L'imposta sul Paese
Perché è importante abbassare le tasse
di
Alberto Mingardi ,
pubblicato il 20 ottobre 2009
In quindici anni di berlusconismo, l'alta fiscalità italiana è stato un tema sempre presente nel dibattito politico. Eppure, proprio perché si trattava di una questione così legata all'agenda berlusconiana (a quell'interpretazione dei sentimenti profondi di buona parte dell'elettorato, cui il Cavaliere deve buona parte del suo successo), se ne è discusso tanto ma male.
Ancor oggi, l'Indice di Libertà Economica della Heritage Foundation ci assegna, in termini di “fiscal freedom”, un punteggio che ci consacra quarto Paese più tassato (dopo Svezia, Francia e Norvegia) d'Europa. Dal 1994 non si è ravvisato alcun miglioramento sostanziale. Eppure, dovrebbe ormai essere chiaro che l'alta tassazione costituisce un disincentivo a intraprendere e a “fare”; che la marcata proporzionalità del prelievo tradisce un pregiudizio ostile contro la proprietà, l'impresa, i “ricchi”. Il sostituto d'imposta rende “invisibili” le tasse a buona parte dei tassati: tutti quelli che svolgono un lavoro dipendente. Questa “invisibilità” supporta un'ideologia per cui lo Stato viene prima dell'individuo, il sovrano esige il suo obolo e al cittadino non resta che acconsentire alla predazione dei frutti del proprio lavoro.
La prima repubblica è stata l'epoca della spesa pubblica “a prescindere”: la tassazione per la classe politica era uno strumento, non una questione da affrontare. La seconda repubblica si è consumata nel segno di promesse di declinante ambizione: dalla flat tax del '94, alle tre aliquote del 2001, all'abolizione dell'ICI del 2008.
E' paradossalmente solo ora, che la bandiera delle basse tasse è stata ammainata dal centro-destra, che il circuito dei grandi giornali e, più in generale, lo strato più colto della pubblica opinione, si sono accorti che in Italia paghiamo troppe tasse. Chi oggi lo ricorda con grande aggressività a chi ci governa sembra però volersi limitare ad un trito gioco delle parti: inchiodare l'avversario alle sue promesse sbiadite.
Se e quando si aprisse una nuova fase, più matura, di riflessione all'interno della società italiana, sarebbe bene l'eredità più positiva dello scorso quindicennio non si perdesse. Le tasse, la misura in cui ogni individuo è costretto a contribuire alle risorse dello Stato, non possono restare in periferia del dibattito pubblico. Al contrario, bisogna ossessivamente ricordare che ogni progetto, ogni spesa dello Stato “costa” ai contribuenti, oggi o domani, e pertanto sottrae all'economia risorse che gli attori economici, liberamente, allocherebbero in modo diverso. Nessun pasto è gratis. Saperlo, è fondamentale per diventare un Paese normale.
Alberto Mingardi è direttore dell'istituto Bruno Leoni