Mondo Futuro
In buona compagnia
di Rana Foroohar
pubblicato il 10 luglio 2009

Quanto contano veramente i summit internazionali? E’ ormai un po’ di tempo che l’esistenza stessa del G8 è in discussione, sono in molti a pensare che un gruppo ristretto di leader politici di paesi occidentali, in declino e fortemente indebitati, non sia in grado di mettere a fuoco i problemi reali del resto del mondo, e nemmeno di risolverli. E’ ovviamente per questo motivo che è stato creato il G20. Quando si riunì, ad aprile scorso, c’erano molte speranze che questo gruppo allargato di leadership, che includeva alcune delle principali nazioni emergenti del mondo (Cina, India, Brasile, Sudafrica) avrebbe immaginato un modo di tirarci fuori dalla peggiore crisi economica vista dal 1929. Il summit è invece sembrato una mera operazione d’immagine, mirata alla fotografia finale. L’espressione sul volto dei governanti in quello scatto la dice lunga: grazie a Dio stiamo uscendo da quest’incubo senza che ci sia stato un crollo economico globale!
Di sicuro il concetto di un G20 allargato è un progresso rispetto al modello precedente, che prevedeva, durante i summit del G7, un invito ai leader dei paesi BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) “a prendere il tè” per citare l’espressione usata dal ministro delle finanze brasiliano, ormai nota e dal senso inequivocabile. Non c’è comunque un vero motivo che possa ad oggi far pensare che il semplice incremento, da otto a venti, del numero di governanti chiusi in una stanza per due giorni possa produrre risultati significativi. Avrebbero, intanto, molto meno in comune tra loro. Americani ed Europei non saranno d’accordo sul metodo da adottare per ristrutturare il sistema finanziario globale, ma entrambi sono preoccupati dalle esportazioni cinesi. Mentre il Brasile e altri paesi emergenti vogliono riavviare i negoziati sul commercio globale, gli Stati Uniti sono su questo punto più cauti. Le agende politiche divergono, sia tra i paesi occidentali e orientali sia tra quelli del Nord e del Sud del pianeta.
Questo non vuol dire che dobbiamo sospirare e, rassegnati, tenerci il G8. Nemmeno quest’ultimo è un gruppo unito dagli stessi intenti. La Russia, ad esempio, è un caso particolare che è paragonabile più all’Arabia Saudita che ad una democrazia dal mercato moderno; in molti vogliono non faccia più parte ne del G8 e nemmeno dei paesi del BRIC, venendo rimpiazzato in quest’ultimo gruppo dal Messico. (anche se BMIC non suona cosi bene come BRIC)
Non significa nemmeno che dovremo rifuggire da gruppi più estesi di paesi solo perché “non ci sono stanze abbastanza capienti da contenere tutti i loro ministri”, quest’ultimo un singolare argomento fatto valere in passato da alcuni leader europei. La Cina ha già superato la Germania al terzo posto delle economie mondiali e presto supererà il Giappone al secondo. Il Brasile, l’India e la Russia altrettanto presto saranno grandi come il Canada e l’Italia (che ha un ruolo sempre meno rilevante nell’economia globale). E’ chiaro che abbiamo bisogno di “una stanza più capiente” (anche se non credo debba essere tanto grande da ospitare un G192, nome che converrebbe alle Nazioni Unite ultimamente).
Non è ancora chiaro cosa verrà fuori dal “nuovo G8”, è invece certo che questo è l’ultimo anno in cui sarà percepito come il summit delle più grandi potenze del mondo. Ha già perso molta influenza, non solo a favore del G20, ma anche di altri forum. La Cina e gli Stati Uniti porteranno avanti il loro difficile rapporto in via bilaterale, i mercati emergenti invece rafforzeranno i loro legami reciproci al prossimo incontro annuale del BRIC e molti paesi Asiatici, Africani e dell’America Latina si riuniranno sotto un crescente numero di sigle e annessi gruppi. Non esiste un numero magico di paesi che risolverà i problemi del mondo. Ma considerando i fallimenti dei due anni passati, direi che più summit ci sono chiamati a immaginare il modo per rimettere in sesto il pianeta, e meglio è.
Copyright Newsweek Magazine. 8 luglio 2009.