8 ottobre 2009
Intervento di Andrea Riccardi
Mobilità sociale
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In questi ultimi mesi mi torna spesso alla mente un verso di Karol Wojtyla, da una poesia degli anni oscuri della dittatura polacca: “io credo che l’uomo soffra soprattutto per mancanza di visione”. Aveva ragione nel grigio clima polacco. Ma avrebbe ragione anche oggi.
Infatti la politica del nostro paese, ma di più la vita stessa, soffre oggi di mancanza di visione. Nell’ultimo anno, agli effetti di spaesamento indotti dalla globalizzazione (quelli che creano un uomo e una donna spaesati, per dirla con Todorov, di fronte ad orizzonti fattisi vasti e sconfinati, ma anche invasivi), si sono aggiunti quelli della crisi economica.
Questa condizione pesa molto sull’uomo e la donna del nostro paese. Che sono incerti rispetto al futuro; che da soli non ce la fanno a decifrarlo; che spesso si lasciano andare a quei sentimenti forti che esprimono il loro disagio. Tra questi, prima, la paura, che consiglia di vigilare, di diffidare nei confronti delle presenze invasive del nostro mondo. Invece la gente di un paese, consapevole come il nostro, ha bisogno di sapere dove sta andando e che cosa si può fare e con chi. E’ finito –da molto ormai e per fortuna- il tempo delle visioni ideologiche, ma troppo si soffre per la carenza di un discorso pubblico o politico sul futuro. Senza una visione, una proiezione di speranze e di attese, un progetto, un sogno, non si vive e soprattutto si vive senza passione.
Siamo alla vigilia della celebrazione dei 150 anni dall’Unità (sul come celebrali si è dibattuto recentemente), ma ricordo l’Italia che festeggiava i cento anni, Italia ’61, con il senso di uno slancio nel futuro, pur essendo un paese più povero, meno alfabetizzato. Nessuna nostalgia, ma confrontarsi con allora per capire l’oggi. Il vero problema del dibattito sui festeggiamenti dei 150 anni d’Unità non è questa o quella interpretazione del Risorgimento, non è questa o quella intrapresa edilizia o convegnistica, ma la questione che sappiamo poco dire qualcosa di significativo sull’Italia e su che serve il nostro paese. Di questa carenza ne patisce il discorso pubblico, come ho detto.
E’ il caso del dibattito sull’immigrazione. Lodevole è stato lo sforzo della Seconda Conferenza sull’immigrazione, tenuta a Milano. Il tema dell’immigrazione registra una schizofrenia tra discorso pubblico (spesso impostato, anzi gridato, sulla diffidenza verso lo straniero, peraltro pagante alla breve in termini di consenso) e realtà, che è quella del bisogno degli immigrati da parte delle famiglie e dell’economia. C’è contraddizione tra il bisogno degli immigrati e i messaggi che si inviano a loro (con la cifra della diffidenza) e alla gente (con la cifra della paura). Ecco l’assenza di una visione sul futuro, sul profilo del paese di domani.
Un discorso pubblico diffidente sugli immigrati, peraltro, veicola odio sociale, mentre vuol rassicurare emotivamente che il nostro mondo è ben presidiato dall’invasione degli altri. Sì, veicola odio sociale in un paese che avrebbe bisogno di accrescere i legami e di aumentare il capitale di speranza e di fiducia.
Il tema dell’immigrazione manifesta la paura profonda che il nostro mondo, assediato, finisca presto. E’ la paura della fine del mondo, che Ernesto De Martino diceva essere la paura della fine del mio mondo, ma sempre avvertita come una specie di apocalissi. In realtà –anche se può apparire un po’ apocalittico- in questi anni si gioca il futuro del nostro mondo, mentre cambiano i grandi equilibri internazionali e crescono le sfide economiche e di civiltà, specie asiatiche.
Non è fine del mondo come nelle apocalissi, però il logoramento drammatico e globale di un universo, fino a ora vivo, svuotando le capacità di proiezioni in avanti, di crescita, di mutazione, per andare dolcemente o dolorosamente verso la fine. Fine non è scomparsa repentina, ma logoramento e svuotamento.
Perché il nostro mondo continui con la nostra identità e nel suo sviluppo, bisogna avere il coraggio del cambiamento. Banalità? Sì, è una grande banalità, se resta un’esortazione alla virtù. Come è possibile cambiare infatti senza una visione o molte visioni del futuro?
Poche visioni? Si può constatare la povertà del dibattito politico, disconnesso dalla cultura politica. E’ un fenomeno di lungo periodo, che ha visto la mediatizzazione, la personalizzazione ed anche la tribunalizzazione della politica: tutto si tiene dentro una logica travolgente. In sostanza è avvenuta la dislocazione della politica verso uno scenario mediatico-teatrale da quella che potremmo chiamare cultura (che è capacità di progetto, radicamento nella storia, gusto della proiezione). Alla familiarità con la cultura, la politica preferisce l’intimità dei media, necessaria, ma che non può sostituire il pensiero, anzi alla fine effimera e illusoria.
E’ la povertà del discorso pubblico, con le sue schizofrenie e le sue menzogne. Ed è soprattutto il fatto che la gente è sola, più cieca sul domani, in preda alle proprie paure. Paure e sentimenti della gente possono essere captati dalla politica. Ma è qualcosa di effimero. Manca una visione dibattuta, condivisa, del futuro.
Di converso c’è la solitudine reale di quanti, nelle posizioni più diverse e negli angoli più differenti della società, operano nella prospettiva di una visione, sentendo il bisogno di creare speranza, di mettere in movimento, di irrobustire i legami. Perché, in questo paese c’è anche un arcipelago di realtà molto positive, che sentono però il peso di un isolamento. Gli uni e gli altri, la gente insomma è sola senza una visione dibattuta o condivisa. Ed è sempre con meno aspettative, con meno voglia di investire e di rischiarsi, perché non vede la speranza. Ma la speranza non è un sentimento o una virtù prima di tutto, ma la capacità di vedere, di perseguire visioni. Sì, le visioni sono un po’ le icone della speranza. Senza di esse la speranza si smarrisce o diviene qualcosa di aereo.
Per questo –in modo se si vuole un po’ inconsueto per me- sono qui in questa iniziativa che promuove Italiafutura. E dico il mio augurio per questa iniziativa e il mio interesse per il rapporto che ci è stato presentato.
Un’iniziativa che –non ho alcuna rappresentatività per dirlo se non come osservatore- ha immediatamente suscitato un dibattito a corto respiro sugli esiti politici dei suoi protagonisti. Non vorrei far calare immediatamente l’interesse per Italiafutura, ma mi pare di dover dire che la sua iniziativa si focalizzi prima di tutto –e per scelta lucida- sulla visione del domani del paese. Non è una scelta di apoliticità, ma di metodo. Qui il motivo del mio interesse: l’investimento sulla visione del futuro.
Si coglie così il primo bisogno della gente, dei tanti spezzoni sani e significativi, partendo dai problemi. Ed il primo è quello di un paese bloccato. Certo la massa degli italiani ha più la sensazione di un paese agitato che bloccato, ma la realtà del blocco esiste, anche se è un blocco agitato.
Da qui la grande domanda: come rimettere in movimento la società italiana e uscire dal blocco? Leggendo questo rapporto, ho ritrovato la concretezza di quanto vado sentendo personalmente negli ultimi tempi: una società che soffre, perché non si sa né dire né immaginare il proprio futuro.
Il Rapporto affronta il tema della mobilità sociale, di quella intergenerazionale; ma si va anche diretti al problema centrale, l’uomo e la donna italiani. E’ impressionante la caduta di mobilità sociale nel confronto tra i nati prima del 1950 sino ai nati tra il 1985-90: si va dal 41% al 6% della fascia sociale ascendente, mentre si raddoppia e più quella discendente. La stabilità, per i nati tra il 1985-90, rappresenta una forma di stagnazione e di blocco. Questo ha una ricaduta sul modo di affrontare la vita, sul rischio che ci si assume, sul rapporto con il futuro. Questa condizione di svantaggio si trasmette anche ai propri figli. Il tasso della persistenza dei redditi in Italia è secondo solo alla Gran Bretagna: la metà degli figli dei ricchi rimangono ricchi. In Germania solo un terzo. I figli dei poveri restano poveri.
Quello che vorrei sottolineare è il nuovo approccio che definisco olistico: “un approccio ‘ciclo di vita’”. Si legge: “la mobilità sociale non si realizza all’improvviso a metà percorso, ma si costruisce attraverso le opportunità di crescita che un individuo ha a disposizione dalla nascita in poi”. Questo rende immediatamente preoccupante il fatto che il 24% dei bambini italiani nascano in situazioni di povertà. Il focus è sulla persona e sulla famiglia. Perché questi sono i soggetti da rimettere in movimento in una società che conosce un fenomeno di crescente irrigidimento. Insomma è con l’uomo italiano e con la donna italiana che bisogna tornare a parlare, mettendoli al centro.
Il blocco della società italiana fa riflettere, considerando che negli ultimi quindici anni si è smantellata un’economia in cui lo Stato aveva un ruolo di rilievo, in cui tanti italiani, per una porta o l’altra, finivano per essere “impiegati di Stato”. Rilanciare il mercato e l’iniziativa in una società che sembrava bloccata ieri… Sembra che non sia bastato, nonostante gli effetti positivi.
Il vero problema è arrivare agli italiani. E questi sono più sconnessi dalle reti –si pensi a quelle partitiche o sindacali di ieri-, più soli, più sostenuti solo dalla famiglia. Le proposte avanzate infatti sono concrete (Fondo Opportunità, Affitti d’emancipazione, Pacchetto giovani famiglie). Sono percorsi, reali e educativi, per concretizzare la speranza del futuro, non per proteggere, ma per sostenere nel rischio della vita.
Certo toccando il problema della casa e degli affitti si entra proprio in quel processo in cui la persona o la famiglia si qualifica come soggetto sociale autonomo, portatore di speranze e di iniziative, capace di vivere la vita come sfida e non di restare all’ombra di altri soggetti, ancorato a quel passato che dà garanzie. Infatti le promesse del futuro appaiono scarse, mentre il passato e quelli che rappresentano gli ambiti del mio passato, per miseri che siano, offrono qualche garanzia e protezione. Al posto delle aspirazioni, si manifesta un’attitudine difensiva verso la vita, quasi che il futuro nasconda solo difficoltà e rischi.
Questo –a mio avviso- si connette alla paura diffusa di perdere il proprio mondo. Il problema del rapporto con gli immigrati si riflette anche in un rapporto problematico con il proprio futuro. Chi vuole crescere sa di aver bisogno di loro. Si legge nel rapporto: “l’incapacità di integrare e valorizzare le energie di chi arriva da fuori ha effetti devastanti sia sulla crescita economica di un paese che sul suo sviluppo sociale. Per questo affrontare il tema dell’immigrazione in modo positivo e lungimirante è fondamentale per il futuro del paese”.
Di fronte alle sfide di un mondo di domani invasivo (il futuro, gli immigrati, le sfide economiche) si cerca rifugio nel passato della famiglia d’origine e nelle risorse prodotte ieri, ma anche e soprattutto nell’enfasi del territorio.
Sappiamo tutti, come nel mondo della globalizzazione il territorio o la città hanno grande valore, ma il localismo non può rappresentare un rifugio. Abbiamo sotto gli occhi sfide della globalizzazione, che uno Stato nazionale fatica da solo ad affrontare. Figuriamoci! Ben dice il Rapporto: “occorre fare attenzione che il decentramento non diventi una scusa per abbandonare molte comunità a se stesse e deresponsabilizzare un’intera classe dirigenziale”. Sicurezza…
La sfida per le giovani generazioni (e con loro per tutti) è che si abbia la capacità di cogliere come il vero “rifugio” sta nel futuro del paese. Non bastano però le parole o la retorica per suscitare questa fiducia. Lo si vede nella questione della denatalità, che una predicazione della paura contro l’altro, non contribuisce a far innalzare, ma deprime. Occorre esperimentare percorsi di movimento positivo verso il futuro, suscitatori di crescita e di benefici, di realizzazione personale positiva e di senso. Per questo sono interessato alle proposte avanzate dal Rapporto, perché suggeriscono non parole ma aprono a percorsi in cui si può sperimentare la positività del cambiamento. Provano a ravvivare le aspirazione depresse di una generazione.
In questo senso, sono convinto che i 150 dell’Unità possano essere l’occasione per provare a creare un patriottismo delle cose con il gusto della casa comune nazionale, riscoprendo quel legame che ci fa star meglio insieme. Insomma provando a capire come essere italiani di domani significhi qualcosa.