsiasi progetto di costruzione familiare e/o indipendenza economica dalle pareti genitoriali da parte delle giovani generazioni; senza contare che le conseguenze della crisi finanziaria mondiale non sono pagate dal colpevole e scriteriato capitalismo finanziario, ma dai lavoratori e dai ceti più deboli; per dirla con Nouriel Roubini: “quello che stiamo facendo è privatizzare i profitti e socializzare le perdite”. Se a questo aggiungiamo i 3 milioni di “inattivi” (al netto di pensionati e studenti) censiti nel rapporto Istat sul 2007, e corrispondente a persone che, sfiduciate, hanno rinunciato a cercare un lavoro, sommati ad un tasso di disoccupazione elevato e destinato ad aumentare, abbiamo il quadro della situazione, che definire buio, può essere fin troppo benevolo. Quando la flessibilità diventa permanente, e i giovani non sono più giovani, ma sono diventati 40enni, ed anche quasi 50enni (finalmente riconosciuto anche dall’Istat - rapporto sul 2008), significa non riuscire più ad offrire prospettive certe alle giovani generazioni. Esiste una soglia, al di là della quale la flessibilità diventa dannosa, assumendo i tratti della precarietà permanente. Non esiste solo la “generazione perduta”; ma quella che si affaccia o si prepara ad affacciarsi al mondo del lavoro è una “generazione senza futuro”, perché non potrà più contare (come quella precedente) sul sistema di protezione familiare, in quanto le risorse di riserva sono esaurite, il livello di indebitamento non è più aumentabile (da dati Bankitalia, nel quinquennio 2002-2007, l’indebitamento delle famiglie è quasi raddoppiato: +93,28% rispetto al 2002), in presenza del perdurante dimezzamento del potere d’acquisto dei redditi fissi. E’ quindi, assolutamente indispensabile riportare la precarietà permanente ad una dimensione di flessibilità contenuta, temporanea e transitoria, di ingresso nel mondo del lavoro, di durata temporale limitata, comunque più onerosa delle occupazioni stabili, fruibile solo se certificabile e finalizzata ad elevate percentuali di stabilità e trasformazione in rapporti a tempo indeterminato. Comunque, una riflessione più approfondita non può che tener conto degli effetti che i disastri finanziari mondiali hanno sull’ economia reale, in termini di ulteriore recessione e conseguenti ricadute negative sull’occupazione. Quindi, qualsiasi proposta di riduzione delle flessibilità in dimensioni transitorie e limitate temporalmente, va benissimo in una situazione di stabilità o di crescita occupazionale, in quanto centrata sulla tutela del lavoratore “nel posto di lavoro”; ma rischia di mostrare la corda in una fase di recessione doppia, quale quella attuale. Allora, perché non pensare ad applicare anche in Italia il “modello scandinavo” (flexisecurity), centrato sul concetto “proteggi il lavoratore, non il posto di lavoro”? Cioè aiutare il lavoratore non solo nell’ inserimento, ma anche nel cambiare lavoro, passando da posto a posto, con un sistema formativo, di tutele e di norme relative alle garanzie sia del reddito nei periodi di inattività forzata, sia sul versante socio-sanitario, nel reinserimento, ecc. Sarebbe la cosa più saggia da fare, non solo in un mondo caratterizzato sempre più, da rapidi e veloci cambiamenti, ma anche considerando gli effetti negativi sull’occupazione derivanti dalle conseguenze dell’ ulteriore recessione a seguito della crisi finanziaria mondiale. Questo approccio, però, necessiterebbe di un cambio radicale, innanzitutto culturale, da parte dei soggetti interessati (da Confindustria alle altre organizzazioni imprenditoriali, alle Organizzazioni sindacali e per finire ai partiti); al fine di ritenere le forze-lavoro, non una risorsa umana (da sfruttare o da compensare ogni tanto), ma un’ energia da alimentare ed a cui attingere, e su cui poggia il futuro del nostro paese! Un intervento sulla precarietà è decisivo, sia per una maggiore giustizia sociale, che per una prossima ripresa della crescita, al termine della fase recessiva, ma soprattutto per offrire prospettive future ai nostri figli.



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