L'apologia dello standard
Università
di
Giandomenico Miscusi ,
pubblicato il 7 settembre 2009
Sembra che sempre più spesso l’attenzione venga rivolta, da articoli di cronaca, editoriali, saggi e dibattiti, al fenomeno della cosiddetta “fuga di cervelli” ed al preoccupante danno che ne consegue per lo sviluppo della Cultura Italiana. L’argomento evoca commenti talvolta severi, sulla miopia delle Istituzioni o talvolta propositivi, sulle nuove strategie da adottare, non mancando inoltre dure denunce circostanziate su fatti riguardanti Ricercatori, concorsi ed Università.
Questo concerto di voci, ben motivato, ha una comune caratteristica timbrica, quella del rammarico pieno di struggente desiderio di giustizia per questi “cervelli” costretti alla fuga dal loro Paese che altro non può meritare, pertanto, che il castigo dell’auto-paralisi culturale. L’impatto emotivo di tale reale fenomeno, sul piano del sano buon senso civico, è assai forte e può far correre il rischio, altrettanto reale, di sollecitare ulteriori onde emozionali generalizzate.
Da parte della politica nazionale, ad esempio, che obbligata a difendersi dall’accusa di incuria può emendarsi dando il via a leggi pro-rimpatrio, pregiudizialmente sbilanciate a favore di tutti quanti sono già occupati all’estero. Lo spirito sarebbe quello di preferire di donare privilegi erga omnes pur di beneficiare del recupero di almeno qualche vero “cervello”. Da parte di quei neo-laureati con aspirazioni di carriera accademica e di strutturazione nei centri di ricerca, i quali non avendo a portata di mano scorciatoie per la meta, troverebbero giusto lasciare il loro ingiusto Paese. L’alibi sarebbe così completo per disimpegnarsi sia dallo spirito critico sul proprio valore culturale che da un onesto ideale meritocratico. Da parte anche, purtroppo, di molta opinione pubblica che indignata per quello che viene a sapere reagisce movendo pensieri rivolti al giustizialismo. Il pericolo sarebbe poi quello di concentrare sul fenomeno “fuga di cervelli” tutte le colpe delle disfunzioni del progresso scientifico e culturale in generale nel nostro Paese.
Fermo restando che questo tipo di emigrazione intellettuale rappresenta un serio problema che deve trovare la sua corretta soluzione, non viene però data altrettanta attenzione ad un altro serio problema italiano d’attualità, come per un meccanismo d’oscuramento da parte del primo, ma ben segnalato da tutta la comunità scientifica internazionale, e cioè quello del grossolano divario di qualità tra i nostri atenei (per numero tra i primi in Europa).
La qualità di un ateneo, come è noto, si misura con dei parametri ben definiti, correlati ai risultati ottenuti nel campo della didattica e della ricerca, sia di base che applicata, e per la Facoltà di Medicina, anche nel campo dell’assistenza.
Senza entrare nel formalismo dei criteri indicatori della Qualità, oggi ciò che soprattutto nella sostanza dovrebbe occupare l’attenzione della politica nazionale, interessare laureandi e neo-laureati e preoccupare l’opinione pubblica, è questa ingiusta produzione del sapere tra le varie università, cui consegue una ingiusta distribuzione sociale delle capacità culturali e delle maturazioni professionali dei “dotti” che entrano nel mondo del lavoro. Tutti sanno da sempre che in ogni classe scolastica esistono i primi e gli ultimi, ma è anche noto che il prestigio, ad esempio, di un liceo si basa sul livello medio di formazione degli studenti, ovvero su quanto sia migliore quella maggioranza che occupa la posizione di mezzo tra gli estremi, rispetto ad altri licei. Spesso è proprio sulla base di questa informazione che i genitori scelgono la scuola per i loro figli.
Il motivo della scelta è ovvio: il livello medio è indicatore di affidabilità; classificare la posizione di uno standard rispetto a quello di altre categorie omologhe, offre la ragionevole certezza di poter contare sul punto di riferimento giusto.
Se la metafora vale, allora l’interesse prioritario della politica di sviluppo culturale e del progresso scientifico del Paese deve riguardare la formulazione di normative che stabilizzino su un alto livello lo standard degli atenei rispetto al resto del mondo, e che garantiscano tale standard omogeneamente per tutta la Nazione.
Se così realmente fosse, guadagneremmo maggior prestigio internazionale, soprattutto in campo scientifico, proprio grazie allo standard elevato invece che solo grazie ad alcune sporadiche punte di eccellenza. Di conseguenza è la nostra cultura che potrebbe essere esportata, invece di lasciarci sfuggire isolati “cervelli”.
I benefici per tutti i cittadini, inoltre, sarebbero finalmente quelli di un vero Paese socialmente avanzato: garantire a tutti l’uguaglianza di un elevato standard di competenza, efficienza ed affidabilità per ogni servizio.
Sul piano sociale, infatti, al fine di consolidare un’ottima dote culturale, non è così importante vantarsi di avere qualche “primo della classe”, poiché solo pochi, di fatto, possono poi avvantaggiarsi subito del campione; lo è molto di più, invece, avere tanti “buoni” di standard elevato, di cui quasi tutti possano giovarsi, in tutte le attività post-laurea del mondo del lavoro.
Questo tipo di standard è testimonianza di equità, quella che realmente fa sentire garantita ogni persona; quella per cui se, ad esempio, accade di aver bisogno di uno specialista ortopedico in urgenza, non si corrano rischi di disuguaglianza di trattamento (competenza, organizzazione, etc.) se il luogo dell’incidente avviene davanti ad un ospedale zonale invece che ad un dipartimento universitario ovvero se la Regione od il Comune sono nel nord, nel centro o nel sud del Paese.
L’assenza di un omogeneo standard elevato, dovrebbe essere ciò che preoccupa la politica nazionale, l’università e la pubblica opinione.
Se la “fuga” allusivamente viene considerata un evento patologico della nostra Società, allora dobbiamo precisare che trattasi di malattia non maligna, in quanto suscettibile di guarigione rapida grazie alla ampia disponibilità di mezzi terapeutici in nostro possesso.
Un mediocre livello standard della cultura prodotta dai nostri Atenei, con una sua sregolata e dissestata presenza nelle diverse aree del Paese, è invece una malattia maligna che può metastatizzare subdolamente, tutt’altro che suscettibile di rapida guarigione, di non facile trattamento e soprattutto gravata da enormi costi per tutti noi.
Giandomenico Miscusi è Professiore di ruolo del Dipartimento di Scienze Chirurgiche – Università La Sapienza