Oltre l'emergenza
Riforme, fiducia e inclusione
di
Michel Martone ,
pubblicato il 13 luglio 2009
Come dimostrano la vicenda dell’Abruzzo, dal terremoto al G8, o l’avventura politica di Silvio Berlusconi, siamo un popolo che dà il meglio di sé nell’emergenza. Solo quando tutto sembra ormai perduto riscopriamo il senso del bene comune e, grazie alla nostra creatività e alle nostre energie, riusciamo a raggiungere risultati straordinari.
Il problema è che ormai ci siamo abitutati a vivere in questo perenne stato di emergenza. Anzi, a ben vedere, la stessa seconda Repubblica nasce, si sviluppa e poi si consolida nell’emergenza. Quando per uscire dalla crisi politica di Tangentopoli ed entrare in Europa, i partiti si tirano indietro e i destini del paese vengono affidati alla concertazione tra tecnici e parti sociali.
Così, di emergenza in emergenza, siamo riusciti ad entrare nell’Euro e a fronteggiare crisi drammatiche, dal crollo delle torri gemelle al terremoto in Abruzzo, ma abbiamo anche progressivamente smarrito la via della crescita e dello sviluppo come il senso dello Stato e la fiducia nel futuro.
Siamo diventati un popolo precario e pauroso, perché rassegnato a non poter fare affidamento su di un sistema stabile ed efficace per fronteggiare le crisi che di volta in volta ci travolgono, da quelle economiche a quelle ambientali.
Così è accaduto a Napoli dove, nonostante le denunce di tutti amplificate da Roberto Saviano, la questione dei rifiuti è stata affrontata solo dopo che la città era stata sommersa dal letame.
Così è accaduto all’Aquila dove l’edilizia antisismica si sta sviluppando solo oggi che il terremoto ha distrutto mezza città, anche gli immobili più recenti.
Così accade ogni giorno all’intero paese, costretto ad affrontare “la più grave crisi economica dai tempi del 29”, con provvedimenti tampone che si limitano ad aggiornare ad una normativa costruita su misura della crisi industriale degli anni ’70.
Si pensi alla riforma degli ammortizzatori sociali tanto voluta da Marco Biagi per evitare che la flessibilità si trasformasse in precarietà.
Se ne parla da quindici anni, a destra come a sinistra. Tutti concordano sul fatto che i giovani hanno bisogno di tutele nuove per competere in un mercato del lavoro sempre più durone globale, ma poi aspettiamo che il senso di precarietà attanagli un’intera generazione per varare provvedimenti, emergenziali ed in deroga, che di certo non sono in grado di restituire fiducia ad una generazione che deve competere nel mercato globale.
Ecco credo che Italia Futura serva anche a questo. A promuovere riforme di sistema che restituiscano un pizzico di sicurezza agli italiani perché, per uscire dal pantano della crescita zero, dovremo scommettere su tutti quegli outsider - donne, giovani, meridionali e tanti altri - che oggi gravitano ai margini del sistema economico.
Speriamo che l’appello alla pacificazione politica tra maggioranza e opposizione promosso dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a conclusione del G8 serva anche a questo. Perché, oltre l’emergenza, abbiamo bisogno di un paese normale nel quale le riforme sono adottate prima che i buoi escano dalla stalla.
Docente di diritto del lavoro all’Università di Teramo e alla Luiss di Roma, avvocato cassazionista ed esperto di relazioni industriali, è stato segretario e componente di numerose commissioni ministeriali.