Dolore e serietà degli italiani
Dilettantismi della politica
di
Vittorio Emanuele Parsi ,
pubblicato il 21 settembre 2009
La polvere non si era ancora posata sui resti dei parà italiani uccisi a Kabul, che il polverone della politica romana si levava a rendere ancora più confusa l’interpretazione di una situazione già di suo tutt’altro che di semplice e univoca interpretazione. Era successo dopo Nassirya, si ripete puntualmente dopo Kabul che qualcuno inizi a gridare il “tutti a casa”: la reazione stereotipata dei troppo “8 settembre” che la nostra classe dirigente ha conosciuto e scaricato sul Paese, tradendo una volta di più la propria missione e la fiducia degli italiani di tante, diverse generazioni.
Mentre tutti noi ci uniamo al dolore e alla rabbia per le vite spezzate dei nostri soldati, vale qui la pena di constatare come, nel solco di una tradizione tanto consolidata quanto infausta, sia l’élite politica a correre il rischio di trascinare con sé un Paese che, quando è ben guidato e motivato, sa compiere sforzi e sacrifici incredibili. Ascoltando i portavoce delle Forze Armate nelle ore immediatamente successive alla strage, era impossibile non considerare come se tutte le altre istituzioni della Repubblica avessero compiuto lo stesso incredibile salto qualitativo realizzato dalle Forze Armate negli ultimi 20 anni, probabilmente l’Italia e gli italiani non si ritroverebbero nelle attuali difficili condizioni. Le istituzioni militari testimoniano che obiettivi come l’apertura internazionale, la modernizzazione, il cambio di mentalità, la professionalità e la continuità di tenuta nelle prestazioni siano un obiettivo raggiungibile: a condizione di essere disposti a perseguire il cambiamento e a collaborare perché le riforme possano essere applicate, senza sabotaggi corporativi, anche sapendo coglier le occasioni che persino dolorosi tagli di budget e personale possono fornire.
A fronte di questa sobrietà, di questo professionismo, sta una classe politica in gran parte dilettantesca e sciatta, che troppo spesso intende la leadership come mera capacità di sintonizzarsi con l’umore dell’opinione pubblica, al solo fine di esaltarne e sfruttarne i sentimenti più fragili, e carezzarne gli egoismi, così da far “bottino elettorale” alla prima occasione possibile.
Ma a cosa serve un’élite di questo genere? A nulla. In momenti come questo, ciò che occorre è una leadership capace sì di comprendere lo smarrimento, la confusione, il dolore degli italiani, ma allo scopo di trasformare questi sentimenti nella volontà di non cedere, di non farsi intimidire, di non svilire il senso dell’onore e il valore in cui quei soldati credevano al punto di donare la propria vita per testimoniarne l’importanza. Il senso dell’onore e il coraggio sono evidentemente valori imprescindibili per dei soldati, sono quasi degli attributi professionali. In realtà anche la società civile non può esistere consapevolmente senza coltivarli. Quello che cambia, a ben guardare, è solo che il prezzo che i soldati devono pagare per affermarli, che nel loro caso può richiedere l’estremo sacrificio. A noi, a tutti noi, compresi quelli che vorrebbero sempre e comunque “mollare”, tocca un costo ben più modesto. Vorremmo che una classe dirigente degna di questo nome e del suo ruolo si ricordasse, e ci ricordasse innanzitutto questo.
Docente di relazioni internazionali all’Università Cattolica di Milano e all’Università della Svizzera Italiana di Lugano, è program director del Master in Economia, Istituzioni e Public Policies presso l’Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali (ASERI) e membro dell’Advisory Board di LSE IDEAS (Center for Diplomacy and Strategy at the London School of Economics).