6 giugno 2009

Il costo dell'immobilità sociale

L'entusiasmo mortificato

di Irene Tinagli ,
immagine documento




















Ci sono problemi che non vanno in vacanza. In Italia un bambino su quattro è a rischio di povertà. Questo significa due milioni e mezzo di bambini che magari non muoiono di fame, ma vivono in contesti disagiati, con scarsi stimoli sociali e culturali e con pochissime prospettive di riscatto.

Infatti, per chi in Italia nasce in condizioni svantaggiate è sempre più difficile poter aspirare a una adeguata crescita personale e una buona realizzazione professionale. La mobilità sociale è sempre più bassa. La probabilità che il figlio di persone non diplomate riesca ad andare all’Università e laurearsi è tra le più basse d’Europa, e i risultati scolastici sui test PISA dell’Ocse ci dicono che a 15 anni il futuro è già segnato dalla provenienza sociale : quasi il 70% dei ragazzi che hanno i migliori risultati provengono da famiglie agiate. Non è un caso se in Italia il 44% degli architetti è figlio di architetti, se il 42% dei laureati in giurisprudenza è figlio di laureati in giurisprudenza e così via per medici, farmacisti e ingegneri. Chi non è figlio di avvocati, ingegneri o dottori fa sempre più fatica ad emergere e recuperare lo svantaggio iniziale perché i salari di ingresso nel mondo del lavoro sono sempre più bassi e le progressioni di carriera per i giovani più lente e faticose.

Questa situazione non solo è socialmente inaccettabile, ma mina le fondamenta dello sviluppo economico e la competitività del nostro paese, perché esclude progressivamente dal tessuto produttivo una fascia sempre più ampia di persone e di giovani talenti. E perché mortifica l’entusiasmo e la motivazione delle nuove generazioni.

Per quanto si cerchi di nasconderli, evitarli o negarli, questi problemi restano lì e continueranno a peggiorare se non faremo niente. Per questo IF continuerà a lavorare quest’estate e tornerà a settembre con una campagna volta a restituire opportunità e speranze alle nuove generazioni, a partire proprio dai bambini e dai giovani che si apprestano oggi a formare una famiglia e cercare faticosamente di affermarsi nel mondo del lavoro e garantire opportunità migliori ai propri figli.

Stay tuned!

La campagna "L'Italia è un paese fermo" verrà lanciata a Roma il 7ottobre.

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#3 da stefano, inviato il 14/10/2009
Ormai chiunque e' al mondo, si deve mettere in testa che se vuole vivere e non sopravvivere,deve necessariamente essere dinamico sia col pensiero che con il corpo.Il mondo va cosi' veloce che e' impossibile che con il vecchio immobilismo statico delle persone possa risolvere i problemi attuali.Per esserci ognuno si deve muovere e andare in contro l'uno con l'altro, non solo via web ma anche con tutti gli altri mezzi di trasporto che esistono.Il futuro e' nel dinamismo delle persone,di potersi incontrare, raggiugersi e stringersi la mano e con diponibilta'ottenere insieme reciproci interessi comuni.Ci manca una lingua comune,e un mezzo di trasporto aereo libero, autonomo e personale.Questo e'il sistema del momento reale e attuale che invece e' solo per pochissimi individui.Costa di piu' l'immobilita' sociale che il dinamismo collettivo....

#2 da Ernesta, inviato il 13/10/2009
Finalmente qualcuno che considera l'immobilità sociale come causa di recessione di una economia. Peccato che le soluzioni proposte siano sempre e solo di natura assistenziale. Io penso ci siano altre soluzioni, meno costose e dirette a tutti: avete per esempio idea che in Italia per avere la licenza per l'autotrasporto di persone bisogna già possedere l'automezzo idoneo e una rimessa? E se poi non ottengo la licenza? Avete idea che per avere la licenza per somministrazione di alimenti e bevande devo avere già il locale e per giunta attrezzato? E se poi non ottengo la licenza? L'immobilità parte già da qui: dalle piccole attività commerciali e artigianali. Se poi andiamo al mondo delle professioni: perchè per il figlio di un commercialista è più semplice intraprendere la professione del padre? Semplice: il figlio del commercialista farà in tutta tranquillità i due anni di praticantato nello studio del padre, e gli altri? Poichè sono potenziali concorrenti si impedisce loro di accedere alla professione. Come dire: si risolve il problema dei vecchi uccidendoli fin da bambini. Sarebbe molto meno costoso e molto più giusto liberalizzare le licenze e permettere l'accesso alle professioni solo attraverso l'esame di stato senza quella buffonata che è la pratica presso un professionista già iscritto (io sono diplomata, ho lavorato presso studi commerciali, ho preparato diversi soggetti a sostenere l'esame di stato, ma io non lo posso sostenere). Costo zero e concorrenza che da sola elimina i meno capaci dal mercato.

#1 da Luca Alfieri, inviato il 9/10/2009
Questo perchè, fondamentalmente, nel nostro Paese è molto forte la cultura della famiglia, della corporazione, del link personalistico.

Si aggiunga inoltre che le Università, purtroppo, non sono più volte alla "produzione" di eccellenze - trasformandosi piuttosto in "esamifici", dove l'obiettivo non è il 30 quale espressione della conoscenza acquisita, ma il 30 fine a se stesso.

La mancanza di contatto tra mondo del lavoro e mondo accademico, la separazione netta tra istruzione e professione, aggravano l'impossibilità per i neolaureati di collocarsi adeguatamente nel mondo del lavoro.

In primo luogo perchè le università abbandonano i propri studenti già durante il percorso di studi, mancando al loro compito principale.

In secondo luogo perchè il mondo del lavoro fatica a fidarsi delle competenze teoriche acquisite dal laureato nel corso degli anni.

Non è un caso che, stando a classifiche e statistiche nazionali e internazionali, le università italiane siano tra le peggiori al mondo e, tra i metodi di ingresso nel mondo del lavoro, primeggia notevolmente la "chiamata personale".

Cordiali Saluti



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