Mondo Futuro

Nel nome di Samuel Huntington

di Emanuele Schibotto

pubblicato il 10 settembre 2009
immagine documento Samuel Huntington. Ai più questo nome potrà non dire molto. In realtà, si tratta di una delle figure accademiche più influenti degli ultimi due decenni. Scienziato politico, professore ad Harvard, Huntington è considerato l’ideatore della teoria dello “scontro di civiltà”. Un’idea tratteggiata da Huntington in un articolo pubblicato sulla rivista Foreign Affairs nel 1993 e poi approfondita in un fortunatissimo libro uscito nel 1996.

Il nucleo della teoria elaborata da Huntington è il seguente: con la fine della Guerra Fredda, la politica internazionale sarà dominata dalla cultura piuttosto che dall’ideologia. Negli anni a venire i conflitti armati saranno combattuti nel nome delle civiltà, e le faglie intercorrenti tra le diverse civiltà (le zone di contatto quali l’Ucraina e la stessa Italia) saranno i veri campi di battaglia. Il messaggio lanciato dall’accademico di Harvard è sconvolgente: le civiltà sono destinate allo scontro. È davvero così? Siamo davvero coinvolti in uno scontro di civiltà?

Apparentemente, ci ha pensato la Storia a sconfessare Huntington. Nell’articolo l’autore scrive che “a seguito della fine della Guerra Fredda, le differenze sostanziali tra Cina e Stati Uniti sono riapparse con forza in aree quali il rispetto dei diritti umani, il commercio, la proliferazione degli armamenti. È improbabile che queste differenze vengano appianate”. Invece, negli ultimi 15 anni le relazioni sino-americane sono diventate ancora più solide. Anche la paura di Huntington verso “relazioni sembre più difficili tra Stati Uniti e Giappone” è stata bellamente smentita dai fatti. Inoltre, l’inesistenza di uno scontro di civiltà viene resa ancor più evidente dalla “guerra al terrore” lanciata dagli Stati Uniti contro i fondamentalisti islamici. Dopo l’11 settembre 2001, il Presidente Bush è stato ben attento a non dichiarare guerra all’Islam, bensì solo agli esponenti più radicali del mondo musulmano. Si tratta di una importante distinzione ripresa in molteplici occasioni dall’Amministrazione Bush. Infine, il progetto di un Unione per il Mediterreano, una organizzazione in grado di unire gli Stati della sponda nord e sud del Mare Nostrum, cristiani e musulmani, assesta un altro duro colpo alla teoria del professore americano.

All’interno dell’articolo Huntington forza in tutti i modi la sua tesi, incorrendo in grossolani errori di matrice storica, politica e socio-culturale. Ma l’errore di gran lunga più grande consiste nel non concepire una soluzione diversa dal conflitto tra civiltà. L’ipotesi del dialogo non viene nemmeno presa in considerazione. L’invevitabilità dello scontro, della collisione tra culture.

La sua tesi appare avulsa dalla realtà, quasi fosse un mito. Eppure, è proprio questo a renderla pericolosa. Fred Halliday scrive a proposito: ”come per gli altri miti politici, il fatto stesso che queste idee vengano diffuse dona loro una connotazione reale”(Halliday Fred, Islam and the Myth of Confrontation, I.B Tauris, 1995). Nel peggiore degli scenari ipotizzabili, le idee di Huntington potrebbero comportarsi come profezie autoavveranti. Nell’ultimo decennio, l’idea dello scontro di civilità è stata sfruttata in ogni dove da politici mossi prevalentemente da interessi personali, oratori che trovano più conveniente parlare di “scontro” piuttosto che di “dialogo”. Nel nome di Samuel Huntington.

L’Italia è un caso di scuola. L’immagine popolare che vuole una gigantesca comunità musulmana residente in Italia non è confermata dai dati ufficiali, i quali peraltro mostrano come i i cittadini di religione musulmana costituiscano circa tra il 2% ed il 3% della popolazione italiana (Ministero dell’Interno – Primo Rapporto sull’Immigrazione 2007). Purtroppo, credo che una teoria che io definisco “scontro di civiltà indotto” stia prendendo sempre più piede in Europa, soprattutto in quei Paesi dove l’identità religiosa o altre identità assumono un valore ben maggiore rispetto alla cittadinanza, all’idea di appartenenza allo Stato. Francis Fukuyama scrive che “se le società moderne intendono muovere verso una più seria discussione circa l’identità, allora diventa imperativo scoprire quelle virtù positive che definiscono cosa significa essere un membro della comunità. Se non ci riescono, allora potrebbero venire dominate da popoli che sono molto più sicuri su chi sono.”(Fukuyama Francis, Identity and Migration, Prospect Magazine, 25 Febbraio 2007) Le ultime elezioni europee, dove i partiti conservatori di impronta radicale hanno registrato ottimi risultati, ci lanciano un segnale molto preoccupante. Speriamo vivemente che Samuel Huntington, dopo tutto, non abbia ragione.

Emanuele Schibotto è esperto di relazioni internazionali. Attualmente collabora con Equilibri.net e Geopolitica.info, ha lavorato in precedenza presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, l'Istituto per il Commercio con l'Estero e l'Istituto Internazionale di Diritto Umanitario di Sanremo.


tag:  scontro   civiltà   dialogo   integrazione   idee  


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#2 da GIANPAOLO MAURINA, inviato il 7/10/2009
L'Italia è un paese straordinario, con potenzialità incredibili in ogni settore, ricco di talenti e di persone con idee innovative e orginali. Ma siamo ineluttabilemnte destinati al declino sociale, politico, economico: stiamo scivolando verso un degrado dal quale sarà molto difficile riemergere. Sono stanco di andare all'estero e sentirmi chiamare "mafia" o "pizza": BASTA, noi siamo ben altra cosa e tutto il mondo ce lo deve riconoscere. Esiste una maggioranza silenziosa che vorrebbe dare un contributo forte al cambiamento ma non sa come fare. Ho aderito al progetto Italia Futura perchè credo possa rappresentare una svolta vera rispetto ad una politica del "tutti contro tutti" che ogni giorno disturba le nostre coscienze e deteriora l'immagine già precaria del nostro paese.

#1 da vittorio emanuele parsi, inviato il 25/9/2009
Oltre che autore del saggio the clash of civilizations, Huntington è autore di uno dei più accreditati studi sulla democratizzazione (la terza ondata), che rappresenta tuttora un punto di riferimento per la scienza politica. Per capire la rilevanza del suo saggio sullo scontro di civiltà, occorre contestualizzarlo e ricordare che esso presentava un punto di vista alternativo a quello liberale di Fukuyama sulla fine della storia, che peraltro sosteneva che il fondamentalismo religioso non avrebbe costituito una sfida significativa per il liberalismo sul campo della legittimazione dell'autorità (neppure all'interno del mondo islamico e nei confronti dei liberali presenti nelle società dove l'islam è maggioritario). Ambedue i saggi, contenevano intuizioni importanti per comprendere il dopo guerra fredda e, ovviamente, errori di previsione. Essi offrono visioni in realtà complementari per interpretare gli eventi del dopo '89. Ciò che resta vero nella sua riflessione è che, con il tramonto delle ideologie, le questioni identitarie sarebbero state politicizzate e che quelle che potevano rifarsi a una matrice religiosa sarebbero state più facilmente impiegate, cosa che si è puntualmente verificata e non solo nel mondo islamico. Dopo la fine dello scontro tra comunismo e liberalismo, Huntington sosteneva fosse illusorio (come prospettava Fukuyama) attendersi un'epoca di progressiva e naturale armonia degli interessi (qualcuno ricorderà le tesi di E.H. Carr) e di omologazione politica globale al liberalismo. In questo senso, la storia ha fatto tutto meno che smentire Huntingon. E, sia ben chiaro, ha dato parzialmente ragione anche ad alcune delle intuizioni di Fukuyama Fred Halliday, che ho il piacere di conoscere personalmente, ha un'impostazione molto differente, e ha dedicato un libro importante alle Relazioni internazionali nel Medio Oriente, pubblicato in Italia 3 o 4 anni fa, in cui polemizza con il collega di Harvard. Non c'è dubbio che il ceto politico e i suoi i aiutanti si siano serviti delle tesi di Huntingotn, piegandole alla polemica politica spicciola, e spesso senza davvero capirle, ma questo non fa delle tesi di Huntington della "pacottiglia intellettuale". Huntington è infatti uno degli autori più malamente citato e meno letti della scienza politica. Resta vero che sta all'impegno dei cittadini e dei politici lavorare affinché quello scenario di scontro non si realizzi. Ma questo è un discorso diverso. E' una condivisibile opzione politica, che con la scienza ha poco a che fare. E che, per nulla paradossalmente, finisce col perdere forza proprio per l'inutile polemica con il lavoro di Huntington. Huntington, in definitiva, era uno studioso di scuola realista (come Mearsheimer, tanto per citare un altro grande vecchio), più attento a sottolineare i rischi del conflitto delle possibilità della cooperazione. Questo, semmai, è un limite strutturale del pensiero realista (che evidentemente può vantare altri meriti), ma é un grave errore concettuale (peraltro talmente comune da essere ormai diventato un mantra del politicamente corretto) dipingerlo come un ideologo della impossibilità della convivenza. Huntington è morto l'anno scorso, onorato dalla comunità scientifica internazionale.



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