Povertà e malizia
Una comunicazione viziata
di
Mauro Bussani ,
pubblicato il 30 settembre 2009
Tra le ragioni di maggior peso che spiegano l’ingessatura del Paese, una delle più drammatiche riguarda lo scarso candore del discorso pubblico. La ricchezza delle elaborazioni disponibili è una manna di cui godiamo. La difficoltà di selezionarle è il companatico di qualunque élite politica. La trasmissione dei dati rilevanti, non solo statistici, è un’opportunità ed un dovere per chiunque di informazione vive (nel senso che è pagato per farlo). Eppure, quell’imponente e capillare flusso comunicativo che è veicolato da circuiti politici e media è troppo spesso malizioso, confuso, o povero. Troppo spesso quel flusso si rivela incapace di affrontare con serietà e perseveranza i dati, di farli oggetto di campagne puntute, di propagare gli elementi che sono essenziali a forgiare, oltre che politiche di consenso non decadenti, decisioni adeguate ai problemi.
Le illustrazioni possibili sono molte. Prendiamo ad esempio quelle relative: alla sicurezza interna, al ruolo internazionale del paese, all’università.
Sicurezza. Abbiamo un elevatissimo numero di donne e uomini appartenenti alle forze armate, il numero di gran parte dei reati è da anni stabile od in calo, eppure il problema della in-sicurezza, soprattutto di quella generata dalla diffusione degli immigrati, è tramandato come l’incubo del nostro tempo. Due punti meritano allora il rilievo. Il primo è che alla fobia anti-immigrati, anche il contrasto retorico ‘siamo una nazione di emigranti, dovremmo ricordarci di come eravamo trattati’, mostra la corda. Piuttosto, occorrerebbe ricordare che, in virtù di potere e ricchezza, per secoli la nostra è stata proprio terra di immigrazione – ed in qualche caso, e per altri motivi, anche di occupazione. Ma grazie a cultura, economia, istituzioni, secolari o religiose, chi arrivava si assimilava al punto che le sue origini sono oggi irrintracciabili. Il secondo punto parte dall’ovvia considerazione che un obiettivo irrinunciabile per tutti è la legalità delle condotte di chiunque, immigrato o no. La legalità ed il rispetto delle regole non sono però valori-torta, per cui ciascuno prende la fetta che preferisce. Eppure non si parla di alcuna ronda per contrastare, ad esempio, l’illegalità dell’evasione fiscale, che in un paese come il nostro produce danni, diretti ed indiretti, sociali e privati, assai maggiori dell’immigrazione clandestina, in termini di entrate e quindi di servizi e politiche di sviluppo, in termini di concorrenza sleale nei confronti di chi le imposte le paga.
Ruolo internazionale. Quando invece passiamo al rondismo internazionale, occorre intendersi. Può ben darsi che partecipare a tutte, o ad alcune delle missioni militari cui diamo il nostro contributo, sia un errore. Se così fosse, bisognerebbe però individuare altri strumenti con cui concorrere a rafforzare il nostro ruolo internazionale. Rafforzamento che non punta solo ad avere accesso al rondò dei meeting internazionali, ove peraltro si possono adottare decisioni cruciali anche per il nostro paese, ma poter portare a casa appalti e licenze di sfruttamento di materie prime, concessioni commerciali e possibilità di meglio veicolare i nostri prodotti, insomma: lavoro, produzione, ricchezza, per i socialmente privilegiati e per i socialmente ultimi.
Certo, fra i modi di costruire immagine e ruolo pervasivo per il nostro paese, occorrerebbe capire perché il discorso pubblico nostrano lacrimi su questo o quel mal-trattamento inflitto all’Italia dai news-maker internazionali, e non si lanci nella costruzione di un’arma efficace quale sarebbe quella di un set mediatico - agenzia stampa, televisione, radio - a copertura globale e pluri-lingue. Set che dovrebbe, oltre che trainare i molti contenuti che siamo in grado di offrire al resto del mondo, veicolare il nostro ‘punto di vista’ sugli affari globali e farne una delle misure di riferimento possibili per il dibattito che conta.
Ricerca. Sull’università tutto (o quasi) è noto. I direttori amministrativi delle università ricevono uno stipendio doppio del professore ordinario, il quale (il professore lavori o no) è pari a quello dei dirigenti amministrativi (lavorino o no), ed inferiore a quello di qualsiasi direttore di filiale di banca. I ricercatori ed i dottorandi di ricerca guadagnano meno di un impiegato. I finanziamenti premiali del Ministero vanno alle Università invece che ai singoli ricercatori, o gruppi di ricerca. La notte del valore legale del titolo rende tutti gli atenei grigi, e tutti i contribuenti pagano gran parte dei costi formativi degli studenti, di ogni classe sociale. Le nostre università sono ben distanti da posti onorevoli in qualsiasi classifica internazionale. La normativa amministrativa (anche) delle università è intonata al ritornello borbonico, per cui se occorre vigilare su quattro lestofanti, tutti devono essere vessati.
Nondimeno, ciò di cui maggiormente si appassiona il dibattito è lo sparo col cannone alle cornacchie delle commissioni di concorso, o della fuga dei cervelli. Al grido di ‘è un buon inizio’, ‘almeno cominciamo col fare questo’, il risultato, se non l’intenzione, è difatti quello di contribuire a rinviare sine die ogni riforma cruciale e seria.
Come detto, gli esempi potrebbero moltiplicarsi (dalle cause della lentezza della giustizia, a quelle che impediscono di tracciare linee rette fra poteri e responsabilità, in politica, nel sistema finanziario, nel mondo corporativo delle professioni). Quanto risulta è comunque la mancanza di forza impressa al candore dei dati, di qualunque segno. Un fenomeno così ricorrente da costituire ormai un velo fitto e spesso alla capacità del nostro sistema di ‘vedere’ i problemi, ancor prima che le soluzioni. E’ tempo di alzare quel velo.
Docente di diritto comparato all’Università di Trieste, ha insegnato negli USA, in Francia, Cina, Brasile, Perù, Portogallo, Serbia. È direttore scientifico dell’International Association of Legal Sciences dell’Unesco e membro del CdA dello “United World College of the Adriatic” e di “S.I.S.S.A. Medialab”.