Quindici anni persi
Il balletto delle riforme istituzionali
di
Alberto Stancanelli ,
pubblicato il 23 ottobre 2009
Sul cambiamento della forma di governo la classe politica italiana non è stata in grado, in questi ultimi quindici anni, fondamentali per evitare il rischio di un declino, di elaborare e realizzare un compiuto progetto di riforma costituzionale, per un nuovo e più moderno assetto tra i poteri istituzionali richiesto dai cittadini, ma anche da un contesto politico sovranazionale più dinamico rispetto a quello del nostro Costituente.
Il modello delineato dall’Assemblea Costituente, nel 1947, ha finora garantito un corretto equilibrio nei rapporti tra Capo dello Stato, Parlamento e Governo, con un perfetto bilanciamento dei poteri sotto il vigile custode della Costituzione che è stato ed è la Corte Costituzionale. Oggi è però necessario, in una società completamente differente, più matura, più esigente e più incline ad una responsabilizzazione della classe di governo con la scelta diretta da parte degli elettori (il modello dell’elezione diretta dei sindaci ha dato complessivamente buoni risultati), adeguare la Costituzione formale alla Costituzione materiale. E’, dunque, necessario superare, nel rispetto del corretto equilibrio tra poteri e con il bilanciamento delle garanzie proprie delle democrazie moderne (coniugare la decisione, ma non il decisionismo, con il controllo), quei limiti che rendono la forma di governo non più in sintonia con il comune sentire del Paese, evitando, però, al tempo stesso, il pericolo di una deriva plebiscitaria, populista e qualunquista.
E’, quindi, opportuno e funzionale superare quel Bicameralismo perfetto che non tiene conto delle esigenze territoriali e locali e riconoscere al Capo del governo un potere di indirizzo concreto, nella politica di governo, conseguente ad un’investitura diretta da parte degli elettori, in un quadro definito di regole alle quali egli stesso deve essere soggetto senza alcuna eccezione.
In questi ultimi quindici anni vari sono stati i tentativi, miseramente falliti, di rivedere la nostra forma di governo. Anche la prima Repubblica non fu da meno: ricordo, per tutti, la Commissione Bozzi e la Commissione De Mita-Iotti.
Ma andiamo al momento dell’entrata in campo di Silvio Berlusconi che doveva cambiare, modernizzandone il modo di essere, la classe dirigente del Paese e completare la transizione tra la prima e la seconda Repubblica, avviata con il crollo dei tradizionali partiti di governo, con il risultato del referendum sulla modifica della legge elettorale e con la successiva riforma elettorale e della politica dei redditi del Governo Ciampi.
E’ il 1994. Silvio Berlusconi vince inaspettatamente le elezioni politiche e subito si parla di riforme costituzionali, anche se in un clima di forte contrapposizione nella stessa maggioranza di governo tra la Lega e An sull’ipotesi di riforma federalista dello Stato. Si insedia, così, il cosiddetto “Comitato Speroni” presieduto dal Ministro per le riforme istituzionali sen. Francesco Speroni. Il Comitato approva un testo di revisione costituzionale composto da 50 articoli, ma la caduta del primo Governo Berlusconi, nel dicembre del 1994, non consente di aprire una discussione sulle proposte.
Nel 1996, all’inizio della XIII legislatura, con al governo il centrosinistra, vengono presentate varie mozioni e progetti di riforma costituzionale tra i quali, su proposta dell’on.le Berlusconi, anche l’istituzione di un’Assemblea Costituente, sino ad arrivare, nel febbraio del 1997, all’insediamento della Commissione parlamentare per le riforme costituzionali presieduta dall’on.le Massimo D’Alema. Viene avviata, in Commissione, una discussione, seguita con attenzione nel Paese, che porta ad un accordo di massima tra i maggiori partiti del momento (Pds, Fi, Ppi e An) su una legge elettorale, a doppio turno, con un presidente di garanzia, accordo che viene, improvvisamente e inaspettatamente, disconosciuto da Silvio Berlusconi (che anticipa così nei modi la politica del predellino) che si converte al cancellierato e al sistema elettorale proporzionale, decretando di fatto la fine della Commissione D’Alema. Alla fine della legislatura viene, comunque, approvata, a maggioranza, la legge costituzionale di riforma del titolo V della Costituzione che ridisegnava i rapporti tra Stato Regioni e autonomie locali, attribuendo una forte potestà legislativa alle Regioni; ma la legge resta, per gli altri importanti aspetti di riforma, ancora oggi disapplicata (federalismo fiscale, sussidiarietà orizzontale, partecipazione degli enti territoriali al procedimento legislativo).
Nel 2001 Silvio Berlusconi rivince le elezioni politiche con una forte maggioranza che, sulla carta, doveva garantire stabilità di governo e realizzare un compiuto sistema di riforme istituzionali e sociali. La legislatura arriva alla sua naturale conclusione, con costanti fibrillazioni politiche all’interno della maggioranza di governo, ma di quella tanto annunciata rivoluzione liberale non si ritrova traccia. Viene, comunque, approvata, a maggioranza, una legge costituzionale (oltre ad una pessima legge elettorale che consente alle segreterie dei partiti e non agli elettori di scegliere-nominare i parlamentari) che modifica la forma di Stato in senso federale e la forma di governo con il riconoscimento di poteri al premier tra i quali lo scioglimento del Parlamento su richiesta o a seguito delle dimissioni del Capo del governo, rendendo di fatto l’Istituzione parlamentare ostaggio dello stesso premier. Questa scelta di riforma costituzionale, con la devolution elaborata in una baita delle montagne del Nord tra una salsiccia e una birra e approvata dal Parlamento a maggioranza, non entrerà mai in vigore perché bocciata dagli italiani con lo strumento costituzionale del referendum confermativo.
La successiva legislatura, che rivede il centrosinistra al governo, dura due anni, ma il traballante governo Prodi, con la sua maggioranza eterogenea e farinosa, non è in condizioni di affrontare la discussione sulle riforme istituzionali e di cambiare la pessima legge elettorale vigente.
Nel 2008 Silvio Berlusconi vince nuovamente le elezioni e si appresta a governare, ancora una volta, con una forte maggioranza parlamentare. Ma dopo più di un anno dall’avvio della nuova legislatura, se si esclude qualche dichiarazione estemporanea del premier sulla necessità di ridurre il numero dei parlamentari e di rivedere i poteri del Capo del governo, il tema della riforma costituzionale della forma di governo sembra scomparso dall’agenda politica della maggioranza, che appare oggi più incline a rincorrere ipotesi di riforme costituzionali legate a necessità contingenti e non in un quadro organico e sistematico. Ed anche l’opposizione è assente sul tema delle riforme costituzionali e non è stata in grado di svolgere un ruolo propulsivo e di costruire nel Paese il necessario consenso per sollecitare una maggioranza che sul tema appare alquanto confusa e disomogenea.
E' membro del comitato direttivo di Italia Futura