Rispettiamo i caduti in Afghanistan
Pietismo e uso della forza
di
Fabio Nicolucci ,
pubblicato il 21 settembre 2009
L’eccidio dei paracadutisti italiani a Kabul è un tragico lutto sul lavoro, che è stato usato per fare politica: ciò è stato possibile perché in Italia l’uso della forza non è ancora legittimo. Si tratta della spia di una “statualità fragile”, e sarebbe ora di affrontarla. Sono stati per primi i militari a respingere questo pietismo antimoderno e a non accettare di far partire la discussione sulla continuazione della missione da tale tragico fatto. In Italia occorre ricominciare a rispettare il lavoro, e l’etica ad esso connessa. l’Italia si è invece divisa tra coloro che si pensano parte dello Stato e coloro che invece - facendosi ipocrita scudo del suddetto pietismo - si pensano in primis parte di una particolare “comunità” e per essa hanno parlato. Per esempio la Lega e l’Italia dei Valori. Tale concezione danneggia l’Italia, perché la rende fratturata e marginale: sia per le sue venature isolazioniste - sia chiaro, nessuno spirito di Crimea, ma solo esser parte della comunità occidentale e mondiale – sia per le sue venature razziste. L’isolazionismo sull’Afghanistan, infatti non è solo furbetto – visto l’11 settembre – ma anche pieno di disprezzo occidentalista alla Edward Said per le sorti di un popolo implicitamente “di selvaggi “: che si salvino da soli, questi pecorai! Peccato che tra di loro si nasconda la concreta minaccia del terrorismo globale jihadista.
Perché c’è anche il merito di ciò che succede in Afghanistan. Ad ogni azione corrisponde sempre una reazione: la risposta di uno Stato serio non è dunque quella di astenersi da ogni azione, bensì di scegliere quella più efficace. Dobbiamo continuare a starci. E contemporaneamente a chiedere all’alleanza politiche militari sempre più flessibili, esattamente come lo è la natura del terrorismo globale. Riunificando le due missioni: con Obama ora è possibile passare da una Guerra al Terrorismo ad una operazione di controterrorismo. Dando maggiore impulso alla ricostruzione. Correggendo gli errori militari: nel sud la partita delle campagne è persa, si sposti l’enfasi dalla valle dell’Helmand al centro e al nord ancora in forse. Si punti a tenere nelle città: è lì, e non dalle zone rurali Pashtun, che il terrorismo globale può connettersi al mondo. L’11 settembre fu organizzato in Germania non nell’Helmand. Correggendo ancora – come ha cominciato a fare Obama – l’impostazione tattica: abolire i droni, che fanno incazzare tutti per la fredda distanza, e più truppe nei posti giusti, lì dove c’è una borghesia più cosmopolita ancora amichevole. A cominciare da Kabul, dove ora risiedono milioni di persone. Se le classi dirigenti italiane sapranno contribuire a questa ridefinizione avranno servito non solo la loro ragione sociale ma anche il senso del lavoro dei nostri militari. Leggendo le biografie dei sei soldati uccisi si nota come fossero tutti figli del popolo. Un motivo in più per rispettare in pieno non solo il loro feretro ma anche la loro opera in vita.
Fabio Nicolucci è esperto di temi internazionali e Medio Oriente.