Per leggere l'articolo completo "La scuola dell'equità" clicca qui1. Riconoscimento dei meritiOggi il merito è escluso dalla scuola italiana: non è valorizzato il merito degli studenti, che frequentano una scuola ancora di classe che espelle uno studente su cinque (come testimoniano tutte le indagini nazionali e internazionali) e porta ai massimi livelli di istruzione in gran prevalenza chi appartiene ai livelli più alti della scala sociale; non è valorizzato il merito degli insegnanti, che sono trattati come un qualsiasi altro dipendente pubblico: reclutati con le modalità di un dipendente pubblico e per di più retribuiti meno degli altri dipendenti pubblici di pari livello di istruzione. Va aggredito il fenomeno dell’abbandono e dell’insuccesso scolastico; in Italia (con fenomeni che interessano anche il Nord del Paese) circa il 20% di chi si iscrive in prima superiore abbandona la scuola senza un titolo, nemmeno triennale: una vera emergenza nazionale di cui quasi nessuno parla! Certamente non ne parlano i cantori dei bei tempi andati, convinti che il segno della scuola di oggi sia il lassismo e il permissivismo e che non si faccia selezione.
Valorizzare il merito vuol dire anche ripensare le nostre scuole: metterle in sicurezza, ovviamente, ma anche adeguarle ai cambiamenti che sono intervenuti: scuole con laboratori moderni, aule di musica, biblioteche e aule con PC e Internet, spazi di aggregazione, ma anche uffici per gli insegnanti perché possano restare a scuola fuori dall’orario di lezione.
2. Valorizzazione della professionalità dei docentiQuesta passa attraverso due innovazioni organizzative. La prima: dare organicità alla “filiera” formazione iniziale, reclutamento, formazione in servizio. “Occorre selezionare le persone più preparate, formarle, stimolarle, valorizzarle, verificarne i risultati, premiare le performance migliori” al fine di avere “non il maggior numero di insegnanti, ma i migliori insegnanti possibili” e per fare questo vanno ripensati gli strumenti di selezione “rozzi e inefficaci” quali il concorso, “quasi esclusivamente basato su competenze disciplinari e non sufficiente a decidere se il vincitore sarà, oppure no, un valido insegnante” [cfr. “Malascuola” di Claudio Cremaschi (2009, ed. Piemme)]. Per quanto riguarda la formazione in servizio, questa dovrà essere obbligatoria, analogamente a quanto avviene per altre professioni, riguardare sia i dirigenti che gli insegnanti e per questi ultimi non dovrà essere esclusivamente attenente la disciplina insegnata.
La seconda innovazione riguarda la valorizzazione economica (che – a parte gli scatti di anzianità previsti dalla contrattazione nazionale – non dovrà più essere automatica, ma subordinata alla valutazione) e la progressione di carriera. Molte sono le proposte avanzate in questi anni sulle modalità per arrivare a questo obiettivo e non è questa la sede dove sposarne una piuttosto che un’altra. Quanto ci preme sottolineare è che questo passaggio non è più rinviabile e che non potrà avvenire con interventi spot, quali quelli ipotizzati da questo Governo, ma dovrà rappresentare un radicale mutamento del modello organizzativo della scuola italiana.
3. Piena attuazione dell’autonomia scolastica.L’autonomia ha rappresentato la più importante innovazione di sistema introdotta nella scuola italiana. Ha rappresentato un volano formidabile per il cambiamento, che ha consentito alla scuola italiana di restare in piedi in questi anni di forte crisi del modello educativo e formativo, grazie agli elementi di flessibilità che è stato possibile introdurre. Oggi, a più di dieci anni dalla sua introduzione, l’autonomia non solo non è pienamente attuata, ma è spesso osteggiata da chi dovrebbe comunque rispettare una legge dello Stato e un livello (le autonomie scolastiche) che – giova ricordarlo – ha dignità costituzionale. Mentre, infatti, le scuole hanno faticosamente sviluppato una propria cultura progettuale, l’Amministrazione ha continuato a imporre modelli organizzativi, se non addirittura pedagogici, centralizzati di cui il “ritorno al maestro unico/prevalente” rappresenta solo l’ultima esemplificazione.
Al contrario, sarebbe necessario: modificare il criterio per l’assegnazione delle risorse, che deve avvenire con un budget assegnato e pochi vincoli; ridisegnare la governance degli istituti autonomi; assegnare alle scuole la piena responsabilità della progettazione disciplinare per il conseguimento delle competenze indicate nei LEP; ripristinare l’organico funzionale (abolito de facto); normare con legge ad hoc le reti di scuole, che supportino il lavoro delle singole istituzioni scolastiche con la possibilità di delegare ad esse alcune funzioni; riconoscere compiti di rappresentanza alle associazioni delle scuole autonome. In questo quadro, importante ed urgente è il completamento dell’attuazione del Titolo V della Costituzione, che trasferisce alle Regioni le competenze sull’insieme dei servizi scolastici offerti sul territorio, lasciando allo Stato quelle di indirizzo generale e di controllo. La piena assunzione di responsabilità da parte delle Regioni potrà consentire di identificare i comportamenti virtuosi e intervenire su quelli in cui i costi si allontanano troppo da quelli standard, nonché di fare interventi perequativi sulle situazioni di reale bisogno, ma rigorosamente controllati.
4. Valutazione del sistema. Fino ad ora ci si è limitati agli annunci. Ed è un peccato perché potrebbe essere l’innovazione che darebbe inizio a quella rivoluzione prima di tutto organizzativa di cui la scuola ha urgente bisogno. Potrebbe avere sul medio periodo lo stesso effetto vela per il cambiamento che (pur con i suoi limiti) ha avuto l’autonomia scolastica. E ne sarebbe il suo naturale completamento. Un’effettiva autonomia degli istituti scolastici implica infatti necessariamente che lo Stato faccia un periodico monitoraggio dei risultati da questi ottenuti, sia nell’ottica di garantire ai cittadini che le singole istituzioni adempiano efficacemente alla funzione cui sono preposte, sia per identificare eventuali criticità sulle quali intervenire o esempi di buone pratiche da premiare, valorizzare e “modellizzare”.
La valutazione dovrebbe essere sia interna che esterna. Per quanto riguarda quella interna, dovrebbe essere affidata ad un mix di attori: il dirigente, il comitato di valutazione composto da docenti “senior” e utenti (famiglie e studenti), che – almeno in un primo momento - si potrebbero limitare a definire gli elementi di valutazione, senza poi valutare essi stessi. Per la valutazione esterna ci si dovrà affidare ad un ente autonomo dal Ministero che operi secondo il principio del “valore aggiunto”, sul modello di quanto ipotizzato dal documento Invalsi curato da Checchi, Ichino e Vittadini, quindi: «La valutazione delle scuole [deve] fondarsi su una misurazione dell’apprendimento degli studenti che tenga conto delle condizioni di partenza e di contesto in cui gli studenti vivono e le scuole operano».