Federalismo e Pubblica Amministrazione
Una nuova politica locale
di
Alberto Stancanelli ,
pubblicato il 29 agosto 2009
La riduzione delle competenze dell’Amministrazione centrale conseguente al trasferimento delle funzioni amministrative a Regioni ed Enti locali e, al tempo stesso, la valutazione delle funzioni pubbliche da “dismettere” ha rappresentato il punto centrale delle riforme degli ultimi anni con l’obiettivo di superare il modello fortemente statalistico, centralistico e burocratico dell’Amministrazione centrale dello Stato.
Le riforme amministrativo-costituzionali hanno avuto come obiettivo l’introduzione da un lato di un federalismo solidale (da ultimo anche la legge delega sul federalismo fiscale richiama il principio della solidarietà e della coesione sociale), secondo il principio di sussidiarietà verticale, che vede i centri decisionali più prossimi ai cittadini e dall’altro del principio di sussidiarietà orizzontale, attraverso il riconoscimento e la promozione dell’autonomia dei singoli e delle associazioni per le attività di interesse generale.
Allo Stato, con il nuovo art. 117 Cost., sono state mantenute le funzioni in quelle materie che rappresentano l’unitarietà del Paese e la garanzia del rispetto, sul territorio, dei livelli minimi essenziali dei diritti fondamentali.
Ma la concreta attuazione dei principi del federalismo non può prescindere da un corretto funzionamento della macchina amministrativa. La macchina amministrativa statale era ed è una macchina a due velocità, diverse nel Nord e nel Sud (si considerino ad esempio i lavori pubblici, i servizi alle imprese, alla persona, ecc.), per cui la riforma federalista si inserisce in un’Italia profondamente divisa nei livelli di sviluppo e di tenore di vita dei cittadini.
I livelli regionali di Pil pro capite e di produttività del lavoro variano in modo significativo e il contributo alla formazione del Pil nazionale è fortemente squilibrato a favore solo di alcune Regioni settentrionali. Di contro l’impossibilità di far fronte ad esigenze di consumo ed investimento, tramite le risorse prodotte internamente, comporta una forte dipendenza delle Regioni meridionali dalle risorse prodotte all’esterno.
Nelle Regioni del nord il federalismo, sia amministrativo che costituzionale, ha avuto una migliore attuazione, in quanto le amministrazioni (sia centrali che territoriali) si presentano più efficienti e hanno un’organizzazione amministrativa più solida. In queste Regioni proprio la migliore organizzazione ha consentito di utilizzare in modo razionale le risorse trasferite dallo Stato, impiegando in alcuni casi meno risorse rispetto a quelle trasferite, ma garantendo, al tempo stesso, una buona qualità dei servizi.
Le differenze organizzative, economiche e funzionali esistenti tra le Regioni non devono trasformarsi in un divario sociale ed economico così forte da giungere ad intaccare i principi di unità, coesione nazionale ed uguaglianza.
Se è vero che il federalismo è uno strumento di competizione territoriale che accelera e sviluppa i processi economici, deve essere assicurato uno standard minimo di tutela dei diritti sociali in tutte le Regioni. Non basta, quindi, trasferire le funzioni e le risorse, ma vanno superate le differenze organizzative esistenti tra le Regioni.
In tale processo il pericolo è quello di trasporre l’inefficienza dell’Amministrazione centrale sulle Regioni e gli Enti locali, e di non assicurare le risorse finanziarie necessarie per il corretto funzionamento degli apparati pubblici. In concreto si rischia di avvicinare al cittadino non la decisione, bensì l’inefficienza, la disorganizzazione e la complessità dell’azione amministrativa.
E’ allora necessario costituire, tra tutti i soggetti istituzionali coinvolti nel federalismo, un luogo comune di monitoraggio dell’attuazione di quest’ultimo, anche al fine di riavviare il trasferimento delle funzioni e delle risorse umane e strumentali necessarie per il loro esercizio: la Conferenza Unificata o la Commissione parlamentare bicamerale sul federalismo fiscale o la Commissione tecnica sul federalismo fiscale potrebbero rappresentare utili strumenti di verifica e di monitoraggio.
Sono necessari strumenti di perequazione e solo lo Stato, in un sistema di condivisione con le Regioni, può definire meccanismi perequativi capaci di finanziare, su tutto il territorio nazionale, i medesimi standard di prestazione nel rispetto dell’art 3 Cost. che prevede il principio di uguaglianza e, dell’art. 5Cost. che stabilisce che la Repubblica è una ed indivisibile.
Le Regioni e tutto il sistema delle autonomie devono, a loro volta, dotarsi di nuove e moderne strutture amministrative, investendo nella modernizzazione degli apparati amministrativi per superare, in collaborazione con lo Stato, sia il deficit organizzativo che quello finanziario.
Occorre recuperare i dislivelli funzionali esistenti oggi tra le Regioni, in particolare in quelle Regioni che partono svantaggiate; investire nelle potenzialità del Mezzogiorno recuperando i ritardi nei vari settori e anche in quelli amministrativi-burocratici; investire nella formazione del personale delle Autonomie territoriali chiamato a svolgere nuove e importanti funzioni amministrative e gestionali; prevedere strumenti di incentivazione per le Regioni che abbiano introdotto elementi di razionalizzazione e modernizzazione degli apparati burocratici.
Con il nuovo assetto delle competenze legislative, le Regioni necessitano di un’amministrazione e di una politica rinnovata: un Consiglio regionale che assuma oggi un forte ruolo di “legislatore regionale” deve avere, oltre ad una classe politica di livello qualificato, strutture paragonabili a quelle del Parlamento nazionale; il Presidente e la giunta devono essere supportati da strutture e uffici adeguati anche in funzione della necessità di implementare i rapporti su almeno tre versanti di interlocuzione: l’Unione europea, lo Stato, (soprattutto Governo e Conferenza Stato-Regioni), le altre Regioni (è fondamentale che le Regioni svolgano una parte attiva nelle sedi di coordinamento e partecipino a progetti di cooperazione interregionale).
In passato, e forse ancora oggi, il percorso dei nostri politici “di professione” partiva dai consigli comunali con l’ambizione di arrivare al più presto in Parlamento o al Governo. Ma in un sistema che vuole essere federale e di equiordinazione dei livelli istituzionali il sistema territoriale non può essere il luogo di tirocinio della classe politica.
Un noto amministrativista negli anni Settanta diceva che avrebbe creduto al decentramento amministrativo (oggi diremmo federalismo) solo quando avesse visto concorrere un importante (e potente) politico nazionale di quegli anni alla carica di Presidente della Regione Lazio.
Indubbiamente la riforma elettorale delle Regioni e degli Enti locali, anche con le nuove competenze attribuite, ha comportato, rispetto al passato, un miglioramento in termini qualitativi del livello dei candidati al vertice politico ma, purtroppo, non altrettanto si è verificato per i consigli (regionali, provinciali e comunali) che non appaiono ancora adeguati al ruolo assunto dagli enti territoriali nel nuovo sistema amministrativo-costituzionale.
E’ necessario adottare tutte le iniziative utili (quali ricordare a tutti i livelli che esiste una questione morale, sensibilizzare la politica e le istituzioni per un migliore livello qualitativo degli amministratori, la richiesta pressante di una rinnovata cultura del buon governo, l’introduzione di sistemi di controllo e di trasparenza sull’attività di chi è chiamato a gestire la cosa pubblica), affinché la classe politica e in particolare quella regionale e locale, chiamata a svolgere un ruolo strategico e di governo dei processi decisionali fondamentali per la vita dei cittadini, raggiunga quel livello ottimale di capacità e di moralità da cui oggi siamo ancora molto lontani.
E' membro del comitato direttivo di Italia Futura