La mobilità dell'ateneo
Università e merito
di
Paola Carlucci ,
pubblicato il 16 ottobre 2009
La pubblicazione del Rapporto sulla mobilità sociale promosso da Italia futura ha confermato una verità evidente a chi ha familiarità con il mondo universitario: «l'accesso alle opportunità di istruzione non è legato all'elitismo e all'inaccessibilità dell'università [...] ma [...] piuttosto [...] ai meccanismi di funzionamento del mercato del lavoro e delle carriere».
Come fare in modo che il merito – evocato o sotteso a tutti i dibattiti sull’istruzione - si affermi? Non basta escogitare strumenti più o meno perfettibili, legati ai vari aspetti della vita universitaria (accesso alle Facoltà, esami, valutazione della produzione scientifica etc.). Deve essere chiaro che la definizione del merito è legata a scelte politiche e sociali di valore generale. La proposta di un Fondo opportunità avanzata nel Rapporto va nella direzione di favorire appunto un’eguaglianza delle opportunità. Si tratta a mio avviso della giusta direzione, ma altre opzioni sono possibili. Occorre una seria riflessione su una questione così cruciale.
Nel corso del Novecento, i criteri di accesso ad Harvard, Yale e Princeton, sempre al top delle pur controverse classifiche internazionali di eccellenza universitaria, sono stati modificati in modo da favorire una progressiva inclusione delle minoranze e delle donne, a scapito del tradizionale studente maschio bianco e protestante. Rimane un profondo divario sociale: nel 2004, ad Harvard, solo il 47% degli studenti godeva di borse studio, mentre il restante 53% pagava la retta di più di 40.000 dollari per anno. Pur con questo ed altri evidenti limiti, il sistema è sicuramente più “meritocratico” rispetto al passato.
Il modello collegiale americano, fosse solo per le risorse pubbliche e private di cui gode, non è esportabile in Italia, le cui tradizioni universitarie sono profondamente diverse. Tuttavia, per fare un esempio tratto ancora dal Rapporto sulla mobilità sociale, non si può accettare passivamente il fatto che oggi, nel nostro paese, i figli dei diplomati abbiano meno probabilità di laurearsi rispetto alla generazione precedente.