Mondo Futuro

Le potenzialità dell'asse Washington-Pechino al servizio del pianeta

di Jonathan Woetzel

pubblicato il 20 ottobre 2009
immagine documento Solo dalla collaborazione tra i due Paesi può nascere un mondo in cui le energie rinnovabili sono la norma.

La Cina e gli Stati Uniti, i principali produttori di emissioni di carbonio al mondo, hanno recentemente adottato programmi aggressivi che mirano a ridurre le loro importazioni di petrolio, sviluppare il settore delle energie rinnovabili - creando nuovi posti di lavoro - e più in generale ridurre il proprio impatto sull’ambiente. Ma il fattore che probabilmente sarà più determinante per l’esito dei loro sforzi nel fronteggiare i rischi del riscaldamento planetario potrebbe essere la nascita di un mercato “verde” che congiuntamente hanno la possibilità di creare. Se le due superpotenze non si uniscono - mettendo in comune le loro competenze, e dando ai loro intenti un campo di applicazione globale – le prometttenti ma tuttora onerose scoperte fatte nel campo dell’energia “pulita” potrebbero rimanere tali; la lotta al riscaldamento del pianeta un’utopia e nessuno dei due Paesi ne trarrebbe vantaggio in termini di posti di lavoro, nuovi settori economici e sicurezza energetica.

Il rischio è reale. I veicoli elettrici, la cattura e il sequestro del carbonio (CCS) e l’energia solare concentrata, per esempio, avranno bisogno di ingenti investimenti, grandi infrastrutture e ricerca a tutto campo per decollare. I governi cinesi e statunitensi, insieme agli investitori privati, stanno perseguendo questi scopi, ma appare chiaro che non sono in grado di raggiungere separatamente gli stessi risultati che otterrebbero unendosi.

Che lavorino insieme in modo formale o informale, la Cina e gli Usa uniti in un gruppo di lavoro (G-2) dedicato ai cambiamenti climatici farebbero compiere un salto di qualità a queste nuove tecnologie, che avrebbe ricadute positive su tutte le altre nazioni. Le energie rinnovabili sono infatti fondamentali per ridurre le emissioni di gas serra del mondo intero, non soltanto quelle dei due stati che ne producono la grande maggioranza. Per fare un esempio, se nel 2030 la maggior parte dei veicoli su strada fosse mossa da batterie o da sistemi ibridi di propulsione, produrrebbero 42 per cento meno carbonio rispetto ai veicoli odierni, mossi da benzina e diesel. Ma tali progressi non verranno mai raggiunti – e nemmeno ci si avvicinerà – se la Cina e gli Stati Uniti non pongono insieme le basi perché accada.

Deve nascere nei due Paesi un settore economico globale dei veicoli elettrici, con entrambi i governi impegnati a creare un quadro in cui gli investitori del settore automobile si sentano stimolati ad accelerare lo sviluppo di tale settore. E’ indubbio che le aziende cinesi e statunitensi competeranno tra loro per produrre i dispositivi necessari, come i veicoli elettrici (o ibridi), le batterie, le stazioni di ricarica e quant’altro. Ma è altrettanto certo che devono crearsi nelle due nazioni le condizoni affinché questa competizione avvenga in modo leale – fissando tipologie di prodotto e standard di qualità e sicurezza condivisi, finanziando lo sviluppo delle infrastrutture necessarie, sostenendo politiche condivise sulla ricerca e lo sviluppo (ad esempio dei nuovi materiali da impiegare nella costruzione dei veicoli), assicurandosi che le politiche di commercio internazionale favoriscano, invece di frenarla, la nascita di una filiera globale di approvigionamento in materie prime per l’intero settore e infine promuovendo incentivi finanziari per l’acquisto dei nuovi modelli. Già da ora, i due governi potrebbero scegliere città cinesi e statunitensi gemellate che servano da “provetta” – promuovendovi in via sperimentale la diffusione dei veicoli elettrici – per valutare quale sarebbe la reale diffuzione dei mezzi elettrici tra gli utenti, i costi effetivi delle infrastrutture necessarie e l’impatto concreto sulla mobilità delle persone. Dati fondamentali che andrebero condivisi in entrambi i Paesi.

Questo nuovo settore ha infine bisogno di una certa scala di aplicazione e sviluppo per andare a buon fine e diventare una realtà – una scala più ampia di quanto possano ormai offrire, per quanto siano grandi e potenti, le singole nazioni. Quello dei veicoi elettrici potrebbe benissimo un giorno diventare un redditivo settore di mercato, ma quel giorno arriverà quanto prima se le due “superpotenze” collaborano a creare - appunto - un mercato più vasto e di conseguenza più attraente. Favorendo la sua nascita la Cina e gli Usa ridurrebbero di pari passo -drasticamente - i tempi necessari allo sviluppo di nuove aziende e la conseguente creazione di molti nuovi posti di lavoro. Anche il consumo di combustibili fossili calerebbe in modo impressionante, basta pensare che al giorno d’oggi circa il 50 per cento delle importazioni cinesi di petrolio - e l’80 per cento di quelle americane – sono destinate ad alimentare veicoli. In poche parole, uno più uno fa – in questo caso – tre. Un simile impulso stimolerebbe anche l’Europa ad inserirsi quanto prima nel mercato globale dei veicoli elettrici.

[…]

Ridurre le importazioni di combustili fossili (uno su tutti, il petrolio), migliorare la qualità dell’ambiente in cui viviamo e creare posti di lavoro - in tempi ridotti -non sono gli unici benefici che deriverebbero dalla collaborazione tra Cina e Stati Uniti sulle tematiche ambientali. Se le due nazioni riuscissero a collaborare, conseguendo risultati concreti e positivi, su un tema così importante, rinforzerebbe sicuramente la fiducia tra i due governi che hanno vedute radicalmente diverse su molti altri temi, ma la cui intesa non può che giovare all’equilibrio mondiale. Lo stesso si può dire della riduzione delle importazioni di combustibili fossili da parte - intanto – dei due più grandi consumatori al mondo.

Non sarà facile per i governi e il settore privato lavorare insieme affinché queste tecnologie diventino realtà. Gli ostacoli alla cooperazione sono numerosi. Le aziende di ogni paese saranno estremamente caute nella condivisione di inforazioni e risultati con i partner e concorrenti. Al momento c’è scarsa cooperazione reale sulle iniziative tecnologiche tra i due Paesi, entrambe le parti dovranno impegnarsi per costruire nuove relazioni. Serviranno nuovi ambiti istituzionali in cui possano nascere e crescere progetti condivisi, nuovi meccanismi di finanziamento congiunto, nuove regole di partnership e modelli di governance. Le aziende americane si preoccuperanno della tutela che viene data in Cina alla proprietà intellettuale (IP) delle loro idee e brevetti, quando ci saranno progetti sperimentali condivisi. I due governi dovranno chiaramente separare le iniziative congiunte in tema di energie rinnovabili da risoluzioni dal respiro più ampio sulla riduzione delle emissioni in generale. La lista delle possibili difficoltà è lunga.

Ma nessuna di esse è di natura tale da fermare il processo. I negoziati tra i due Paesi potrebbero far svanire ognuno di questi ostacoli. Perfino il punto più delicato - la tutela della proprietà intellettuale, dei brevetti – è superabile. Prorio perché aziende di ogni parte del mondo daranno un contributo a trasformare queste tre fondamentali tecnologie (veicoli eletrici, cattura e sequestro del carbonio ed energia solare concentrata) in un successo planetario, i brevetti e gli accordi sulla tutela della proprietà intellettuale dell’innovazione devono essere internazionali. Su questo fronte un passo avanti deve farlo la Cina, dimostrando che può far valere, anche all’interno dei suoi confini, alcune regole globali sulla proprietà intellettuale. La sfida, in ultima analisi, più delicata e più importante rimane la definizione della leadership necessaria a superare questi ostacoli. L’impegno, ai massimi livelli di entrambi i governi, ad avviare un percorso comune per trasformare queste tecnologie innovative in una realtà sarebbe un segnale forte. Abbastanza forte da dare l’impulso per una collaborazione a tutti i livelli tra le due nazioni, nel pubblico e nel privato, che includa ricerca, investimenti e politiche dell’innovazione, in una singola agenda.

Jonathan Woetzel è il direttore dell'ufficio McKinsey a Pechino.

Copyright McKinsey Quarterly. Ottobre 2009.


tag:  carbonio   ambiente   veicoli elettrici   cina   usa  


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#1 da federica , inviato il 22/10/2009
Vi dimenticate che l'economia piu' grande del pianeta e' l'Unione Europea, la quale pero' ha tassi di emissioni di carbonio molto piu' bassi di cina e USA. Vuol dire che la politica adottata in Europa ha qualcosa da insegnare agli altri due giganti e non si puo' eliminare la UE dalle discussioni sul futuro dello sviluppo.



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