Piena disoccupazione
L'opportunità del nuovo secolo
di
Edoardo Narduzzi ,
pubblicato il 26 ottobre 2009
Curiosamente una frase del ministro Giulio Tremonti sul mercato del lavoro ha suscitato un vespaio di reazioni. In verità il professore di Pavia va ripetendo il suo concetto sulla bontà del posto fisso da anni. Lo disse due anni fa, senza possibilità di equivoci ed in maniera analoga a quanto affermato durante un recente convegno della Banca Popolare di Milano, alla presentazione del libro di Massimo Gaggi e del sottoscritto (“Piena disoccupazione. Vivere e competere nella società del quaternario” Einaudi). La nostra tesi era che nel nuovo secolo ci si doveva abituare ad un nuovo concetto di lavoro, talmente distante da quello novecentesco, da poter essere qualificato come non lavoro nell’accezione tradizionale. Da qui il titolo provocatorio: nel ventunesimo secolo conseguire la piena occupazione, obiettivo massimo di politica economica, significa agire per raggiungere la piena disoccupazione. Cioè un mondo del lavoro in buona parte originale. Ma questo non significa che la trasformazione del mondo del lavoro si traduca soltanto in maggiore precarietà o minore qualità di vita. Anzi, è esattamente vero il contrario.
La peggiore schiavitù che la rivoluzione industriale ha introdotto è quella del posto fisso a vita. Un enorme sacrificio delle potenzialità di realizzazione degli individui e della valorizzazione delle loro attitudini. Il posto fisso fa accontentare, riduce la propensione al rischio del capitale umano e, quindi, la sua propensione ad innovare per se stesso e per gli altri. Insomma è una condizione contrattuale che non permette di sfruttare al meglio la conoscenza umana, cioè il principale fattore di sviluppo nell’economia contemporanea.
E’ chiaro che,come ha sottolineato Tremonti, la transizione dal mondo vecchio a quello nuovo va governata. Le accelerazioni imposte dalla globalizzazione ed anche dalla crisi in corso, di fatto un enorme processo di aggiustamento dei poteri di acquisto internazionali tra paesi ricchi ed inseguitori, hanno stravolto gli equilibri europei. Non è pensabile di poter gestire senza tensioni un mondo del lavoro che era prevalentemente fatto di contratti stabili all’epoca dei nonni ed è oggi dominato da contratti a termine o analoghi. Se la società nel suo insieme non accetta la necessità della evoluzione e si accorda per approfittarne al meglio, si ritrova come l’Italia.
L’opportunità di valorizzazione del capitale umano offerta dai contratti flessibili diventa precariato milleurista e il mancato rinnovo del contratto una caduta negli inferi della povertà. Che cosa non va da noi? Che siamo concentrati sulla componente bassa delle produzioni a valore aggiunto mondiale e così viviamo la flessibilizzazione del lavoro imposta dall’economia come un arretramento collettivo. Stiamo tutti peggio. In un’economia il cui Pil annuo è per almeno il 70% di competenza dei servizi, quelli offerti dalle imprese italiane rimangono terribilmente domestici e a sconto. Un ingegnere informatico italiano è pagato la meta di un tedesco o di un americano. Possibile nella stessa area monetaria sostenere una tale differenza di potere di acquisto? Come possono le imprese italiane comprare servizi a tariffe indiane operando in un mercato unico e pretendere di restare in un mercato competitivo? E’ chiaro che stiamo rapidamente arretrando e che queste dinamiche economiche sono la vera causa del precariato e dell’impoverimento salariale italiano. Tra poco sarà difficile convincere qualcuno a studiare ingegneria per guadagnare 26mila euro lordi dopo tre anni di attività.
Dove sbaglia il ministro Tremonti e nell’inerzia con la quale esercita la necessaria moral suasion sulle imprese. E’ azionista diretto di una parte del Pil produttivo ma permette la indianizzazione dei servizi italiani e, quindi, la deriva verso la peggiore precarietà indotta da politiche di gara e di acquisto insostenibili dal capitale umano. Invocare il posto fisso in questo contesto è come pretendere che a Bangalore si possano avere oggi salari occidentali. Una chimera. Tremonti ha sicuramente fatto bene ad aprire un dibattito sul mondo del lavoro che però deve tradursi in una svolta nella direzione di dare la possibilità di cogliere le maggiori opportunità offerte da un’economia fatta sempre di più di servizi avanzati. La flessibilità occupazionale è la più grande opportunità offerta al capitale umano da quando è iniziata la rivoluzione, il principale strumento per valorizzare l’intelligenza, cioè il bene più prezioso che abbiamo. Non solo libera dalla catena di montaggio, ma anche affranca dallo sportello bancario. Ma per farlo serve una economia originale, disposta a pagare per la conoscenza specialistica, a prendere rischi, a fare tanta innovazione e a non vivere nella dimensione pantofolaia del posto fisso.
Edoardo Narduzzi è presidente di TechEdge SpA.