L'Italia è un paese bloccato. Muoviamoci!

3. Quali politiche?

Dopo aver analizzato la difficile situazione italiana viene da chiedersi se sia davvero possibile “sbloccare” un sistema giunto a tali livelli di rigidità, e quali politiche siano attivabili a tal fine.

Molto spesso si crede che per promuovere la mobilità sociale sia necessario e sufficiente introdurre un sistema più meritocratico nell'attribuzione di lavoro e risorse. In realtà la premiazione del talento e dei meriti nel lavoro è solo una componente della mobilità sociale. L'elemento decisivo giace a monte, ovvero nell'accesso ad una serie di opportunità di base fondamentali per la crescita e lo sviluppo dei meriti, come l'accesso ad un'istruzione di qualità e l'esposizione a stimoli culturali e sociali che aiutano a crescere e a far maturare certe capacità.

Questo perché talento e meriti non sono innati, ma richiedono di essere coltivati e necessitano di contesti economici, sociali e culturali favorevoli per potersi sviluppare.

Molto spesso chi è nato in contesti favorevoli entra nel mondo del lavoro già svantaggiato, con livelli d'istruzione insufficienti, ritardi culturali pesanti. Per questo la mobilità sociale ha bisogno di due condizioni: politiche sociali efficaci che garantiscano pari accesso alle opportunità di crescita e sviluppo, e un sistema economico in grado di riconoscere i meriti e dare opportunità di carriera.

Figura 9: Gli elementi della mobilità sociale

Bilanciare queste due anime non è semplice. Nel corso del tempo alcuni paesi si sono caratterizzati per aver posto maggiore attenzione all'uno o all'altro elemento, anche se in anni più recenti si nota un certo processo di convergenza verso un migliore equilibrio tra le due componenti.

Per esempio, Svezia e Danimarca hanno tradizionalmente enfatizzato più le politiche sociali, ma dagli anni Novanta hanno introdotto maggiore dinamismo e meritocrazia attraverso liberalizzazioni e maggiore flessibilità nel mercato del lavoro.

Altri paesi, come Gran Bretagna e Stati Uniti, hanno invece puntato più sull'efficienza dei meccanismi meritocratici di mercato che non sulle politiche sociali, trovandosi però a fare i conti, in anni più recenti, con fette di società sempre più emarginate e con un progressivo irrigidimento delle loro strutture sociali. È per questo che dalla fine degli anni Novanta la Gran Bretagna ha avviato una serie di programmi volti a recuperare terreno soprattutto sui servizi all'infanzia, l'educazione prescolare, e sulla riduzione della povertà infantile, fino ad incorporare ed espandere queste misure nel più recente White Paper, una vera e propria strategia per stimolare la mobilità sociale.

Allo stesso modo gli Stati Uniti di Obama stanno cercando adesso di recuperare quella mobilità sociale che è andata progressivamente sfumando, raddoppiando gli investimenti in istruzione, cure per l'infanzia e aiuti alle famiglie per garantire accesso ai servizi sociali, sanitari e formativi.

Sono infatti gli investimenti nelle prime fasi della vita quelli più critici: cura e assistenza ai bambini, supporto alle famiglie con figli piccoli, istruzione e socializzazione nelle prime fasi dell'infanzia.
Come mostrano molti studi, tra cui le ricerche del premio Nobel James Heckman, sono queste le politiche sociali che hanno l'impatto maggiore sulla riduzione delle disuguaglianze e sulla creazione di opportunità per il futuro.

Non è un caso se la Francia, che ha servizi per l'infanzia molto sviluppati e un consistente supporto per le famiglie, registra un tasso di povertà infantile molto limitato, un basso livello di diseguaglianza nella distribuzione dei redditi e un buon tasso di mobilità dei redditi.

Il dramma dell'Italia è che è debole su entrambi i fronti: sia sull'accesso alle opportunità di lavoro e ai criteri di crescita professionale, che sulle politiche sociali destinate all'infanzia e alle famiglie con figli piccoli. Infatti, mentre la media dei paesi Ocse spende il 2.4% del PIL in politiche per la famiglia e per l'infanzia, l'Italia ne spende solo l'1.2%. Una percentuale che appare ancora più bassa se confrontata con i paesi europei con i quali amiamo confrontarci come la Francia, la Gran Bretagna, o la Germania, che hanno percentuali di PIL investito in bambini e famiglie tre volte maggiori della nostra. E quindi mentre la media dei paesi della vecchia Europa spende circa 537 euro per famiglia, l'Italia resta ferma a 248 euro.

Eppure in Italia ci si lamenta spesso dell'elevata spesa sociale. Dove finisce questa spesa? Per il 60% in pensioni. Una percentuale enorme: in tutti gli altri paesi della vecchia Europa le pensioni coprono circa il 40% della spesa sociale. Parallelamente siamo il paese che investe la minor quota di spesa sociale in politiche per i bambini e le famiglie: poco più del 4% dell'intera spesa, meno della metà della Francia e quasi un terzo rispetto alla Germania.

Figura 10: Percentuale della spesa sociale destinata alle pensioni

Figura 11: Percentuale della spesa sociale destinata a politiche per infanzia e famiglia

Il problema delle politiche sociali tuttavia non è solo una questione di quanti soldi si spendono, ma anche di approccio. Infatti, all'interno delle stesse politiche sociali vi possono essere vari tipi di interventi, con impatti e risultati anche molto diversi tra loro. Vi possono essere politiche sociali orientate al sostegno dei redditi dei genitori, occupati o disoccupati, attraverso trasferimenti monetari, oppure politiche più focalizzate sui servizi a sostegno delle famiglie, o ancora incentivi e sgravi fiscali per i nuclei familiari. La Figura 13 mostra la composizione della spesa sociale per l'infanzia e le famiglie nei paesi Ocse.

Paesi come la Francia, la Gran Bretagna o la Germania, per esempio, adottano un mix di misure che vanno dai trasferimenti monetari a forti agevolazioni fiscali e, soprattutto, un crescente investimento in servizi, soprattutto per la prima infanzia.

In Italia invece il mix non è così ben bilanciato e non appare molto efficace né nel contrastare la povertà infantile, né nel sostenere genitori e bambini nel processo di crescita. Le misure fiscali sono scarsissime e poco incisive a causa dei criteri complessi e contraddittori su cui sono basate, i servizi sono sbilanciati sull'istruzione scolare e prescolare dai tre anni in su, che è molto buona, ma ancora deboli e frammentari sul fronte della prima infanzia, e i trasferimenti monetari appaiono allocati in modo poco efficiente ed incapace di appianare davvero le diseguaglianze, come mostra anche il recente rapporto dell'Ocse sulla povertà e le disparità sociali  e come hanno più volte evidenziato anche studiosi ed esperti italiani.

Le recenti pressioni in Italia per aumentare la spesa in ammortizzatori sociali come sussidi alla disoccupazione e alle pensioni sono utili e giustificati, ma possono dare solo sollievo temporaneo e devono comunque essere integrate da politiche mirate a rafforzare i servizi e a supportare la partecipazione attiva alla vita economica e sociale del paese.

Come evidenziato anche dall'ultimo rapporto dell'Ocse sulle diseguaglianze sociali, il modo più efficace e duraturo per costruire una società equa e dinamica è investire in tutto quello che dà alle persone gli strumenti per qualificarsi, lavorare, guadagnare e fare carriera. E per ricominciare quando inciampano e cadono. Opportunità di studio, formazione, supporto nell'avvio di attività professionali, imprenditoriali, supporto nella conciliazione vita e lavoro per poter crescere professionalmente quando si hanno bimbi piccoli – le fasi più cruciali nel percorso di carriera di un individuo.







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Docente all'Universita' Carlos III di Madrid, è esperta di innovazione, creatività e sviluppo economico. È consulente del Dipartimento Affari Economici e Sociali dell’ONU, della Commissione Europea e di numerosi governi regionali, enti e aziende in Italia e all’estero.

Le proposte del rapporto


Fondo opportunità
Un sostegno economico per gli studi, attivato alla nascita, con versamenti periodici dallo Stato.
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Pacchetto giovani famiglie
Misure concrete per sostenere le giovani coppie con figli: affitto, baby sitter e sgravi fiscali.
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Affitti di emancipazione
Un contributo economico per aiutare i giovani lavoratori a rendersi indipendenti
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