La geometria delle urne
Realismo e Berlusconismo
di
Miguel Gotor ,
pubblicato il 18 settembre 2009
In questi ultimi giorni da più parti si parla della possibile uscita di scena di Berlusconi con una certa dose di superficialità e, quel che è peggio, scarso realismo. Qualcuno addirittura immagina, per l’ennesima volta, che ciò possa avvenire per via giudiziaria. A mio parere, costoro si sbagliano di grosso perché la parabola declinante di Berlusconi è forse iniziata, ma sarà lunga e incerta, anzi è facile prevedere - visto quanto è accaduto nell’ultimo mese - che diventerà la pagina più vigorosa e velenosa della sua ormai lunga carriera politica. Una cosa però dovrebbe essere chiara: l’unico modo possibile di sconfiggere davvero Berlusconi sarà anche il più difficile, quello che non prevede scorciatoie, ma il passaggio attraverso la via maestra delle urne, il lavacro democratico. Gli esiti della scommessa sono incerti e i tempi potranno essere brevi o lunghi, questo non si sa, dal momento che i fattori di accelerazione o di blocco della crisi potranno essere molteplici; saranno possibili momenti e fasi di transizione, ma Berlusconi verrà vinto nel paese soltanto quando sarà battuto in una libera competizione elettorale da uno schieramento che non sarà solo unito dal fatto di essere tutto contro di lui, ma in grado di proporre e di affermare un’altra e più convincente idea di Italia.
In questi ultimi giorni ho trovato particolarmente acuta una battuta di Casini: “Grande centro? No, per favore chiamatelo Andrea”. E sì, anzitutto perché in politica, come nella vita, i nomi e le parole sono importanti; inoltre, in quanto, nel pensare scenari presenti e futuri che si pongano l’obiettivo di girare pagina con l’ormai lunga, consunta e dannosa transizione italiana, sarebbe bene che i liberi e i forti di ogni schieramento facessero ciascuno la propria parte, senza essere tirati per la giacchetta dagli amanti delle formule geometriche, che non rispondono mai alla forza e alla vitalità della politica. Sarebbe importante che la condizione per camminare insieme non fosse animata dall’arroganza e dalla velleità di chiedere all’altro di essere diverso da ciò che è, ma dalla ricerca tenace di quel comune denominatore riformista che dia ragione e speranza al difficile percorso da compiere. In effetti, pensare nuove alleanze possibili non significa affatto abbattere il bipolarismo, ma ritenere insufficiente e quindi ridefinire quello che oggi c’è, che chiaramente non funziona a livello politico, sia con maggioranze risicate come quella dell’ultimo esecutivo Prodi, sia con maggioranze blindate come quella Pdl-Lega attualmente al governo. Solo a questa condizione potrà farsi strada un’altra idea di Italia, riformatrice, nazionale, popolare, moderna, repubblicana, europea, laica e solidale, quella di cui il paese ha bisogno. Ma passando per le urne, perché in democrazia l’unico sovrano è il popolo.
Docente di storia moderna all’Università di Torino e collaboratore de La Repubblica. Il suo volume “Aldo Moro, Lettere dalla prigionia” del 2008 ha vinto il premio Viareggio-Repaci per la saggistica.