L'Italia è un paese bloccato. Muoviamoci!
2.4 Tempi e criteri di carriera e crescita professionale
I tempi e i criteri che guidano il percorso di crescita professionale sono un elemento chiave per la mobilità sociale di un paese.
Quando un paese offre opportunità di affermazione legate principalmente ai meriti e alle competenze conseguite anziché al censo si mette in moto un potente meccanismo di mobilità sociale. In questo modo infatti si creano forti incentivi a perseguire percorsi di studio anche per i meno abbienti. In Italia questo meccanismo si è inceppato.
Gli studi e l'università non sono più un ascensore sociale significativo in quanto non garantiscono vantaggi tangibili in termini di carriera, a meno che non vi sia alle spalle una famiglia già avvantaggiata. A differenza degli altri paesi,
in Italia il tasso di disoccupazione dei laureati è pressoché pari a quello dei diplomati, e il salario di ingresso di un laureato è pressoché lo stesso di un diplomato. La situazione è aggravata dal fatto che questi inizi “rallentati” non vengono recuperati nel corso della carriera professionale. Infatti i criteri e i tempi delle carriere sono oggi molto più difficili e lenti di una volta, e se ne ha conferma osservando le dinamiche salariali tra le nuove generazioni e quelle più anziane.
Mentre alla fine degli anni Ottanta il differenziale retributivo tra vecchi e giovani era meno del 20%, nel 2004, secondo i dati della Banca d'Italia, questo gap è arrivato al 35%. Un divario che risulta più pronunciato per i giovani laureati, che hanno perso proporzionalmente più terreno rispetto ai colleghi più anziani con lo stesso livello di istruzione.
È importante inoltre sottolineare che questa crescente divergenza tra redditi dei più giovani e dei più vecchi non è soltanto il frutto di più bassi salari di ingresso che vengono poi recuperati nel tempo, ma rispecchia percorsi di carriera complessivamente rallentati e svalorizzati rispetto al passato.
Mentre i giovani più istruiti entrati nel mondo del lavoro a metà degli anni Ottanta riuscivano ad aumentare il proprio salario di oltre l'85% nel giro di sette anni, quelli entrati sul mercato del lavoro agli inizi degli anni Novanta dopo sette anni avevano raggiunto un aumento molto inferiore, ossia del 54%.
Anche per questo in Italia i “ritorni” dell'investimento in istruzione universitaria, intesi come il reddito addizionale raggiungibile con il titolo di laurea, sono andati diminuendo e sono oggi piuttosto bassi rispetto a molti altri paesi Ocse. Una tale situazione non può che scoraggiare chi viene da situazioni già precarie e non può permettersi anni e anni di attesa prima di vedere i ritorni dell'investimento fatto in istruzione.

Le uniche eccezioni sono rappresentate dai quei giovani che possono capitalizzare non solo e non tanto sulla propria laurea, ma su quella del padre: un laureato in legge con un padre notaio o avvocato avrà ritorni ben diversi da chi ha un padre che ha fatto la terza media; un farmacista col padre farmacista potrà accedere ad opportunità migliori in tempi più rapidi e così via. È per questo che in Italia si trasmettono di generazione in generazione non solo i beni e i redditi, ma anche le professioni. Il 44% degli architetti è figlio di architetti, il 42% dei laureati in giurisprudenza è figlio di laureati in giurisprudenza, il 40% dei farmacisti è figlio di farmacisti e così via, innescando una spirale negativa che non fa che aumentare l'immobilismo sociale del nostro paese e aumentare la sensazione di impotenza delle generazioni più giovani.
Infatti una simile situazione non solo causa disfuzioni nei processi di transizione tra una generazione e l'altra, ma introduce distorsioni e ineguaglianze tra gli appartenenti ad una stessa generazione.