Il declino dell'impero turistico italiano

2009 D.C

di Stefano Ceci , pubblicato il 25 settembre 2009
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L’impero turistico italiano vacilla, colpa di nuove orde di competitors che hanno fatto breccia nei nostri valli? Barbari a prezzo stracciato? Gente senza onore e regole di cavalleria che vuole l’oro di Roma? Io di questi invasori non vedo traccia. Se ne stanno a casa loro, e ci mostrano come hanno scelto il campo di battaglia migliore per vincere, quali le armi costruite ad hoc per quel campo di battaglia e quali, sopratutto, i pensieri strategici che animano dal generale all’ultimo fante. No, non c’è stata un’invasione c’è stata un’evasione. I turisti scappano verso altri territori e quelli fedeli vorrebbero al più presto delle risposte per rimanere e tornare. L’impero turistico italiano declina perchè gli strateghi, i manager, i docenti, gli operatori, gli addetti fino all’ultimo cameriere, che sostengono che la sostenibilità non è nemica della competitività, e hanno scongiurato di non usare le armi pesanti delle macro strutture e organizzazioni su un terreno fragile, e hanno parlato di attraenza e non solo di conservazione, e hanno insistito che i turisti non possono essere trattati come degli acquirenti di un qualunque bene di consumo, e in definitiva hanno modestamente osservato, che sia il mktg che la cultura turistica di cui siamo portatori storici è in gran parte da rottamare e reinventare, bene tutti costoro, nei rispettivi campi, tra i loro colleghi, sono una sparuta minoranza. Io faccio parte di questa minoranza che si è stufata di essere considerata alla stregua di un indigeno irriducibile alla civiltà maestra (nei casi migliori) o di un’utopista hippy (in quelli peggiori)


Dunque sulla denuncia di mancanza di politiche nazionali e strategiche per il turismo italiano, non ho la benchè minima intenzione di associarmi al coro tecnocratico della maggioranza dei colleghi impegnata sulle procedure, sulle reti, sui protocolli d’intesa. Spiacente, non ho intenzione di convincerli, ho intenzione di non essere più una minoranza. Voglio parlare di come i turisti abbiano imparato a democratizzare il turismo e viceversa i tour operator siano sempre meno produttori di mentalità turistica, e di come le governance riducano a ragioneria ciò che meriterebbe rango migliore. Questo è lo snodo strategico, non affrontarlo è come suonare valzer mentre il Titanic imbarca acqua.


Tanto per iniziare ecco due mondi turistici su cui ragionare.


Il mondo turistico che c’è

Semplificando l’Italia turistica si offre in tre tipologie:


Distretti turistici maturi: balneare e montano. I pionieri dello sviluppo, dove il turismo è la “prima industria” da sempre ma dove il prodotto, nonostante lifting anche pregiati, inizia a non reggere più la chirurgia estetica.


Città d’arte e luoghi dell’italian lifestyle. Investite da un turismo che non fa più solo foto ai monumenti ma fotografa mentalmente l’intera città, compreso il conto al ristorante.


Aree a potenziale sviluppo, dove le attrattive paesaggistiche, naturalistiche, di tradizione, etc, etc, dopo la prima fase di “scoperta”, sono oggi a forte rischio identitario se la sostenibilità non diviene anche competitività e viceversa.


Il mondo turistico che sta accadendo:

Semplifichiamo quello che frulla sotto forma di Web:


Frullano sogni, informazioni, rivoluzioni, insieme badate bene. E’ il Web 2.0, lontano dalla maggioranza degli operatori turistici italiani come Cristoforo Colombo quando vide terra. Web 2.0, l’uovo di Colombo: qui gli utenti immettono contenuti, raccontano le proprie esperienze, recensiscono personalmente hotel, percorsi, persone. Se volete, un processo di “democratizzazione” del viaggio e dell’informazione turistica che non si vedeva dai tempi del lancio di Nouvelle Frontieres. Gli operatori non hanno più il controllo esclusivo delle informazioni sulle loro attività, e il passaparola virtuale diventa il sistema privilegiato di informazione, di confronto e di scelta, di più: l’economia turistica diviene così più credibile, controllata, critica, dunque orientata decisamente alla qualità dell’offerta.


Queste due semplificazioni hanno una relazione? No, non ce l’hanno, farsene una ragione, please.

Tanto per divertirci poniamoci allora qualche interrogativo: come l’Italia reinventa il proprio turismo nell’epoca in cui incertezza e voglia di enterteinement si sovrappongono? Come e perchè i turisti cambiano da soli e non si fanno più “formare” dai tour operator? Cosa diventano i luoghi del turismo quando non sono più riducibili ad alcuni estranei che fanno i turisti e il resto degli autoctoni fa un’altra vita? E se fosse questa vita “turistica” ad insegnare una qualità del vivere agli autoctoni? Paradossale? Mica tanto. E se ancora i fatturati si incrementano se si intercettano i modi in cui i turisti formano ormai da soli la coscienza del luogo che vogliono visitare? Se fosse che il vero problema, l’anello debole dell’offerta turistica italiana, non riguardi la piccola dimensione delle strutture, ma la piccola dimensione del pensiero globale sul territorio? Ancora menti prima che ettari e letti.


Possiamo metterla in un altro modo: più la fruizione del turista è sensibile ed esigente più il contesto sociale che visita è “aperto”, più l’ospitalità non è cioccolatino sul cuscino ma un modo di fare partecipi di un flusso di vita. Più c’è scambio, più c’è la capacità del luogo di raccontarsi all’ospite. Questo genera la virtù opposta: il turista racconta il luogo da cui proviene, così si capisce la sua vera aspettativa e il suo mondo entra in quello visitato. Non c’è modellistica di marketing che tenga per arrivare a questo obiettivo. Non è problema di procedure ma di ambizioni culturali. Facciamo solo una minuscola comparativa: il caveau d’arte italiano vale 41 siti iscritti nella lista dei Patrimoni dell’Umanità dell’UNESCO, il più alto numero al mondo. Pensiamo veramente che questo colossale e variegato immaginario storico artistico possa essere affidato ad un mktg troglodita che intende i rapporti con il cliente con gli stessi parametri di soddisfazione che utilizza una concessionaria di automobili? Pensiamo veramente che nelle città d’arte italiane bastino bravi conservatori di vestigia senza bravi inventori di attraenza? Pensiamo veramente che il turismo sia trattabile come qualunque industria, e non come un’economia che si basa innanzi tutto sulla rinnovabilità delle proprie risorse, intesa come autogenerazione continua del racconto che il nostro paese fa di se stesso? Se pensiamo che tutto ciò non si riduca a “italiani brava gente” o a una fica condotta enogastronomica, allora dovremmo passare dall’idea post-industriale di “turismo sostenibile” come nicchia per amatori, all’idea di turismo Made in Italy come prima e vera economia globale interamente sostenibile.


Qual’è l’economia che puo dirsi tale? Può dirsi sostenibile quel turismo che valorizza e tutela tutto ciò che è presente su un territorio. E quando dico tutto, intendo che non si può stare bene da turisti in luoghi dove non si sta bene da residenti, e i servizi che rendono accogliente un luogo per i turisti che lo visitano sono gli stessi che lo rendono vivibile per le persone che lo abitano. Come si può raggiungere questo obiettivo con una disponibilità e domanda di abitazioni per vacanza che stima i posti letto disponibili nella case private affittate in modo non imprenditoriale a oltre il 250% della capacità ricettiva ufficiale in Italia: un mercato enorme con un disperato bisogno di essere regolato e valorizzato, pena un aumento abnorme del patrimonio edilizio nelle località di soggiorno, associato a fenomeni di abusivismo e deturpazione del territorio e del paesaggio.

Se volete mettervi a posto la coscienza aprite pure altre oasi ecologiche con vista discarica.


E ancora. Non possiamo essere al 116° posto rispetto al parametro di valutazione “competitività dei prezzi turistici”, su un totale di 124 paesi e pesare sul Web solo il 7%. Mancanza d’immaginazione, sottovalutazione, incompetenza? La strabiliante moltiplicazione dei corsi di laurea nelle materie turistiche non manca certo (+106% tra il 2001 e il 2007) e di master (nell’anno accademico 2006/2007 ne sono stati attivati 40), se avessimo fatto la stessa cosa con l’ingegneria areospaziale avremmo già colonizzato Marte. Di sicuro c’è qualcosa che non va, sopratutto se si deve affrontare con occhi e menti nuovi perlomeno la conservazione del vero valore del turismo italiano, ovvero il suo massimo grado di internazionalizzazione della domanda, prossimo al 60% nel turismo culturale, che fornisce: continuità nel corso dell’anno, alta destagionalizzazione, maggiore spesa media giornaliera, maggiore venduto su internet. In definitiva quello che rappresenta il Paese stesso all’estero.


Il turismo, nel nostro paese, non dovrebbe essere un’economia tra le altre, ma l’unico generatore di sostenibilità che orienta tutti gli altri comparti economici. Un generatore globale della qualità del territorio, del pensiero civile, culturale, imprenditoriale di tutti gli italiani, non solo di quelli che si occupano di turismo.


Se questo è l’unico ragionamento competitivo possibile gli effetti non tardano a:


1. Facilitare la diffusione delle conoscenze: non riduce i saperi e le culture a puro intrattenimento turistico e nello stesso tempo non le isola dai turisti.


2. Passare dalla mera conservazione a più attrazione: ove i governi territoriali non si rinchiudono sulle proprie risorse interne ma le condividono con gli ospiti, ricevendo in cambio mondo, non solo euro.


3. Trasformare la qualità dell’offerta turistica in qualità del territorio: non ci sono “i posti per i turisti”, tutti i posti hanno il rango per raccontare ai turisti qualcosa, anche una fabbrica. Chi vive delle attività del proprio territorio vive anche di turismo, ma un territorio che vive solo di turismo avrà in futuro sempre più problemi legati alla qualità della vita dei suoi abitanti, e dei suoi turisti.


“L’impero colpisce ancora” potrebbe essere il prossimo titolo, quello che ci meritiamo tutti.




Stefano Ceci è presidente della società di ricerca e consulenza turistica GH.

42 anni, si occupa di turismo da 12 anni, prima da manager oggi da imprenditore alla guida del gruppo GH che promuove e sostiene iniziative imprenditoriali per lo sviluppo di una nuova economia turistica.


tag:  turismo   sostenibilità   marketing   tour operator   sviluppo  


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#29 da Erjon Skora, inviato il 9/12/2009
Sono uno studente di Marketing e Comunicazione presso l'Università Luigi Bocconi di Milano e ho riflettuto a lungo sull'articolo di Stefano Ceci.
Quello che mi sento di dire è che le imprese turistiche stanno cedendo fette di mercato a quello che viene chiamato servizio ricreativo. Sembra strano ma i retailers, le imprese commerciali, i wholesalers, le boutique ecc. si concentrano sempre di più sullo shopping esperienziale determinando così una convergenza verso il settore del tempo libero e di conseguenza del turismo. Quest'accezione quasi banale descrive in modo chiaro quello che è la tendenza della maggior parte delle imprese oggi giorno: avere una profondità di assortimento, proporre servizi complementari, mettere a disposizione servizi di pre-acquisto e post-acquisto; curare il punto vendita nel design, nei colori, nell'atmosfera, nel personale di vendita, nell'informazione, essere presenti ovunque, tutto questo per fornire al consumatore e all'acquirente un'esperienza indimenticabile. Esperienze che solitamente si chiedono alle agenzie di viaggio.

#28 da Emiliano Satta, inviato il 1/11/2009
sono un albergatore di Roma, e leggendo molti commenti sono arrivato alla conclusione che Italia Futura debba constituire un gruppo di lavoro dove il confronto diretto delle persone, delle idee, sia il punto di partenza per trovare una via d'uscita da una crisi del "Sistema Turismo Italiano" oramai percepibile da tutti.
Io mi rendo disponibile da subito.

Grazie a tutti

#27 da Antonio Lantella, inviato il 16/10/2009
Ciao a tutti,premetto che sono un agente di viaggi quindi per me il turismo è il pane quotidiano.
Vorrei dire prima di tutto ch etutti si affannano a parlare di creare posti di lavoro e benessere,e nonsi accorgono che hanno tra le mani e sotto gli occhi una fortuna mostruosa!Cosa?
Arte,archeologia,storia,cultura,paesaggi,clima,mare,montagna,laghi,gastronomia,moda e tanta (brava gente).Vi chiedete perchè le parentesi,vi spiego subito il problema è proprio quello siamo noi italiani ,possibili che ci siamo bruciati il cervello,pensiamo solo al nostro bene a discapito degli altri poi ,a creare quasi niente,dov'è mi chiedo la fantasia,il cuore,la bontà,la voglia di stupire ..niente tutto in malora.
Detto questo vi spiego qui serve gente che ha voglia di impeganrsi e di mettersi al servizio di tutti che non significa (essere fessi)ma essere utili per se e per gli altri.
Per quanto riguarda il Turismo ,direi di creare un Brand Italia che faccia capire quanto sia meraviglioso il nostro paese!!!
Poi entrando nelle questioni tecniche direi di rendere più competitiva l'offerta ,siamo rimasti indietro.Per sfrutttare poi le bellezze del sud dove siamo messi male quasi in tutto ci vuole prima di tutto un piano di rastrellamento a tappeto di tutta la criminalità presente perchè se non si elimina questo flagello siamo destinati al fallimento!!!
Questi sono solo alcuni appunti il discorso è lungo ma il tempo è breve solo un miracolo ci può salvare...Speriamo bene!!!

#26 da luca zanelli, inviato il 12/10/2009
Le cadute degli imperi storicamente sono sempre cominciate da fattori di crisi endogeni ed esplose fragorosamente per fattori esogeni. I classici colpi finali. Secoli fa erano le orde barbariche. Oggi è la globalizzazione. Oggi è il web. Siamo nella fase finale, disgregatrice, entropica. In cui sopravvivono piccole realtà auto-organizzate, che saranno (forse) i nuovi centri di nuovi imperi. Gli imperi perdono imperio proprio a partire da (s)convolgimenti culturali. Nuove religioni, nuovi dei, nuove forme organizzative, nuove tecnologie. L'Italia da tempo (anni 80? 77?) attraversa una crisi culturale che è sistemica. Perchè è la cultura stessa a esser considerata dalla società "ciarpame" parassitario, frutto di elite disancorate dal cuore profondo del paese che lavora e produce. Per i tantissimi e per i più cultura è parolaccia. Ci sono gli indiani, certo. Le riserve. Ma sono appunto residuali e stanno agonizzando ormai. Il sistema non c'è. Come ci ha dimostrato Richard Florida oggi e domani sono le città creative a guidare l'economia, ad attrarre. Pensate a Pittsburgh, USA, considerata oggi la città "green" dove si riversano studenti ricercatori e aziende innovative. Pensiamo alla Germania leader nel mondo (!!!) per l'energia solare, che ne fa luoghi nuovi per i propri residenti (vedi Friburgo) finendo per creare attrazione per luoghi prima mai considerati (viaggi organizzati per visitare die grune Stadt nella Foresta Nera). E le tribù dei creativi si spostano e fanno comunità dove trovano ospitalità e condizioni migliori per crescere e innovare. L'Italia da tempo non è il posto migliore per molte cose. Abbiamo fatto dell'ideologia della conservazione il nostro core business tralasciando l'innovazione e finendo per non riuscire nemmeno più a conservare. (Il documentario di Presa in diretta è un esempio straordinario. Grotta e acquedotto romano unico, gestito da una signora in ciabatte. Qui non solo non c'è innovazione, non solo non c'è conservazione, non c'è nemmeno fruizione!). Interpretiamo male il valore dei beni che ci ha lasciato la storia e la natura. Il Colosseo è sempre un "bene unico". Ma se è annerito per lo smog, se devo stare attento a non essere investito per poterlo ammirare è una tortura. Lo vedo una volta e poi basta. E la prossima me lo guardo sul divano di casa. La costa ligure ha sempre il suo fascino, ma perchè devo impazzire per trovare un bed&breakfast, una spiaggia libera, una mostra d'estate?Un esempio: Pietra Ligure aveva 2 alberghi di 4 3 5 stelle sul lungo mare. Da 10 anni non li ha più. Sono chiusi tra le carte bollate. I proprietari vogliono farne appartamenti, il Comune ha varato un provvedimento per impedire il cambio della destinazione d'uso. (E gli avvocati sono contenti...) Così è diventato un paese di seconde case, chi ci vive si sposta nell'entroterra e valorizza antichi borghi dimenticati e la costa è un relitto di metri cubi di villette cementi affacci vista mare. Altre sono le storie che ci servono. Guardiamo a quella del chinotto ligure. Da tradizione secolare nel ponente ligure si coltiva una particolare variante del chinotto. Un agrume delicatissimo, che muore se la temperatura scende sotto i 2 gradi, cresce tra la costa e l'appennino e se ne ricava marmellate, canditi e succhi. Be, grazie al presidio SlowFood e alle straordinarie intuizioni di quel genio che è Carlin Petrini, il chinotto di Savona è oggi una bibita da bar alla moda, lo si trova in quasi tutte le principali città del nord (la produzione locale è già stata interamente venduta per i prossimi 2 anni!). Che dire: non è il caso di pensare a meno palme, meno residence fantasmi 9 mesi su 12 e più chinotti? E ancora: è uno svedese (!!!), Daniele Kihlgren, a insegnarci come recuperare e valorizzare i borghi abbandonati dell'Abruzzo, trasformandoli in alberghi diffusi e realizzando imprese di successo. Rendiamo ospitali le nostre città, le nostre coste, le colline e le montagne. Rendiamo ospitale la nostra casa per accogliere il viandante. (Ma non sono ottimista. Del resto oggi, qui, ora, si nasce con lo zecchino d'oro, si cresce da amici e si diventa uomini e donne. Tutto il resto è noia.)

#25 da luciano barbuti, inviato il 10/10/2009
il grosso problema, a mio parere, operatore del settore, del turismo italico e' la arretratezza delle imprese turistiche che si sono fermate, per mille motivi, ad una buona ventina di anni fa. e da questo punto non si sono piu' mosse.
nel mio mestiere mi sono spesso trovato di fronte a chi mi diceva: "sono 20 anni che vengono da me. che bisogno ho di rinnovarmi? " ed e' stato, appunto, l'anno in cui non e' piu' venuto nessuno, perche' altri si erano rinnovati ed avevano saputo accogliere l'ospite in modo differente, piu' attuale, piu' al passo.
l'ospite non si puo' piu' considerare un cliente, perche' ancor prima di cominciare il suo viaggio, sa con esattezza cio' che trovera', cio' che paghera' ed altro, ma si deve , appunto, considerare un "ospite", nel senso letterario del termine, persona che sara' ospitata in un contesto territoriale da dove portera' via solo ottime percezioni.
e, questo ospite, usa bene il sistema del web 2.0 per far si che il suo viaggio sia in linea con le sue stesse aspettative.
ecco, oltre all'italia....anche il turismo en un sistema....bloccato.

#24 da luca zanelli, inviato il 9/10/2009
Le cadute degli imperi storicamente sono sempre cominciate da fattori di crisi
endogeni ed esplose fragorosamente per fattori esogeni. I classici colpi finali. Secoli fa erano le orde barbariche. Oggi è la globalizzazione. Oggi è il web. Siamo nella fase finale, disgregatrice, entropica. In cui sopravvivono
piccole realtà auto-organizzate, che saranno (forse) i nuovi centri di nuovi
imperi.Gli imperi perdono imperio proprio a partire da (s)convolgimenti culturali. Nuove religioni, nuovi dei, nuove forme organizzative, nuove tecnologie. L'Italia da tempo (anni 80? 77?) attraversa una crisi culturale che è sistemica. Perchè è la cultura stessa a esser considerata dalla società"ciarpame" parassitario, frutto di elite disancorate dal cuore profondo del
paese che lavora e produce. Per i tantissimi e per i più cultura è parolaccia.
Ci sono gli indiani, certo. Le riserve. Ma sono appunto residuali e stanno
agonizzando ormai. Il sistema non c'è.

Come ci ha dimostrato Richard Florida
oggi e domani sono le città creative a guidare l'economia, ad attrarre. Pensate
a Pittsburgh, USA, considerata oggi la città "green" dove si riversano studenti
ricercatori e aziende innovative. Pensiamo alla Germania leader nel mondo (!!!)
per l'energia solare, che ne fa luoghi nuovi per i propri residenti (vedi
Friburgo) finendo per creare attrazione per luoghi prima mai considerati
(viaggi organizzati per visitare die grune Stadt nella Foresta Nera). E le tribù dei creativi si spostano e fanno comunità dove trovano ospitalità e condizioni migliori per crescere e innovare.




#23 da Flavia Z., inviato il 8/10/2009
In un Paese che affida i propri Beni Culturali al supermanager della McDonalds’ è un sollievo leggere questa pagina.

#22 da Tatiana Pagano, inviato il 7/10/2009
che male che fa leggere queste verità...io dico solo che sono di genova, la liguria è una terra bellissima...ma...avete presente la simpatia dell'omino nel chioschetto dello stabilimento balneare in riviera (che vi ha già spennato x un ombrello+sdraio...) quando andate a comprarvi un gelato!?!?!? ecco, detto tutto...molto terra terra, niente voli pindarici filosofeggianti (assolutamente condivisi)...ma rende appieno l'idea...e mi fa proprio tanto male....peccato, abbiamo un tesoro...e l'abbiamo solo noi...

#21 da Federico, inviato il 7/10/2009
Sono oltre 316mila le imprese turistiche registrate presso gli archivi delle Camere di Commercio italiane. Lo stock di imprese del settore pesa per il 5,2% sul totale delle imprese italiane. La struttura imprenditoriale del settore è caratterizzata dalla prevalenza della micro-impresa. Il 95% delle imprese non supera i 9 addetti in coerenza la struttura imprenditoriale nazionale. Appena lo 0,3% delle imprese, pari alla metà della media nazionale, conta oltre 50 addetti.
Questo per dire che che c'è un patrimonio di aziende turistiche tacciate di "nanismo" da diferndere proprio perchè "familiari" e strettamente legate al territorio e alle tradizioni locali. Ci può essere innovazione ma anche salvaguardia di quello che di buono abbiamo.
Il sitema Turismo è complesso : il turista arriva all'aeroporto, alla stazione o ad un porto, si serve di mezzi di trasporto per muoversi, di agenzie turistiche per pianificare, del ristorante la sera per gustare i piatti italiani o dello stabilimento balneare per un bagno, un museo o un sito archeologico per ammirare la storia italiana, una discoteca per ballare, va in gelateria, dorme in albergo, ecc.
Occorre "pensare" il Turismo in una logica di sistema e non come la somma di interessi diversificati.


#20 da Umberto, inviato il 6/10/2009
Caro Stefano, trovo il tuo articolo veramente interessante, condividendone in larga parte il contenuto ed il tuo pensiero. Cio nonostante, sono assai convinto che una vera e propria strategia di rivitalizzazione e di "ascesa" del turismo italiano non possa in alcun modo prescindere dall’insieme di tutti coloro che abbiano, e dovrebbero avere, un’interesse, in modo diretto o indiretto che si voglia, a far si’ che, come te hai benissimo illustrato, l’Impero torni a colpire ancora!.
Mi riuscirebbe veramente difficile fare ora tutte le analisi possibili del come e del perche’ sia accaduto il declino, ragione per cui mi limitero’ a fare soltanto alcune osservazioni:
In primo luogo, penso che la discesa turistica italiana sia una diretta conseguenza di un clima sociale e di un contesto socio-politico molto pesante, che l’Italia si trova ad affrontare negli ultimi 15 anni (per non esagerare e dire forse ancora di piu’). Sta il fatto, ed e’ inevitabile, che l’immagine interna del cambiamento del modo di vivere, o lifestyle degli italiani stessi se preferite, si rifletta nelle menti di un turista estero e torni come un boumerang a colpire quell’immagine del Bel Paese che per decenni ha caratterizzato il “turismo per eccellenza”. Basti pensare alle aperture dei telegiornali italiani (omicidi, mafia, immondizie, etc. etc.) che in modo dirrei anche inconsapevole proiettano un’immagine negativa del paese nel mondo intero. Trovatemi una singola notizia positiva per la quale ad uno verebbe la voglia di visitare Italia????
Dall’altra parte, mi sto chiedendo da anni dove e’ finita l’italianita’, l’orgoglio nazionale e l’identificazione culturale degli italiani, presupposti necessari per sviluppare una convinzione delle proprie capacita’ e dar valore alle risorse, di qualsiasi tipo, dell’Italia stessa. Come e’ possibile che qualcun altro apprezzi cio’ che te stesso non sei in grado di apprezzare e di valorizzare?!.
Le istituzioni, con le loro organizzazioni (e qui condivido che sono tutte da riformare e da riorganizzare) dovrebbero in qualche maniera essere i garanti da una parte ed i partecipi dall’altra , per sviluppare un contesto socio-culturale ed economico, compatibile con lo sviluppo turistico competitivo.
Penso che le ragioni del declino siano anche radicate in un eccessivo e spinto processo di globalizzazione, nel quale, le risorse locali (e soprattutto quelle umane), uniche in grado di esprimere l’eccellenza del territorio, siano in qualche modo demotivate a raccontare la loro storia e le loro radici e di prendere le iniziative compatibili con la diversificazione ed unicita’ del territorio stesso. Credo che questo sia sostanzialmente un problema di incentivi, l’unico modo per poter valorizzare le risorse locali che esprimerebbero l’identita’ del paese ed innalzerebbero di conseguenza la qualita’ dell’offerta locale e la competitivita’ dell’offerta turistica italiana.
Bisogna porre fine all’inserimento dei barbari in ricerca di prede e spinti da facile guadagno che sfuttano il primo turista di passaggio, offrendo un’immagine disastrosa dell’intero paese e della popolazione stessa.
Infine, credo anche che il ruolo dei tour operator (e del retail turistico in genere) sia tutto da reinventare. E’ vero si’ che il web sta diventando sempre di piu’ uno strumento potente di informazione, di organizzazione e di logistica del singolo potenziale viaggiatore, ragione per cui credo che proprio da questo fatto bisogna prendere spunti interessanti per rimodellare il ruolo degli operatori turistici e rivalorizzare la loro funzione primaria. Tutti coloro dovrebbero fungere prima di tutto da consulenti veri e propri, curando gli interessi del cliente/viaggiatore, semplificando la ricerca ed offrendo soluzioni personalizzate, uniche in grado di soddisfare le singole e particolari esigenze individuali.
Per concludere, credo purtroppo che i singoli (“gli ultimi mohicani”) non ce la possono fare da soli e che le intese, coordianmenti e tutte le varie c… siano necessarie, e siano una condicio sine qua non, per poter esprimere e tirare fuori il meglio che questo paese possa offrire non soltanto al mondo esterno ma anche, e soprattutto dirrei, agli italiani stessi!

From Croatia With Love

Umberto Vidovic


#19 da Michaela Namuth, inviato il 5/10/2009
Sono giornalista/corrispondente e vivo da tanti anni in Italia. Sono stata sempre molto bene qui, ultimamente però di meno, anche perchè vedo che ormai si considerano poco le vere ricchezze del ex-bel paese: il mare, i campi, l'aria, le città piene d'arte ed i musei unici al mondo. Fa bene allora sentire una voce come quella di Stefano Ceci. Una voce che dice quello che pensano in tanti – anche i tedeschi che viaggiano in Italia. Anzi, loro spesso non vengono proprio più in Italia perchè vedono spiaggie sfigurate di cemento, boschi pieni di monezze prezzi che non hanno più un rapporto reale con quello che viene offerto. L'anno scorso sono stata in Sicilia e – come sempre – sono tornata ricca di bellissime imagini, ma questa volta ero anche molto preoccupata. Nella bella provincia di Ragusa ho conosciuto una media di amministratori locali che non hanno mai sentito la parola sviluppo sostenibile. Insieme ad alcuni operatori del settore turistico cercano “investors” per costruire grandi alberghi e campi di golf vicino a una costa bellissima che già soffre di un equlibrio naturale e turistico molto fragile. Il turismo potrebbe essere per l'Italia con tutti i suoi tesori naturali ed artistici uno dei settori economici più importanti (la gente viaggia nonostante la crisi, come dimostranno le presenze aumentate in altri paesi). Ma come dice giustamente Ceci: i turisti oggi cercano un dialogo con il territorio e non vogliono essere considerati solo portafogli che caminano. Se i protagonisti del settore non cambiano rotta l'Italia perderà tanti occasioni e nessuno potrà più fermare il declino dell'impero.

#18 da Carlo Fadda, inviato il 4/10/2009
Veramente un articolo molto bello. Ci sono molte regioni in Italia che potrebbero vivere di turismo se fossero capaci di differenziarsi, penso in particolare alle regioni del sud Italia per le quali si potrebbe immaginare un modello di sviluppo sostenibile che ruoti intorno al turismo visto che l'industrializzazione ha fallito. Vedo la mia Sardegna in modo diverso dalle spiagge e dal mare peraltro tra i piu; belli del mondo. Ma vedo itinerari archeologici, i nuraghi valorizzati, le domus de janas, vedo un turismo che, complice il clima splendido, si sviluppi per 11 mesi all'anno, incentrato su itinerari culturali ( ad esempio il parco geominerario che tanto potrebbe offrire in termini di comprensione della cultura sarda) o enogastronomico. Viaggio molto per lavoro e vedo nei pochi momenti liberi tante cose che da noi sarebbero considerati siti turistici di serie B massimamente valorizzate con frotte di turisti, tenuti bene, spiegati... noi a Roma abbiamo il colosseo, il famoso anfiteatro tutto di rarissimo marmo nero.. e non siamo capaci di pulirlo. E' giusto quello che dice Ceci che il turista deve percepire la qualita' della vita degli abitanti dei posti che visita... e se Roma fosse pulita gli abitanti sarebbero piu; contenti e i turisti forse pure...

#17 da gianluca, inviato il 3/10/2009
Bravo questo Ceci. Lo vedo bene ministro del Turismo nel futuro governo Montezemolo. Altro che la Brambilla, che ha speso 10 milioni di euro in spot per le principali tv straniere basati su soggetti rivoluzionari: il Colosseo e il ponte di Rialto. Avanti così

#16 da Chicca, inviato il 2/10/2009
Purtroppo i piani di sviluppo turistico in genere stentano ad essere piani, essendo per lo più una somma di interventi discontinui, talvolta anche lodevoli, ma privi di una cornice, di una struttura portante di una composizione e di un equilibrio, elementi essenziali alla completezza di ogni quadro Ospitalità = posti letto. Che si parli di strutture alberghiere o extralberghiere, l’angoscia diffusa è quella di fare turismo aumentando il numero di posti letto. Un passo avanti è stato fatto in diverse aree con la consapevolezza, per fortuna sempre più diffusa, della necessità di recuperare più che costruire, del valore dell’intimità, più che dell’abbondanza. Ma resta il fatto che in molte, troppe aree con velleità turistiche, ci si dimentica che il piacere del turista, e quindi il fattore determinante per diventare una destinazione ambita e desiderata, si costruisce nell’arco dell’intera giornata, dell’intero soggiorno. Un cameriere simpatico, disponibile e narrativo vale più, molto di più, di un Mobile System per la geolocalizzazione del più vicino monumento. Quello che manca del tutto (o una delle cose che manca del tutto) è l’accoglienza intesa a livello globale. Interi villaggi privi di un albero, una piazza, una panchina pubblica, un cafè, un punto di ristoro. Spettacoli da far west dove lo smarrimento e l’angoscia salgono pian piano, e fanno fuggire. A cosa servono alberghi e bed & breakfast se non c’è altro che consenta di vivere il luogo, guardando i suoi bambini giocare e i suoi vecchi chiacchierare, gustando i suoi vini e comprando i suoi prodotti senza ridondanze turistiche ma come “veri” prodotti del territorio disponibili nei “veri” negozi per la “gente”, tutta la gente, non solo i turisti. E intorno piante, alberi, marciapiedi puliti e semplici, con un’uniformità e una continuità che facciano da filo conduttore, che sappiano tracciare il contorno del luogo, delimitarne gli spazi, lo rendano leggibile e percorribile, così come un tocco di matita sottolinea gli occhi di una donna.

#15 da Giannermete Romani, inviato il 2/10/2009
Trovo l’articolo di Stefano Ceci molto stimolante e scritto con la testa ma molto anche con il cuore e con la passione di chi crede veramente in un’idea di futuro per il turismo nel nostro paese e non pensa, come fanno i più, a spremere il succo sterile di questa Italia che si illude ancora, che racconta in giro (ma i polli che ci credono sono sempre meno), di essere un paese ‘accogliente’. La parte centrale dell’articolo mi tocca in particolare perché punta dritto su riflessioni amare che ogni giorno, muovendomi tra i paesaggi dell’Italia centrale dove vivo e lavoro, soprattutto Umbria, Toscana e Marche, mi causano profonde frustrazioni. Come fanno i viaggiatori che ancora arrivano fiduciosi nelle nostre valli a sostenere paesaggi che di sostenibile fra un po’ non avranno più nulla? Perché dovrebbero trovarsi bene questi uomini e donne in luoghi rumorosi, sporchi, senza anima, senza narrazioni vere che è poi quel ‘territorio’ (parola che ha un senso ma che lo perde abbondando sempre di più nelle bocche di quelli che hanno poco o niente da dire) dove poi noi residenti conduciamo vite dai ritmi nevrotici, senza memoria, senza un’idea di futuro condivisa? C’è bisogno di un’altra politica, di altre politiche, di porre al centro delle dinamiche sociali gli individui intesi come soggetti in grado di relazionarsi in modo consapevole con altri soggetti, costruendo reti sociali, producendo società.
E’ indispensabile creare contesti dove avere occasioni per apprendere dall’esperienza: modalità di apprendimento che comportano la partecipazione a un’esperienza emotiva tale da indurre un cambiamento nella struttura della personalità, è necessario sempre di più (come l’aria buona da respirare per vivere) essere consapevoli dell’importanza della dimensione affettiva nei processi di apprendimento e di progettazione territoriale, è necessario riconoscere nei processi territoriali la dimensione emotiva e prendersene cura.
Non si può ignorare la realtà, la storia e la natura dei luoghi senza correre rischi altissimi, non si può pianificare il futuro di un territorio con una urbanizzazione e con infrastrutture che rappresentano una cesura netta, dolorosa, con il paesaggio circostante. Le case, le strade, le forme del paesaggio, quelle entro cui si ritrova il senso del proprio essere una comunità, dove si rintracciano i sensi molteplici del proprio stare al mondo, si son venuti via via formando e modificando per l’opera anonima e ingegnosa dei saperi comuni. Tener conto di questo, della delicatezza e originalità di questo equilibrio, vuol dire avere la capacità di porre al centro di una idea di futuro la valorizzazione del territorio, delle forme di vita, dei saperi, vuol dire soprattutto saper raccontare a chi viene a farci visita che val la pena venire ancora, fermarsi, emozionarsi, ricordarsi e produrre altri racconti per emozionare altri e invogliarli a venire ancora.


#14 da Daniele, inviato il 30/9/2009
Faccio un giro all'Ikea e mi viene da chiedermi: perchè l'Italia nona saputo creare una realtà del genere ? Arredamento,accessori, design.. il nostro pane, la nostra bandiera nel mondo.
Ebbene, la risposta è semplice: pech noi non siamo in grado di organizzare il lavoro, non riusciamo a superare la dimensione individuale, non abbiamo imparato ad avere rispetto per ruoli e mansioni. In altre parole, viviamo nella cultura della diffidenza e della sopraffazione. Risultato: sforniamo solo pizze.

#13 da Riccardo Gambassi, inviato il 30/9/2009
Coloro in grado di legiferare e controllare dall'alto le dinamiche del turismo italiano, dovrebbero far tesoro dei commenti di Stefano, non ho dubbi su questo... Vorrei solo proporre una riflessione sui tempi necessari per un effettivo cambiamento: mi chiedo e chiedo a voi quanti anni ci vorranno per un insieme di leggi, decreti e accordi che aiutino l'economia italiana del turismo a uscire dall'impasse creata dalla democratizzazione del turismo dovuta a internet? E, soprattutto, anche ammettendo di trovare un insieme di soluzioni valide a tal proposito, quanti anni ci vorrano per vedere i risultati? A questo proposito mi scappa di sventolare un certo pessimismo: il pessimismo di chi si è trovato a vivere il turismo in trincea, prima di leggerlo sui libri... Perchè è proprio lì, davanti ai visitatori, e contornato da altri operatori del settore, che emergono dei problemi profondi, che poi, probabilmente, accomunano tutti i settori produttivi italiani. Sto parlando della mancanza di fair play, della sete di potere del singolo o della categoria contro l'interesse della collettività, sto parlando dei posti di lavoro distribuiti secondo criteri antimeritocratici, sto parlando dell'incapacità di far rispettare regole, accordi e concetti. In pratica sto drammatizzando il concetto di mancanza di dignità per noi stessi che, come diceva Stefano, si riflette nella mancanza di dignità da "rivendere" o mostrare a un visitatore. Quanti anni ci vorranno per far accettare all'italietta dei raccomandati un nuovo impianto culturale? E intanto chi ci governa si sarà accorto di quanto questa mentalità vigliacca costi al paese? Ah, già! Proprio loro che rappresentano generalmente la massima espressione del nepotismo e del clientelarismo... Ho la sensazione che per risolvere qualcosa occorra molto molto tempo: il tempo necessario affinchè la maggior parte di noi possa affrontare l'esercizio fastidioso di guardarsi dentro, profondamente, criticamente, per capire (forse, chissà) che si potrebbe tentare qualcosa di più e di meglio che una sopravvivenza fatta di opportunismo, anche nel lavoro, anche nel turismo, dove la passione per la qualità è certamente un valore fondamentale e allo stesso tempo un grande problema, anche se, soprattutto al giorno d'oggi, meno conclamato rispetto alle voragini aperte dalla globalizzazione.

#12 da katia policardi, inviato il 30/9/2009
La mia opinione è che l’Italia ormai da decenni non abbia più saputo interpretare se stessa e il mercato, facendo propria la filosofia del replicante.

Il tema che emerge fortemente e che condivido, è quello di concentrare le nostre attenzioni su diversi livelli:
- sollecitare gli uomini di governo affinché si verifichino le condizioni di base necessarie ad una visione di sviluppo dell’Italia futura: politiche ambientali e di sostenibilità, adeguamento/messa in rete/progettazione di infrastrutture (mobilità, tecnologie, istruzione), livello di accoglienza e dei servizi, efficaci/efficienti rapporti tra pubblica amministrazione e sistema imprese, istruzione e politiche sociali, ecc. ; in un’unica parola “attrattività” di un territorio;
- stimolare la crescita di forme di turismo innovative, originali e tolleranti.

Relativamente al primo punto, recentemente il Sole 24ore, riprendendo un concetto lanciato da Rapporto Stiglitz, ha cercato di tradurre il “benessere” del nostro paese attraverso un indicatore sintetico, mix di otto elementi: le condizioni di vita materiali, la salute, l'istruzione, le attività personali, la partecipazione alla vita politica, i rapporti sociali, l'ambiente, l'insicurezza economica e fisica, spostando così l’attenzione dalla quantità alla qualità (dal PIL al benessere dell’individuo e della famiglia, all’ambiente, alla sostenibilità).
Un concetto che in altro modo è stato trattato da altri, legando la crescita di un territorio a innovazione, creatività, cultura.
Perché non facciamo nostre alcune filosofie condivisibili e cominciamo a richiederle a gran voce?

Relativamente al secondo punto, invece, la mia impressione è che nonostante le buone intenzioni di partenza, tendiamo a non essere totalmente chiari e soprattutto coerenti nei ruoli, nei pensieri, nell’uso delle parole, nei comportamenti, nelle azioni.

E se smettessimo solo di parlare, dare consigli, giudicare?
Se cominciassimo sì a pretendere da chi ci governa, ma anche ad avere passione verso le cose che facciamo, a considerare l’apprendimento come elemento costante della nostra vita, ad ascoltare, a credere nelle nostre idee, investendo tempo e denaro? E se decidessimo di comportarci secondo un codice etico e lavorare alla realizzazione di casi di successo per indurre emulazione?
Se cominciassimo a far parlare di noi invece di discutere delle cose che fanno gli altri?

Se credessimo in quello che facciamo e lo sostenessimo fino in fondo?

Dall’altra parte c’è chi viaggia, che le idee le ha. Sono limpide e trasparenti: esperienze, confronti, contenuti, originalità, fascinazione.

#11 da Dario, inviato il 30/9/2009
Davvero un bel articolo, ma credo lo capisca e può essere apprezzato solo da quella minoranza che in effetti è stufa di un Italia, vecchia, bigotta, arretrata, che quando attaccata ancora tira fuori le gesta dell'impero Romano, e la nostra importanza storica nel mondo, che invece di andare allo stadio la domenica si fà una passegiata sotto il colosseo o sul lungo tevere. Sono contento che ci sia ancora gente qui che cerca di cambiare le cose, ma purtroppo ormai sono diventato un pessimista cronico sulle sorti dell'italia. Siamo un popolo vecchio, e il problema che già i giovani a partire dai 15 anni in sù, paragonati a quelli del nord europa sono già vecchi e crescono vecchi, con dei principi e valori che li distolgono dalla realtà, nessuno vuole più lottare, non ce più voglia di fare nulla, celebrolesi si trascinano in una via senza fine per risveglairsi a 30 anni dentro un call center e chiedendosi come hanno fatto a ridursi cosi, o ancora peggio senza chiedersi nulla, facendo finta di niente, testa bassa e coda tra le gambe, e ancora peggio 2 dando la colpa allo stato Italiano o ad altre persone. Io non sono ne di destra ne di sinistra, non credo molto nella politica, sono capitato in questo sito per sbaglio, e non mi domando da che partito viene o se è solo un iniziativa di giovani, ma sono contento di leggere che c'è ancofa qualcuno che crede in se stesso e nell'Italia.

#10 da matteo, inviato il 30/9/2009
la situazione del nostro turismo, che si è creata perlomeno da quando si definisce di massa, credo sia frutto di un fraintendimento fondamentale: le politiche turistiche non sono "altro" dalle politiche che devono garantire il benessere e la qualità della vita dei residenti. è questa impostazione a compartimenti stagni che ha portato a rendere invivibili città come venezia o firenze: invivibili sicuramente per i residenti ma, forse, in un futuro non troppo lontano anche per i turisti...

#9 da roberta, inviato il 29/9/2009
Parlo da turista. Detesto la maggior parte dei tour operators. Mi sono in più occasioni rivolta ad agenzie turistiche per l'organizzazione dei miei viaggi ed ho avuto a che fare con persone che sembrano maneggiare un materiale sconosciuto. Di norma non ho particolari programmi, solo un poco di tempo a disposizione per le vacanze e la voglia di scoprire qualcosa che non conosco. Di fronte ad una richiesta simile ciò che mi viene proposto è quello che viene definito un pacchetto, che nella maggior parte dei casi è un pacco, e null'altro. Un villaggio, una soluzione alberghiera o che altro che pare costruita apposta per un turista (nel senso deleterio del termine) e dunque del tutto avulsa dal contesto in cui si trova. Insomma la classica destinazione che ha tutto ma che potrebbe essere perfettamente inserita a Roma come nel bel mezzo della foresta amazzonica. Come se il turista fosse un bambino da lasciare un paio di settimane a bighellonarsi in una finta sala giochi per dirsi contento del suo "viaggio". Qualsiasi richiesta turistica sia avanzata di fronte ad una agenzia che si allontani da questo semplice contratto: dormi, mangi quanto vuoi magari anche cucina bolognese (peccato che magari ti trovi in valtellina) e spendi un sacco di soldi .... è qualcosa che appare talmente difficile da trovare che ti senti strano solo per averci pensato. Il turismo che cerco, che amo praticare e che trovo raramente (ma per fortuna si trova) è proprio quello che ti fa conoscere la località, le sue tradizioni, le sue bellezze e la sua cultura, che magari si trova proprio vicino a casa tua, ma che non conosci perchè non sono stati valorizzatia sufficienza. La mia ritengo sia una richiesta turistica piuttosto semplice, ma il mercato appare tirare da un'altra parte. Non so per quanto. Per quanto concerne il turismo nazionle non credo proprio si possa contare ancora a lungo sulle bellezze del nostro paese (violentate eppure testardamente ancora in piedi), sulla simpatia dei suoi abitanti (fama ormai francamente immeritata) e sulla buona cucina (buona cucina .... per un tedesco, ma non certo per un italiano che a casa sua sa benissimo dove si mangia bene .... e sa che trovare un buon ristorante in una città d'arte sta diventando un problema se non si è del luogo ... la pizza fa schifo spesso anche a Napoli perchè i locali sono per "turisti" ... ). Occorre che chi vende viaggi sappia quantomeno di cosa sta parlando, che conosca la meta che sta proponendo, che ascolti il cliente e tenti di capire cosa vuole. Se è possibile, e non è chiedere troppo, che ami la destinazione prescelta e consigli l'acquirente sui bei posti che ci sono. A noi turisti piace tornare dalle vacanze avendo mangiato e dormito bene possibilmente spendendo il giusto (se poi ne vale la pena siamo disposti a spendere anche un poco di più ... in fondo sono vacanza)), ma soprattutto tornare a casa con un bagaglio di esperienze e di conoscenze superiore a quello che avevamo prima di partire.

#8 da Daniele, inviato il 29/9/2009
Il turista scappa perchè non trova la rete di servizi che contraddistinguono il turismo moderno. Coordinamento e organizzazione sono parole buone solo per i convegni. Per il resto, tutto è fermo agli anni di "Sapore di mare".

#7 da Davide Venturi, inviato il 29/9/2009
Ritengo che i mali del comparto turistico italiano siano riconducibili al più generale malessere del Paese che, come vuole una consolidata tradizione, è resistente al cambiamento, campa alla giornata, prende i soldi, pochi, e scappa. Siamo sempre il Paese dell'emergenza, del precario, della lungimiranza negata. Il comparto turistico dovrebbe essere il fulcro economico del Belpaese, ma gli stranieri, nell'era del web 2.0 giustamente citato nell'interessante articolo, ci cascano sempre meno nelle trappole made in Italy. Sono assolutamente concorde sul fatto che ai turisti vada riservata la medesima offerta pensata per i residenti, ossia una cultura del buon vivere. E invece una città straordinaria e unica al mondo come Venezia è una trappola per turisti sprovveduti che, non frequentando il web che offre i suggerimenti e i commenti di altri turisti, finiscono per pagare una fortuna per un panino e una follia una cena modesta servita in una bettola. Con la montagna di reperti e opere d'arte accatastata nei sotterranei dei nostri musei si potrebbero aprire un'infinità di altri musei che potrebbero rivitalizzare molte aree periferiche, valorizzandone, anche tramite un marketing degno di questo nome, altre qualità, eno-gastronomiche, paesaggistiche e culturali. Servirebbe una rivoluzione culturale, e non mi riferisco certo a quella scellerata che ha interessato la CIna nel 1949.

#6 da ELEONORA, inviato il 29/9/2009
intanto parto da un problema secondo me base del turismo, la rigidità dei tour operator che non hanno nessuna flessibilità per venire incontro al cliente. loro danno le loro regole, secondo me assurde, e uno o si adatta o problemi suoi. per quanto riguarda il turismo in Italia penso che sia assurdo prenotare tramite tour operato: devi stare alle loro date e se annulli hai delle penali assurde, mentre se lo fai da privato è tutta un'altra storia...questo porta la gente ad arrangiarsi da sola prenotando case direttamente da privati naturalmente in nero.
i tour operator sono troppo rigidi e stanno perdendo di mano il mercato italiano. internet poi da una quantità di informazioni e commenti impressionanti sulle strutture impressionante che rende quasi superflua la professionalità degli operatori turistici come me. fortunatamente è uno strumento ancora non del tutto affidabile e questo ci sta abbatsanza salvando. in conclusione, se noi agenzie di viaggio e tour operator dovessimo lavortare solo sul mercato Italia avremmo già chiuso i battenti... perdendo quindi la gestione del prodotto il prodotto stesso sta diventando male organizzato e mal gestito...è un cane che si morde la coda...non siamo al passo con le strutture estere, non sfruttiamo minimamente bene le nostre risorse, noi potremmo vivere di turismo ma non sappiamo gestirlo. vogliamo poi parlare dei prezzi????? non conviene a nessuno fare le ferie in Italia, a meno che non si prenda una casa in affitto e ci va con la sua macchinina sennò i prezzi sono esorbitanti e non paragonabili con il prodotto estero. altro preoblema: sull'estero ci sono i last minute perchè hanno un prodotto charterizzato, noi con i voli interni di linea non abbiamo mai dei prezzi bassi, anzi, il prezzo continua ad alzarsi...prodotto completamente inadeguato. le lauree, come tutte le lauree insegnano tante teorie ma ben lontane dalla realtà. per essere realmente competenti bisogna fare master o andare a lavorare all'estero...

#5 da Sabrina Comastri, inviato il 29/9/2009
Il nostro problema e' che dovremmo partire dal basso: il rispetto per il bellissimo territorio dove viviamo deve partire da quando veniamo al mondo, da quando iniziamo a muovere i primi passi, ad andare a scuola ed a condividere questo territorio con chi ci vive accanto. Finche' non capiremo che anche il solo buttare per terra un pezzo di carta e' una violenza al posto dove viviamo (e quindi e' una violenza che si ripercuote anche su di noi) non andremo mai da nessuna parte. Smettiamola di dare sempre colpa alla classe politica che non e' altro che il nostro specchio. Questa estate ho fatto un giro nella bellissima zona dei castelli romani. Al mio ritorno ho dovuto scrivere al presidente della regione lazio per lamentare la segnaletica stradale. Una roba da terzo mondo, da vergognarsi di vivere in uno dei piu' bei paesi del mondo (e, nella fattispecie, di vivere nella regione che "ospita" la capitale d'Italia). Se non si parte da queste cose come possiamo pretendere di attirare i turisti,non solo stranieri, ma anche quelli di casa nostra? E non parliamo poi degli scontrini di bar, ristoranti, pizzerie e dei costi degli alberghi! Con quello che si paga per un week-end nel belpaese quasi quasi ci facciamo una settimana in un'isola spagnola o, appunto, a Sharm el Sheik. Il tutto si puo' riassumere in un'unica parola: VERGOGNAMOCI per non esserci ancora vergognati a sufficienza di questo scempio. Una curiosita': lo staff di Marrazzo mi ha risposto ringraziandomi per la segnalazione ma rimandandomi ai singoli comuni in quanto la mia lamentela purtroppo non riguardava la loro competenza....

#4 da Felice Gabbiano, inviato il 29/9/2009
Sono d'accordo con Capalbo. Il problema a monte è culturale: gli italiani ormai vanno solo a Sharm el Sheik e non sanno nemmeno come è fatto il loro paese, né se ne interessano.

#3 da antonio prota, inviato il 28/9/2009
L'Impero turistico Italiano è in crisi perchè non riesce a rigenerarsi, non riesce a produrre quell'energia emozionale che solo il turismo può scatenare, con chi prendersela? di chi la responsabilità? Considerando che abbiamo il più grande patrimonio artistico, quindi un contesto favorevole, la colpa è di chi lo gestisce cioè noi. I politici sono poco attenti perchè tanto i turisti non votano!!!! gli imprenditori turistici sono convinti che è meglio l'uovo oggi e non la gallina domani!!!!se poi vogliamo discutere di pianificazione strategica nazionale , nemmeno un sito comune siamo in grado di progettare!!!!
Per uscire dalla crisi ho sentito illustri professori parlare di testa, cuore e coraggio!!!!le soluzioni del mago di Oz!!! Invece la più bella che ho sentito è Neorinascimento, una nuova esplosione di arte, di cultura e personalmente aggiungerei di emozioni quelle vere, non funzionali alla creazione di ricchezza o di PIL , ma determinanti per la qualità della vita....
Stefano sei tutti noi avanti tutta!!!!

#2 da Massimiliano Capalbo, inviato il 28/9/2009
La trasmissione di ieri sera (27 settembre) "Presa Diretta" di Riccardo Iacona ci ha fatto ritornare un pò tutti, se mai ce ne fosse stato bisogno, con i piedi per terra. Lo scarto che esiste tra le riflessioni contenute in questo articolo e la realtà, specie in alcune aree a Sud della nostra nazione, è veramente grosso. Il primo obiettivo deve essere quello della presa di coscienza. Prima le popolazioni, poi gli imprenditori turistici devono prendere coscienza del fatto che il turismo "è affare di tutti", inteso non solo sotto il profilo economico quanto dell'interesse e della cura del patrimonio artistico, naturalistico, storico, culturale del nostro Paese. In un solo concetto: di tutto il bello che ci circonda. Solo allora potremo procedere con la seconda fase, quella della condivisione e dello scambio di esperienze. Se prima non si assume la consapevolezza di ciò che si è, non solo in riferimento a se stessi ma soprattutto agli altri, a chi ci visita, a chi sceglie di entrare in casa nostra, non si può passare alla fase successiva che è quella del confronto, dello scambio culturale. Spesso il turista sa più del residente, conosce più e meglio di chi vi risiede la storia, i luoghi e i personaggi che hanno reso famosa o che potrebbero rendere famosa la destinazione. Il problema è estendere questa consapevolezza ai residenti.

#1 da Giovanni Iacono, inviato il 25/9/2009
Bellissimo articolo ricco di concetti, di spunti, di saperi .... come fare ad "ingrandire" la "piccola dimensione del pensiero globale sul territorio " ? se non riusciamo a comprenderlo l"impero" non nascerà mai ..... Grazie Ceci



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