La scuola delle famiglie

Un argomento di qualità

di Adolfo Scotto di Luzio , pubblicato il 13 settembre 2009
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Ricomincia la scuola. Nella vita civile di un paese è forse l’evento più importante. Più dell’apertura delle fabbriche in una società ancora industriale. Dei grandi riti superstiti della società moderna, la ripresa scolastica è quello che più di tutti scandisce il tempo e regola l’economia della mente e gli affetti individuali.

La capacità della vita scolastica di dettare il ritmo feriale delle esistenze dei singoli e della vita collettiva non ha eguali. Attorno al suo funzionamento si organizzano le reti dei trasporti urbani e la vita domestica delle persone. I tempi del lavoro e della vacanza. Dalla scuola dipende il turismo e in generale il consumo del tempo libero. Le regole del sistema scolastico inquadrano i comportamenti di milioni di persone.

Ma ci sono almeno due scuole che ad ogni inizio di anno scolastico si confrontano. Una è la scuola di quelli che a scuola ci vanno: i padri e le madri che ci mandano i figli, i figli stessi, che tra i banchi passano gli anni decisivi della loro formazione come persone, gli insegnanti. L’altra è la scuola di chi della scuola fa l’occasione per gridare governo ladro, e state pur certi che non c’è stato governo da molti decenni a questa parte che non abbia incontrato sulla sua strada un ente locale, un sindacato, un comitato di base o un gruppo di studenti ribelli pronto a sbarrargli il passo. Inutile dire anche che da molti decenni a questa parte non c’è governo che alla fine non abbia ceduto. Se uno si volta indietro a guardarli, gli anni a noi più vicini sono un vasto cimitero di riforme scolastiche progettate e mai realizzate, di riforme approvate e mai applicate. Di misure decise e abbandonate per strada.

È singolare notare come la scuola delle famiglie (di quelli che in fondo alla scuola ci credono ancora) non abbia trovato in tutti questi anni una voce pubblica autorevole e politicamente rilevante. Non è stato così nella storia dell’ Italia contemporanea e questo silenzio attuale dice molte cose sulla miseria attuale della vita politica e civile del nostro paese.

È merito di Ernesto Galli della Loggia aver rimesso al centro della discussione pubblica la scuola degli italiani. Lo ha fatto da ultimo con un editoriale, domenica, sul Corriere della Sera: la scuola come parte integrante di un discorso sulla costruzione culturale della nazione.

Per buona parte del Novecento il discorso sulla scuola è stato un tema fondamentale per gli intellettuali. Attorno ad esso si sono organizzate questioni cruciali nella vita di una democrazia: la giustizia sociale, l’ importanza della cultura per la formazione della vita individuale e nel rapporto tra le classi, la capacità di leggere i conflitti di una società moderna nelle dinamiche stesse della sua vita intellettuale. Pensate a Pasolini. Niente di tutto questo oggi sopravvive.

Oggi, la crisi della scuola si riflette nel dileguamento degli intellettuali dalla sfera pubblica. Della scuola si parla o come di un’agenzia di socializzazione per l’ adolescenza o come di un gigantesco apparato keynesiano per il sostegno all’ occupazione. Tutti chiedono sempre più scuola. Più soldi, più insegnanti, più tempo. A nessuno sembra più importare la qualità della scuola.

Da anni la sfera pubblica italiana è deserta di una qualsiasi discussione sui contenuti dell’ insegnamento. Quello che i nostri figli studiano e come lo studiano sembra non interessare più a nessuno. Qualcuno di voi ha per caso notizia di una discussione aperta (oltre i confini angusti di qualche raro convegno accademico) su i libri di testo e sul modo in cui nella scuola italiana si insegna ad esempio la letteratura o la matematica?

Anni fa una ridicola discussione impegnò per qualche tempo i giornali: i libri di testo, soprattutto la storia del Novecento, andavano riscritti. Bisognava istituire delle commissioni di revisione. La miseria del discorso pubblico italiano sta tutta qui. Nella fazione, nella rissa ideologica, nella scomparsa dell’ arte civile del discorso. Ma discutere di libri e di contenuti dell’ insegnamento è cosa ben diversa da un processo ideologico intentato all’ avversario politico. Significa contrastare la banalizzazione culturale che affiora dalla dilatazione enciclopedica dei programmi; significa ridefinire il canone degli autori, dire in una parola chi siamo e cosa ci rappresenta sul piano culturale.

Di questo ha oggi bisogno la scuola. Di tornare al centro di un ampio dibattito intellettuale, capace di leggerne ruolo e contenuti in relazione ad un problema che ci riguarda e ci riguarderà sempre di più nell’ immediato futuro: la riscrittura dei quadri culturali della nazione alla fine della lunga, convulsa, interminabile transizione tardo novecentesca.

La scuola è il luogo cruciale di questa impresa e Italia futura vi si accinge, convinta che sia necessario promuovere nella società italiana un vero e proprio partito della scuola che abbia a cuore la serietà dell’ insegnamento, il rigore della selezione scolastica, il rispetto degli insegnanti e la loro preparazione culturale.

Questi temi ci stanno a cuore e su questi temi vi invitiamo a darci il vostro sostegno.

Storico e saggista, insegna all' Università di Bergamo. I suoi libri sul liceo classico e sulla crisi del modello scolastico italiano del secondo dopoguerra hanno suscitato un intenso dibattito.


tag:  scuola   programmi   cultura   qualità   insegnamento  


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#7 da Filippo Davoli, inviato il 6/11/2009
Pieno e convintissimo sostegno.

#6 da Mariangela Valgio, inviato il 21/9/2009
@->Diego Alloni: Vorrei sapere una cosa, che non capisco. Cosa intendi per "scuola "femminilizzata", primaria e secondaria; che premia il genere femminile tra gli studenti; e che parla al femminile, di informazione invece che di formazione." No, sai, perché da insegnante e donna una cosa scritta così pare particolarmente offensiva. Puoi chiarire meglio cosa intendi, per favore?

#5 da prof Pauletto, inviato il 19/9/2009
gli analfabeti del 21° secolo non saranno coloro che non sanno leggere e scrivere, ma coloro che non sapranno imparare, disimparare e ricominciare ad imparare (Alvin Toffler)" "l'istruzione è rimasta immobile di fronte ai cambiamenti del 21° secolo La società è cambiata: globalizzazione, modificazioni radicali indotte dalle tecnologie digitali, spostamenti demografici, cambiamenti nei valori e nei comportamenti. Gli studenti sono cambiati: nativi digitali, abituati a ricevere informazioni in tempo reale, a gestire processi paralleli e multitask, a lavorare per immagini più che su testi scritti, in costante connessione a internet, a ricercare gratificazioni immediate, dotati di scarsa capacità di pensiero critico, riflessione e giudizio. ….gli istituti scolastici sono inadeguati alle caratteristiche emergenti della società" La società digitale consente e richiede: 1) nuove modalità e ruoli nella gestione dell'istruzione dei giovani, costituite ad esempio da: passaggio dalla classe tradizionale affidata ad un insegnante a gruppi variabili di studenti gestiti da team di docenti un'edilizia scolastica che preveda a) possibilità di singole postazioni di lavoro per gli studenti, b) ambienti per grandi raggruppamenti, c) ambienti per piccoli gruppi un'organizzazione del tempo scuola che preveda spazi temporali più ampi delle normali lezioni per l'approfondimento di unità tematiche e contestualmente una suddivisione dell'anno scolastico in periodi più brevi dei trimestri o quadrimestri una modificazione del ruolo dell'insegnante da trasmettitore di conoscenze e informazioni a quello di facilitatore dell'apprendimento 2) l'introduzione di nuove figure e un'estensione dell'ambiente di apprendimento: utilizzo di mentori e di altre risorse umane, quali genitori e membri della comunità territoriale estensione di ambienti di apprendimento ad altre scuole e ad altri luoghi del territorio svolgimento dei programmi scolastici non solo dentro ma anche fuori la scuola con il riconoscimento, ai fini della valutazione, anche delle performance e produzioni esterne costante interazione on-line 3) la possibilità che lo studente assuma in prima persona la gestione e il controllo del proprio apprendimento, diventi insieme produttore e consumatore del sapere, prevedendo che: gli studenti possano contare su un collegamento online con insegnanti, mentori e pari, quando ne sentono il bisogno abbiano opportunità di apprendimento accessibili online da casa, da scuola o da qualunque altro luogo lo studio superi i confini spaziali e temporali: le risorse siano accessibili online 24 ore al giorno, 365 giorni l'anno. sul tema DOCENTI IMMIGRATI DIGITALI http://relazioninelweb.blogspot.com/2006_02_01_archive.html

#4 da Matteo Sperandeo, inviato il 17/9/2009
Quello che è scritto in questo articolo, resta comunque un bel "manifesto" di intenti con il quale If si appresta a prendere parte ad una causa (le modalità di diffusione della cultura) che è la base, il fondamento di una nazione civile.

#3 da Francesca Cicero, inviato il 14/9/2009
Sono assolutamente d'accordo. Lo sono perchè l'Italia è fanalino di coda, perchè da noi non legge più nessuno.
Io dò molta importanza alla lettuta, mia madre mi dava da mangiare pane e libri, così sono cresciuta ed oggi, non posso non andare in libreria. La scuola mi ha formata, ho avuto la fortuna di trovare insegannti che hanno contivato questo mio interesse con me, oggi non c'è più tempo; non ditemi che non ci sono i soldi, che i libri costano troppo, non è vero, quando gli stessi soldi si spendono ogni giorno per bere o andare in discoteca.
La lettura,in particolare fatta nelle scuole, aiuta la nostra mente, la nutre, ci apre scenari nuovi, ci mette in relazione con il mondo intero.
La scuola oggi, purtroppo è svilita dalle riforme passate e dalla mannaia dell'ultima che si sta consumando in queste settimane. Sento parlare di limiti agli ingressi degli immigrati, sento dire che i professori che fanno politica non potranno insegnare, sento dire e fare deella scuola solo un conteggio, come se si trattasse di un negozio di merceria.
Un paese che taglia i fondi alla cultura, che relega la scuola ai margini della società, non è un apese che ha molto futuro, eprchè è un paese miope, che farà crescere filgi che ignoreranno il corretto modo di agire e muoversi nella società.
L'omologazione della cultura di cui oarlava Pasolini, sta accadendo, e questo credetemi è la mia grande paura, per il nostro paese, per noi, per il nsotro futuro.
Noi di Italia Futura doobiamo agire, io, come dico sempre, ci sto.

#2 da Giulio Portolan, inviato il 14/9/2009
Il problema-scuola riflette la complessità della società, divisa nei diversi schieramenti politici e riflessa nella loro conflittualità. Se la società non progredisce verso un liberismo da tutti condiviso, inteso come il modo migliore per un ordinato svolgersi della vita sociale, il blocco dello sviluppo del Paese inizia a scuola. L’Italia è la sintesi dei conflitti del mondo, che, a livello politico, ne paralizzano la crescita: scontro tra Est e Ovest (comunismo contro capitalismo); tra Nord e Sud (occidente ricco contro mondo povero); tra laici e cattolici; tra popolo e immigrati; tra tradizione e progresso; tra globalizzazione e localismo. Esiste, inoltre, il conflitto intergenerazionale (la cosiddetta “emergenza educativa”): non c’è scuola in cui la dirigenza non denunci la problematica comportamentale degli adolescenti, portata a conoscenza dell’opinione pubblica dai fatti di cronaca, e ben conosciuta dai genitori a casa, i quali pagano, allarmati, la loro debolezza educativa trovandosi contro i propri figli, sempre più sbandati, disorientati e perciò aggressivi. Non è da tutti condiviso il richiamo alla scuola tradizionale. L’istruzione è insegnamento di contenuti, ma questi possono far “aprire gli occhi” sulla realtà esterna al grembo protettivo della scuola e della famiglia, dove il demone del nichilismo è pronto a inghiottire l’adolescente che si pone domande critiche sul mondo e sulla vita, e si avventura a varcare la soglia dei “sentieri interrotti”. L’adolescente, in crisi, si abbandona al nichilismo, e gli adulti non rispondono alla sua domanda di senso, perché occupati dai loro “affari”. La selezione meritocratica a scuola è importante perché strumento per lo svolgersi delle relazioni sociali, che sono a carattere economico e per questo devono essere gerarchizzate. Si deve insistere su questa direzione, a condizione che sia riconosciuta come primaria la funzione educativa della scuola. Essa non è innanzitutto un’azienda, e lo studio non è un modo per competere e perseguire un “successo scolastico”, che sia immagine e anticipazione del successo nella vita. Il senso dell’insegnamento è la maieutica socratica finalizzata a far progredire il discente nella ricerca autonoma e guidata del sapere. Bloccato il suo sviluppo da forze che si oppongono alla meritocrazia, cioè alla gerarchizzazione sociale, la scuola non si è sviluppata molto oltre Gentile, ciò che testimonia la grandezza dei valori della tradizione, che non devono essere recuperati, perché sono eterni.

#1 da Diego Alloni, inviato il 14/9/2009
Caro Adolfo,
bisogna anche capire di quale scuola stai parlando, al di là dell'idealità. Per esempio, della scuola "femminilizzata", primaria e secondaria; che premia il genere femminile tra gli studenti; e che parla al femminile, di informazione invece che di formazione.
Buona riflessione
Diego



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