Mondo Futuro
In difesa di Huntington
di Vittorio Emanuele Parsi
pubblicato il 25 settembre 2009

Oltre che autore del saggio "The clash of civilizations", Huntington è autore di uno dei più accreditati studi sulla democratizzazione ("La terza ondata"), che rappresenta tuttora un punto di riferimento per la scienza politica.
Per capire la rilevanza del suo saggio sullo scontro di civiltà, occorre contestualizzarlo e ricordare che esso presentava un punto di vista alternativo a quello liberale di Fukuyama sulla fine della storia, che peraltro sosteneva che il fondamentalismo religioso non avrebbe costituito una sfida significativa per il liberalismo sul campo della legittimazione dell'autorità (neppure all'interno del mondo islamico e nei confronti dei liberali presenti nelle società dove l'islam è maggioritario). Ambedue i saggi, contenevano intuizioni importanti per comprendere il dopo guerra fredda e, ovviamente, errori di previsione. Essi offrono visioni in realtà complementari per interpretare gli eventi del dopo '89. Ciò che resta vero nella sua riflessione è che, con il tramonto delle ideologie, le questioni identitarie sarebbero state politicizzate e che quelle che potevano rifarsi a una matrice religiosa sarebbero state più facilmente impiegate, cosa che si è puntualmente verificata e non solo nel mondo islamico.
Dopo la fine dello scontro tra comunismo e liberalismo, Huntington sosteneva fosse illusorio (come prospettava Fukuyama) attendersi un'epoca di progressiva e naturale armonia degli interessi (qualcuno ricorderà le tesi di E.H. Carr) e di omologazione politica globale al liberalismo. In questo senso, la storia ha fatto tutto meno che smentire Huntingon. E, sia ben chiaro, ha dato parzialmente ragione anche ad alcune delle intuizioni di Fukuyama. Fred Halliday, che ho il piacere di conoscere personalmente, ha un'impostazione molto differente, e ha dedicato un libro importante alle Relazioni internazionali nel Medio Oriente, pubblicato in Italia 3 o 4 anni fa, in cui polemizza con il collega di Harvard. Non c'è dubbio che il ceto politico e i suoi i aiutanti si siano serviti delle tesi di Huntingotn, piegandole alla polemica politica spicciola, e spesso senza davvero capirle, ma questo non fa delle tesi di Huntington della "pacottiglia intellettuale". Huntington è infatti uno degli autori più malamente citato e meno letti della scienza politica. Resta vero che sta all'impegno dei cittadini e dei politici lavorare affinché quello scenario di scontro non si realizzi. Ma questo è un discorso diverso. E' una condivisibile opzione politica, che con la scienza ha poco a che fare. E che, per nulla paradossalmente, finisce col perdere forza proprio per l'inutile polemica con il lavoro di Huntington.
Huntington, in definitiva, era uno studioso di scuola realista (come Mearsheimer, tanto per citare un altro grande vecchio), più attento a sottolineare i rischi del conflitto delle possibilità della cooperazione. Questo, semmai, è un limite strutturale del pensiero realista (che evidentemente può vantare altri meriti), ma é un grave errore concettuale (peraltro talmente comune da essere ormai diventato un mantra del politicamente corretto) dipingerlo come un ideologo della impossibilità della convivenza. Huntington è morto l'anno scorso, onorato dalla comunità scientifica internazionale.