“La povertà ha come origine principale la solitudine, l’allentamento di quei legami familiari, di quella rete di amicizie, di quell’appartenenza a comunità locali, circoli, movimenti, parrocchie, realtà sociali di qualunque credo, in una parola di quell’intreccio di legami personali che hanno fatto e fanno il nostro tessuto sociale e la nostra welfare society, caratteristica più profonda del nostro Paese. Tutto quello che distrugge questo sistema naturale e storico diventa fattore di ineguaglianza”. Nelle parole di Giorgio Vittadini, questa è la sintesi estrema del rapporto
La povertà alimentare in Italia, curato da Luigi Campiglio e Giancarlo Rovati, presentato la settimana scorsa a Roma in Campidoglio ed edito da Guerini e Associati. Si tratta della prima indagine empirica, quantitativa e qualitativa, sulla povertà alimentare mai realizzata nel nostro Paese, attraverso la collaborazione tra la Fondazione per la Sussidiarietà e il Banco Alimentare, la cui rete, con cadenza periodica, assicura la distribuzione di un pasto caldo a oltre 1.400.000 persone. Proprio la continuità del rapporto instaurato tra le famiglie colpite dalla povertà alimentare (cioè con un reddito mensile medio inferiore ai 222 euro per una famiglia di due persone) e la rete del banco Alimentare ha consentito di superare le due principali difficoltà nella realizzazione di un’indagine empirica di così vasta portata: l’individuare e il raggiungere una campione rappresentativo della popolazione in condizione di indigenza alimentare; e il rischio di poca attendibilità delle risposte, a causa della vergogna per la propria condizione e della paura che le informazioni fornite potessero venire utilizzate a proprio svantaggio.
Il quadro che emerge, attraverso l’intervista di quasi 21.550 famiglie, è quello paradossale della “malnutrizione nell’abbondanza”, cioè di una alimentazione scarsa e qualitativamente deficitaria che colpisce in maniera ancora più odiosa i più indifesi. Sono circa 3 milioni gli individui che nel nostro Paese vivono in condizioni economiche tali da dover ridurre significativamente anche la spesa per l’acquisto di cibo. E il rischio di vivere in famiglie alimentarmente povere si polarizza, colpendo maggiormente gli ultrasettantenni (643.000) e i ragazzi sotto i 18 anni (648.000): come facilmente immaginabile la distribuzione geografica di questo rischio varia notevolmente, per cui al sud il 10% dei minorenni vive in condizione di povertà alimentare. Significativamente, infine, tra le famiglie composte di almeno 5 persone, il 10% è alimentarmene povero. Si tratta di distribuzioni percentuali che non differiscono sostanzialmente da quelle riferite alla cosiddetta povertà relativa, ma che colpiscono particolarmente perché attestano di condizioni di indigenza talmente spiccate da impedire persino il soddisfacente livello di copertura di uno dei bisogni più elementari e importanti ai fini di una vita sana e minimamente dignitosa. Numeri da incubo, quelli forniti dal Rapporto, che concorrono a fornire il quadro di un Paese bloccato e estremamente sperequato, dove proprio sui più giovani grava un fardello talmente pesante,d a pregiudicare qualunque seria prospettiva di un futuro migliore e più giusto.