Lehman, un anno senza noia
Gli insegnamenti della crisi
di
Edoardo Narduzzi ,
pubblicato il 23 settembre 2009
Il capitalismo è una istituzione solida. Sa e può resistere anche ai comportamenti estremi sul piano della correttezza contrattuale a patto che esista una governance pubblica in grado di intervenire tempestivamente. Ad un anno dal fallimento della banca di investimento americana Lehman Brothers qualche considerazione in più si può sicuramente fare. Per evitare il collasso sistemico gli Usa, i paesi dell’euro e il Regno Unito hanno dovuto concedere aiuti, sotto varia forma, per circa un sesto del loro Pil ed accettare che i debiti pubblici esplodessero. Il Fondo monetario internazionale prevede che nel 2014 il rapporto tra debito pubblico e ricchezza prodotta nei principali paesi del mondo raggiunga il valore medio del 115%. Insomma, per restare a galla il capitalismo ha avuto bisogno di tanta liquidità e di tante risorse create dai bilanci pubblici. Non sono fallite le grandi banche, ma sono oggi molto più a rischio di default i grandi paesi del globo.
Che cosa ha insegnato il crac Lehman? Innanzi tutto che operiamo in un capitalismo dalla conoscenza relativa. La favola dei mercati finanziari efficienti perché perfettamente informati va in soffitta, almeno per un po’. La realtà della crisi ha evidenziato un contesto molto diverso, nel quale perfino le banche centrali o le autorità di vigilanza hanno impiegato mesi per capire l’effettiva dimensione dei rischi di bilancio. Il crollo di Wall Street ha insegnato che l’ammontare dei rischi di bilancio degli operatori economici e finanziari è, nella migliore delle ipotesi, una conoscenza microeconomica delle sole parti contrattuali, ma che a livello macro troppo poco è noto. Le stesse aziende sono imperfettamente informate dei rischi aggregati contenuti nei propri bilanci: Lehman è fallita con un rating A+ e non risulta che nessun risk manager interno avesse sollevato dubbi sulla tenuta della banca nelle settimane precedenti il fallimento. Insomma sui rischi ed in materia di rischi si sa ancora troppo poco e la finzione che prezzare il singolo premio per i rischio sulla singola operazione finanziaria risolva tutto, non sta più in piedi.
Poi la crisi ha insegnato che il capitale è ancora importante. Le sottocapitalizzazioni favorite da una prolungata deregolamentazione finanziaria sono state una delle cause principali del caos bancario dell’ultimo biennio. Sfruttare l’effetto leva è redditizio e profittevole se le cose vanno per il verso giusto – ed infatti per qualche tempo banche poco capitalizzate hanno prodotto ritorni sul capitale a doppia cifra – ma se gira il mercato tutto diventa iperprecario. Come sia stato possibile per le banche centrali tollerare sottocapitalizzazioni così accentuate è uno dei temi di studio più interessanti, perché c’è anche chi sostiene che le autorità di vigilanza sono state “intrappolate” dalle banche di investimento capaci di offrire ogni tipo di tentazione. I megabonus, in pratica, avrebbero fatto danni anche tra i regolatori pubblici.
Infine la crisi insegna che la componente psicologica nella finanza contemporanea ha un’importanza ed un ruolo forse ancora sottovalutati. Opinioni e tendenze si formano con una velocità ed una dinamica che non sempre sono spiegabili dalla razionalità della legge del prezzo unico o dall’andamento delle previsioni economiche. Come tale componente psicologica possa essere gestita dalle autorità di vigilanza è un aspetto ancora non perfettamente chiaro. Certo, la crisi ha aiutato ad apprendere molto ma altrettanto resta da fare.
Un anno dopo Lehman conviviamo ancora con un’economia di mercato, e questa è senz’altro una buona notizia. Ma l’onere dei debiti pubblici innescati dalla crisi spaventa non poco sulla tenuta futura delle economie avanzate. C’è stata una massiva redistribuzione di ricchezza, anche tra generazioni, in maniera silente ed implicita perché la gestione dei rischi è stata inadeguata. E’ maturo il momento perché il legislatore e le banche centrali inizino ad obbligare almeno le società quotate a pubblicare, accanto alle informazioni economiche finanziarie tradizionali, anche un dato sintetico certificato sulla rischiosità dei propri bilanci. I bilanci non possono essere più certificati soltanto in maniera tradizionale, va battezzata la nascita della certificazione del bilancio stocastico capace di indicare la distribuzione effettiva delle probabilità di realizzazione dei contratti aziendali. E una società indipendente deve certificarlo come già accade con la contabilità. La poca trasparenza sui rischi presi da Wall Street è, infatti, la principale causa delle sofferenze collettive iniziate un anno fa che peseranno molto sul benessere delle generazioni future.