In una delle sue prime interviste il Ministro Gelmini ha affermato che si sarebbe fatta guidare nella sua azione dalle parole d’ordine “merito”, “autonomia”, “valutazione”. Poi sono arrivati il grembiulino, il voto in condotta e la maestrina dalla penna rossa e soprattutto quasi otto miliardi di tagli orizzontali in tre anni: una cura da cavallo che rischia di uccidere il malato e per giunta somministrata a tutti indiscriminatamente senza assumersi l’onere politico di valutare dove, cosa, come e se tagliare. Di fronte a questo comportamento, chi vi si vuole opporre lo può fare – schematizzo - in due modi: sostenendo che in realtà il malato non esiste e che la scuola italiana gode di ottima salute, oppure sostenere che il centrodestra predica bene ma razzola male.
Nel sistema pubblico di istruzione e formazione, la vera, grande discriminante tra una concezione conservatrice ed una riformatrice e progressista sta nell’assunzione o meno di questa priorità: tenere insieme equità ed efficacia, inclusione e valorizzazione delle eccellenze. Come dimostra anche il rapporto sulla mobilità sociale di Italia Futura, la nostra società è insieme immobile ed iniqua e il principale strumento di ascesa sociale, l’istruzione, non funziona più a tale scopo, mentre il condizionamento della condizione sociale e familiare ha sempre più importanza. Certamente una delle cause di questa situazione è determinata dall’inadeguatezza del sistema scolastico, ma anche dal fatto che, malgrado il governo continui ad affermare il contrario, la spesa per l’istruzione italiana rappresenta il 10% del prodotto interno lordo contro il 13% della media europea (si veda il Rapporto OCSE 2009), mentre la percentuale di studenti che termina la scuola secondaria ci vede agli ultimi posti. I giovani e le famiglie italiane possono accettare di continuare a sentir parlare delle spese per l’istruzione come di un insopportabile peso, senza con ciò decretare la fine delle speranze di miglioramento basate sul merito di ciascuno? E quando si considererà davvero la formazione come ciò che determina il futuro del paese e non la palestra degli annunci e delle demagogie?
La sfida è proprio questa: occuparsi di scuola pensando certo a tutti i soggetti “interni” al sistema interessati al suo buon funzionamento (insegnanti, dirigenti, personale), ma prima di tutto pensando alle famiglie, agli studenti e al progresso sociale e civile del Paese. Essenziale è la ricerca del confronto (e quando possibile l’accordo) con i sindacati e le organizzazioni professionali, che hanno lo specifico compito di rappresentare gli operatori della scuola in quanto lavoratori e in quanto tecnici specializzati, ma in completa autonomia, che deve valere anche nei confronti dell’Amministrazione centrale e periferica. Sindacati e Amministrazione che rappresentano oggi il principale ostacolo al cambiamento. Ritengo sia un errore drammatico mettere in contrapposizione, come fa il Governo, il mondo della scuola e gli studenti e le famiglie che la frequentano: una qualsiasi riforma non si potrà mai fare senza, a prescindere da, o, peggio, contro gli insegnanti. Ma è altrettanto insensato pensare che una riforma vada bene solo se tanto rassicurante da lasciare sostanzialmente le cose come stanno in un momento in cui è evidente il calo di motivazione e il drastico mutamento nelle modalità di apprendimento dei nostri giovani.
C’è, nella scuola, una parte significativa di docenti che è ben cosciente di queste esigenze e che si concepisce non solo come puro esecutore indifferente al risultato del suo lavoro, ma come professionista, come progettista di percorsi formativi. Per questo vuole che gli sia riconosciuto il diritto di poter crescere (nelle mansioni e nella retribuzione) nel corso della propria carriera lavorativa, che vuole le nuove tecnologie nelle classi, che vuole stare a scuola in uffici idonei non solo per le 18 ore in cui sta in aula, che ritiene suo sacrosanto diritto che il suo lavoro venga valutato e valorizzato, premiando impegno e risultati conseguiti. Per questo non accetta più che il proprio percorso di assunzione avvenga un meccanismo anonimo ed ingiusto come quello attuale.
La nostra scuola va urgentemente cambiata, modernizzata, resa più efficiente ed equa. Non si tratta tanto e solo di chiedere più risorse, ma di cambiare il modo di guardare ai problemi della scuola: aumentare le risorse in rapporto al PIL adeguandole alla media europea, ma senza pensare di estendere a tutti la stessa cultura astratta che era patrimonio di pochi. Come dimostrano i fatti, questa illusione produce solo esclusione e spreco. Bisogna piuttosto fare i conti con le modalità di apprendimento delle nuove generazioni, con la pluralità delle intelligenze e delle motivazioni, attraverso una discussione aperta a tutto l’associazionismo professionale e alla società civile, come avviene nei grandi paesi avanzati quando si tratta di questioni cruciali per lo sviluppo del Paese. Bisogna andare incontro alle culture giovanili con un uso generalizzato delle tecnologie e con una flessibilità dei curricoli proposti, tale da permettere “opzionalità” non solo al singolo Istituto scolastico, ma anche ai singoli studenti.
Bisogna “aiutare la scuola a cambiare”, come ha detto qualcuno. Lavorando perché cresca, nella scuola e fuori dalla scuola, il consenso necessario affinché questa esigenza di cambiamento venga riconosciuta come interesse generale, strumento indispensabile di libertà e coesione sociale. Razionalizzare le risorse, eliminare gli sprechi, reinvestire i risparmi in questa operazione, richiedere nuove risorse finalizzandole a risultati chiari e misurabili è possibile e necessario.
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riconoscimento dei meriti, valorizzazione della professionalità dei docenti, piena attuazione dell’autonomia scolastica e valutazione del sistema.Marco Campione è Presidente di Noveris, azienda attiva nei progetti di Education, nella consulenza alla Pubblica Amministrazione e nel supporto alle agenzie formative.