Mondo Futuro
Le politiche migratorie di domani
di Rainer Munz
pubblicato il 30 agosto 2009

Considerate le prospettive, a medio termine, di ripresa economica e, a lungo termine, di evoluzione demografica; è indubbio che l'Europa continuerà ad aver bisogno di mano d'opera proveniente dall'immigrazione.
Tendenze migratorie
Tra il 1750 e il 1960 l'Europa è stata la principale regione di origine delle migrazioni, sono circa 70 milioni gli europei che in quel periodo sono partiti per il continente americano, l'equivalente di un quarto delle nuove generazioni. Il fenomeno rallenta solo durante la decolonizzazione, negli anni 60' e 70', quando l'Europa inizia a sua volta a reclutare mano d'opera fuori dai propri confini. In quei due decenni sono tuttavia ancora moltissimi gli europei che lasciano il vecchio continente. E' dunque in quello successivo, gli anni '80, che-per la prima volta della storia moderna- la bilancia migratoria dei 27 paesi dell'attuale UE diventa positiva.
Negli ultimi anni è aumentata notevolmente la mobilità intraeuropea della popolazione: lavoratori stranieri, originari principalmente dei paesi in cui gli stipendi sono più bassi (Bulgaria, Lettonia, Lituania e Romania), hanno sfruttato la libera circolazione tra paesi membri per approdare sul mercato del lavoro di altre nazioni, sopratutto Grecia, Italia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Regno Unito. Altri stati dell'Europa occidentale hanno mantenuto flussi intensi in entrata per via dei ricongiungimenti familiari, e-meno intensi-dei richiedenti d'asilo, a cui vanno aggiunti flussi irregolari dall'Africa settentrionale e occidentale, il Medio Oriente e l'Asia. L'Ucraina è, ad esempio, emersa come una nuova importante regione d'origine delle migrazioni. I paesi che, dal 2000, hanno avuto più ingressi sono la Spagna e l'Italia, seguiti a distanza dal Regno Unito, l'Irlanda e la Grecia, mentre i paesi da cui si emigra maggiormente sono, nello stesso periodo, la Bulgaria, la Polonia, la Romania e la Turchia. Seguendo la tendenza generale, molti dei paesi dell'UE-inclusi alcuni tra i più recenti stati membri-sono ormai regioni di destinazione, e non più di origine, delle migrazioni.
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Gli europei nati all'estero
In Europa, sono 43 milioni gli immigrati regolari, nati in un paese diverso da quello in cui vivono, rappresentano l'8,5% della popolazione totale del Europa occidentale e centrale. Circa 14 milioni tra loro provengono da altri paesi dell'Unione Europea- in alcuni casi le migrazioni sono iniziate prima che le nazioni d'origine fossero membri dell'UE. I restanti 29 milioni sono partiti dalle altre regioni d'Europa e del mondo, di cui 19 milioni dall'Asia, il Medio Oriente, l'America latina e i Caraibi. Tra i 27 paesi membri, è la Germania che conta tra i suoi residenti più persone nate all'estero, seguita-da lontano-dalla Francia, il Regno Unito, la Spagna e l'Italia.
Previsioni su popolazione europea totale e attiva
L'Europa ha oggi 500 milioni di abitanti. Secondo le previsioni a medio termine pubblicate da Eurostat, la popolazione totale dell'Ue continuerà a crescere, ad un ritmo ridotto, raggiungendo i 518 milioni nel 2025. Nel periodo successivo, Eurostat prevede una diminuzione sensibile della popolazione, 515 milioni nel 2050, per via del calo della natalità in molti paesi di recente ingresso nell'Unione. La proiezione tiene conto, in questi numeri, dell'apporto continuo derivato dai flussi migratori, stimandolo a 50 milioni di persone tra il 2009 e il 2050. In assenza di queste migrazioni di massa, la popolazione europea inizierebbe a diminuire già dal 2010, ammontando nel 2050 a soli 444 milioni di abitanti.
Queste proiezioni dei cambiamenti demografici hanno un impatto significativo anche sull'età della popolazione e la proporzione di popolazione attiva dell'Europa del futuro. Gli europei in età lavorativa (dai 15 ai 64 anni) sono oggi 330 milioni. Questa classe di età inizierà a declinare dal 2025, raggiungendo 294 milioni nel 2050. Questo dato non rispecchia l'invecchiamento interno a questa vasto gruppo di età: in molti paesi europei il numero dei giovani (15-24 anni) che accedono al mercato del lavoro sta già diminuendo-e accadrà lo stesso in tutta l'UE nell'arco dei prossimi 45 anni. In contrasto, la classe di età successiva (dai 30 ai 54 anni) continuerà a crescere fino al 2020, mentre il gruppo che va dai 55 ai 65 anni crescerà probabilmente fino al 2030, quando i figli del baby boom raggiungeranno l'età (oggi) pensionabile.
Se il tasso di popolazione economicamente attiva rimanesse nei prossimi decenni lo stesso di quello odierno, gli attivi passeranno dai 236 milioni di oggi ai 229 milioni del 2025, fino ai 207 milioni del 2050. In assenza di fenomeni migratori, se si fermassero domani, questo declino sarebbe molto più forte: in questo scenario, piuttosto fantasioso, gli europei in età lavorativa sarebbero 224 milioni nel 2050, si cui solo 171 milioni economicamente attivi, su 444 milioni totali.
Opposta è la tendenza per quanto riguarda le classi più avanzate di età. Per via dell'aumento della speranza di vità e l'invecchiamento della generazione nata negli anni del baby boom, si prevede che le persone di più di 65 anni, oggi sono 83 milioni, saranno nel 2050 148 milioni. Il maggior aumento interno al gruppo di età è previsto tra gli over 80.
L'Europa sta vivendo un processo demografico che si può riassumere così: il passaggio da una società in cui erano in maggioranza i giovani a una società in cui i lavoratori più adulti (over 45), sommati a pensionati e anziani, formeranno a loro volta una netta maggioranza.
Politiche migratorie innovative e intelligenti
In tutta l'Europa occidentale l'attuale crisi economica porta con sé una crescente disoccupazione, cala il bisogno di mano d'opera aggiuntiva e ci sono meno flussi di migranti in ingresso. Allo stesso tempo la quantità di immigrati che ritornano nel loro paese d'origine sta crescendo, sopratutto tra i lavoratori che provengono da paesi europei. Alcuni governi incoraggiano queste "migrazioni di ritorno" con incentivi finanziari.
Considerate le prospettive, a medio termine, di ripresa economica e, a lungo termine, di evoluzione demografica; è indubbio che l'Europa continuerà ad aver bisogno di mano d'opera proveniente dall'immigrazione. In questo contesto, l'immigrazione deve essere vista come una risposta necessaria, anche se parziale, all'invecchiamento della popolazione e, come sua conseguenza, alla diminuzione delle popolazione nei paesi europei, mentre nelle confinanti regioni crescono le popolazioni in età lavorativa. Le migrazioni avranno un ruolo positivo solo se l'Europa è in grado di attrarre migranti con gli adeguati livelli di formazione, e se a questi lavoratori verrà permesso l'accesso al mercato regolare del lavoro o la possibilità di avviare un'attività propria. Ma la disponibilità di persone non è illimitata. Per non parlare della disponibilità dei saperi e delle competenze.
In questo contesto, le nazioni europee hanno più che mai bisogno di politiche migratorie innovative e intelligenti, capaci di andare allo stesso tempo incontro alla carenza attuale di lavoro e di attrarre le persone con i talenti e competenze più utili. Oggi sono il Regno Unito e la Svezia ad avere, tra i 27 membri dell'Unione Europea, le politiche migratorie più promettenti per regolare i flussi di forza lavoro a secondo delle loro necessità. Se questi paesi vorranno rimanere competitivi, questi sistemi dovranno essere mantenuti e ulteriormente sviluppati, nonostante l'attuale crisi economica.
Rainer Münz è a capo del dipartimento ricerca e sviluppo dell'Erste Bank di Vienna e ricercatore all'istituto di economia internazionale di Amburgo.
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Policy Network. Agosto 2009.