Low cost e high quality
La nuova globalizzazione favorisce il made in Italy
di
Edoardo Narduzzi ,
pubblicato il 16 luglio 2009
Da quando è iniziata la crisi il commercio internazionale è diminuito, i movimenti dei capitali si sono attenuati e la corsa alla globalizzazione, cioè alla creazione di un unico mercato, è rallentata. Il mondo è sempre piatto, ma non è più perfettamente liscio come appariva prima del crollo di Wall Street. Forse è un po’ azzardato dire che si è aperta una nuova stagione della globalizzazione, ma è certo che il processo di interscambio tra le varie economie qualche novità l'ha già registrata.
Guadagna spazio lo scambio commerciale a valore aggiunto, fatto di beni o sistemi ad elevata specializzazione o tecnologia, a discapito della semplice delocalizzazione al servizio della riduzione dei costi di produzione. Si riduce l’interscambio di capitali per finanziare disavanzi commerciali o avventure immobiliari e crescono le relazioni economiche legate a progetti di medio termine, nelle infrastrutture di nuova generazione dalle energie rinnovabili, ai trasporti veloci e alle reti digitali.
Il nuovo contesto della globalizzazione fatto di un nuovo mix tra low cost e high quality favorisce non poco il miglior made in Italy. Quello specializzato nell’offerta e capace di ragionare con il mappamondo davanti che, in questo nuovo quadro, può guadagnare quote di mercato e spazi geografici.
Se gli Usa di Barack Obama e parte dei paesi asiatici si orientano verso la sfida dell’alta velocità ferroviaria una realtà come Ansaldo STS, che da inizio anno ha acquisito l’80% delle nuove commesse fuori dall’Italia, può muoversi da protagonista nei sistemi di segnalamento e nella tecnologia ferroviaria avanzata. Se gli investimenti in energie rinnovabili accelerano, la nuova Enel Green Power può approfittare del fatto che, dopo l’acquisto di Endesa, Enel è una vera multinazionale dell’energia a tutto tondo con brevetti internazionali. Se la nautica di lusso contagia la domanda dei nuovi ricchi dei paesi emergenti, la Fincantieri può entrare a pieno titolo in questo business da Rolls Royce del mare adattando la propria offerta tradizionale e sfruttando una filiera di qualità unica. E di storie analoghe le imprese italiane ne possono offrire moltissime. La nuova stagione della globalizzazione appare sulla carta molto più favorevole alle multinazionali specializzate che non alle imprese conglomerali con una offerta ampia e articolata di prodotti. Negli anni cinquanta e sessanta, ma anche dopo, la dimensione aggregata del fatturato giocava un ruolo importante perché i mercati erano distanti, le comunicazioni difficili e costose e la capacità di raccogliere capitali privati non semplice. Essere un’impresa multinazionale conglomerale aiutava non poco nell’ingresso in un mercato estero che era a tutti gli effetti una sorta di sbarco in Normandia.
Oggi invece premia di più la dimensione legata alla specializzazione dell’offerta perché i mercati sono relativamente omogenei e facili da raggiungere. In questo contesto il miglior made in Italy può giocarsi una partita da primo della classe. Serve una strategia chiara e il giusto coraggio imprenditoriale, ma gli ingredienti per conseguire buoni risultati ci sono tutti. Ed è anche una chiave di possibile lettura per provare a trovare un nuovo percorso di sviluppo e di crescita all’economia italiana. Il crollo quest’anno del Pil del 5,2% non deve essere vissuto come un tuffo nel baratro del declino. Meglio invece concentrare risorse ed energie che non mancano per elaborare nuove avventure di successo. I prodotti e i marchi di valore, che possono fare da traino alla crescita del made in Italy nella nuova globalizzazione, non mancano. Aiuterebbe non poco una presa di coscienza delle opportunità da parte dell’intero paese e la spinta convinta dei più nella nuova direzione. Classe dirigente in primis.
Edoardo Narduzzi è presidente di TechEdge SpA.