Merito e appartenenza

Motivare il lavoro nelle pubbliche amministrazioni

di Alberto Stancanelli , pubblicato il 10 luglio 2009
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In ogni organizzazione è importante il senso di appartenenza ad un progetto comune volto al raggiungimento di un obiettivo concreto e condiviso. Le nostre pubbliche amministrazioni vivono, invece, una totale assenza di partecipazione dei propri dipendenti al processo decisionale.

Negli ultimi anni, mentre sono stati posti in essere tentativi, normativi e organizzativi, finalizzati al cambiamento dell’agire delle amministrazioni per un miglior servizio ai cittadini, attribuendo a questi ultimi il giusto ruolo di utenti finali, non è cambiata, in modo adeguato, l’organizzazione del lavoro.

Da parte della politica e della dirigenza molto spesso è mancata la capacità di aggregare, nell’ambito dell’organizzazione, le risorse umane verso un obiettivo strategico comune. Manca una leadership che potremmo chiamare “socio-emotiva”, nel senso non tanto di una leadership come autorità e autorevolezza del dirigente o di chi comanda, ma come capacità di coinvolgere tutti i dipendenti per un obiettivo comune, che motivi fortemente.

Ciò comporta che le amministrazioni siano chiuse, piene di conflittualità e demotivanti. Quando si dice che nelle amministrazioni “si tengono le carte nascoste” e che “la mano sinistra non sa quello che fa la mano destra” si intende evidenziare proprio questa conflittualità esistente tra gli uffici della stessa organizzazione.

Non possiamo negare che molto spesso si tratta di un fenomeno riconducibile al mero esercizio del potere da parte dei funzionari pubblici: la mancanza di trasparenza crea, infatti, una forma di sudditanza dei cittadini verso le pubbliche amministrazioni e ingenera spinte alla corruzione e alla concussione. Invece di riconoscersi in un progetto comune con l’obiettivo di realizzare, nel modo migliore, un servizio verso la collettività, c’è il sentirsi appartenente ad un gruppo ristretto, all’ufficio, alla singola struttura e ciò porta, a volte, a forme di conflittualità, all’indifferenza, al mancato riconoscimento dei ruoli e ad una incomunicabilità tra gli uffici e all’interno degli stessi, che genera solo disfunzione e inefficienza.

Spesso i dipendenti, anche i più motivati, in questo contesto organizzativo operano con un ruolo marginale e di disagio all’interno del processo decisionale. Quasi sempre nelle amministrazioni si lavora per singole fasi procedimentali, ognuno fa un piccolo “pezzo” ed il dipendente pubblico non conosce il più delle volte il risultato finale del suo lavoro, perdendone, con rassegnazione, traccia.

Oltre a ripensare il modello organizzativo e il lavoro all’interno delle amministrazioni pubbliche per migliorare le prestazioni e anche per ridare la giusta soddisfazione ai dipendenti di sentirsi parte di un’amministrazione che goda di una buona opinione presso i cittadini, è necessario introdurre strumenti premianti del merito individuale e sanzionatori per scarsa produttività, legati anche al giudizio degli utenti.

Generalizzare e dare incentivi a pioggia, uguali per tutti, in realtà è una soluzione che piace perché, non dovendo operare una scelta o una valutazione, non genera conflitti all’interno dell’organizzazione e rende tutti, personale, politica, dirigenza e organizzazioni sindacali, felici e contenti. L’appiattimento e il mancato riconoscimento del contributo che ogni singolo dipendente può apportare (che può essere una maggiore efficienza o produttività nello svolgimento delle pratiche o anche la proposta di un’idea innovativa) provocano, nel personale dotato di buone intenzioni, demotivazione. Rendere i trattamenti economici incentivanti uguali per tutti o elaborare progetti di produttività, che, in realtà non sono altro che strumenti di recupero salariale, alla fine, determina solo demotivazione ed indifferenza nei confronti del lavoro. In tale contesto accade, purtroppo, che anche il dipendente volenteroso si chieda perché debba fare qualcosa di più del proprio compagno di stanza e, contemporaneamente, l’altro si chieda perché quel “fesso” del suo collega sia così attivo.

Di questa triste realtà, la maggiore responsabilità va attribuita all’indifferenza al problema dimostrata, nelle singole amministrazioni, salvo rari casi di eccellenza, dalla politica e dalle organizzazioni sindacali aziendali, ma anche alla demotivazione e all’assenza propulsiva della dirigenza pubblica.

Per una soluzione strutturale e seria del problema non bastano solo gli interventi normativi (anche quelli recenti e apprezzabili del ministro Brunetta), ma è necessario un forte cambiamento, un modo diverso di essere, una rivoluzione culturale che coinvolga gli attori principali delle nostre pubbliche amministrazioni.

E' membro del comitato direttivo di Italia Futura


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#3 da ALESSANDRO PAOLUZI, inviato il 12/7/2009
Il coinvolgimento emotivo-motivazionale dei lavoratori, di ogni livello professionale, e’ strategicamente essenziale per il conseguimento del fine aziendale, identificabile nella produttività ed il profitto. A tale scopo, negli USA, e non solo, i vertici dirigenziali utilizzano un tipo di comunicazione verbale aziendale in cui l’uso della prima persona plurale e’ diretto a far percepire al dipendente una sensazione di identità unificante e a coinvolgere tutto lo staff lavorativo in un comune intento professionale. L’incentivazione, qualsiasi strumento di premio, e, al contrario, la sanzione, sono le risposte dell’azienda ad una più o meno intensa ed efficiente ‘partecipazione’ del singolo al raggiungimento del fine comune. Questo, e si riprende l’articolo sulla pubblica amministrazione, e’ quanto in un’ottica di politica aziendale meritocratica dovrebbe accadere in ogni reale democrazia. Purtroppo, credo che in Italia siano pochi gli esempi di sincera applicazione della meritocrazia o, quantomeno, di essi non ne viene data ampia diffusione, se si pensa che e’ ancora oggi diffusa convinzione che se si e’ privi di raccomandazioni non si ottiene nulla. a continuazione di una mentalità indotta da una politica clientelare degli anni ‘60-80. Se la produttività ed il benessere di un’azienda sono i frutti della meritocrazia, la mancanza di quest’ultima e’, almeno in parte, responsabile del ‘male di vivere’ della popolazione italiana. L’alienazione individuale si realizza nell’insoddisfazione collettiva che conduce alla sfiducia. Verso le istituzioni e la pubblica amministrazione, troppo vincolate dagli intenti del referente politico che le timona attraverso tramiti dirigenziali e a cui esse devono dar conto, talvolta addirittura fuorviate da interessi privati; esse hanno fallito, oneste intenzioni intellettuali o non, nel dare stimolo e continuità a strumenti essenziali per una sana crescita della società, quali l’incremento ed il sostegno dell’istruzione e della formazione professionale, la realizzazione di importanti opere pubbliche ed infrastrutture, l’impegno al risanamento del debito pubblico attraverso un’etica di risparmio e di razionalizzazione delle attività interne. Verso l’establishment politico, che, quando non e’ impersonato da transfughi da una coalizione all’altra o rei confessi/inquisiti, appare comunque come un soggetto che ha perduto il contatto con l’elettorato del cui mandato di rappresentanza non sembra più sentire la grande responsabilità ricevuta. In questo scenario si muove confusa e disillusa una popolazione matura, composta da chi lavora o ha lavorato ed e’ in pensione, i cui discendenti mostrano un tenace disinteresse verso la cosa pubblica e la formazione di una coscienza civica: non ci si deve stupire più di tanto se, di fronte ai risultati di un cinquantennio di, a dir poco, disordinata e poco concludente attività politica, attecchisce in molti giovani la seduzione del facile guadagno con professioni ‘virtuali’ e non virtuose. Se si vuole uscire da questo empasse sociale, e cominciare davvero a porre rimedio al deficit culturale ed economico che corrode l’Italia, vanno cambiate mentalità e azione ad essa conseguente. Come in ogni famiglia di fronte a disaccordi o a difficoltà economiche si identificano i motivi di crisi e si apportano le correzioni necessarie, altrettanto in Italia si deve lavorare, una volta per tutte, con onestà e decisione. La catena del clientelismo, della corruzione, della concussione, delle ingerenze e del nepotismo va spezzata e sostituita progressivamente, come dice giustamente Stancanelli, attraverso il controllo e la valutazione, con la meritocrazia. Nessun settore professionale, da quello universitario a quello della pubblica amministrazione, può essere esonerato da questa ristrutturazione. Bisogna lavorare decisamente alla risoluzione delle cause del disavanzo, che sono di fronte agli occhi degli amministratori e dei commissari, dei politici e dei comuni cittadini: se si vuole fare dell’Italia uno Stato forte si deve avere il coraggio di smantellare attività malsane anche attraverso provvedimenti che ledono forti interessi personali di pochi e, pertanto, possibilmente improduttivi per le ricadute in termini di successo personale o elettorale. Non ci deve essere timore di perdere un elettorato viziato se con il comportamento virtuoso si può conquistare quello ‘sano’ attraverso il ripristino dell’affezione alla politica ed interesse alla cosa pubblica. In questo piano di recupero, il ‘controllo di qualità’ va attuato a partire dalle aule governative di ogni livello: vanno fissati criteri inderogabili, quali indiscussa integrità etica e morale, vincolo di appartenenza (pena il decadimento del mandato con sostituzione da parte del primo dei non eletti), adeguata formazione culturale (non si può lasciare diventare ministro, e quindi responsabile delle sorti del Paese, chi non ha basi culturali e professionali robuste), e vanno ridotti i compensi e le spese superflue governative, unitamente alla dimostrazione nei fatti di un reale impegno e di una dignità comportamentale che e’ smarrita. Ce’ bisogno di un comportamento virtuoso dirigenziale ubiquitario, a cui non potranno non seguire a cascata comportamenti altrettanto virtuosi in tutti i livelli professionali che ne discendono, Senso del dovere e meritocrazia sono le radici da cui si potrà sviluppare una forte coscienza collettiva di Stato che ancora ci manca.


#2 da Daniele, inviato il 11/7/2009
Ho letto con interesse il presente articolo e desidererei lasciare un contributo.
Sono un ispettore della Guardia di Finanza, e “il merito” e “l’appartenenza” li vivo ogni giorno, da oltre 18 anni.
La passione, l’orgoglio, la forza di volontà spesso non bastano per trovare delle nuove motivazioni!
Partirei proprio dalla fine dell’articolo!
Per una risoluzione organica del problema occorre necessariamente una rivoluzione culturale che interessi per primi i principali protagonisti delle nostre Amministrazioni (chi riveste un ruolo dirigenziale) che comporti un mutamento radicale del “modo di essere”.
Si deve, quindi, investire sia in risorse umane sia in termini finanziari, nelle scuole di formazione e perfezionamento professionale.
E’ indubitabilmente vero che le colpe più grandi vadano attribuite a chi riveste incarichi di comando, responsabilità e di controllo, ormai inermi!
Si va avanti solo per precedenti, non s’innova nulla, si è fermi sulle proprie posizioni! poltrone!
Forse perché ormai si è paghi degli agi e benefici raggiunti e quindi disinteressati a fare di meglio.
E’ anche vero, però, che non si può pretendere che siano gli altri a profondere un maggiore impegno, prima del proprio di sforzo!
Mi è rimasta impressa una frase pronunciata dal Presidente Napolitano nel discorso di fine anno, esortò tutti “a fare di più!” e, anche se era riferita al contesto della crisi economica, può essere utile per ricercare nuove motivazioni, dando l’esempio!
Credo che il problema di fondo, comunque, sia uno solo:
la MANCAZA DI GIUSTIZIA!
- ingiustizia nei concorsi;
- ingiustizia nella progressione di carriera;
- ingiustizia nel trattamento economico e negli incentivi (uguali per tutti, senza un’effettiva differenziazione tra chi ha effettivamente lavorato e chi no);
- ingiustizia nelle competenze professionali.
Occorrerebbe una Pubblica Amministrazione aperta e fondata non sulle raccomandazioni ma sul MERITO!

Daniele

#1 da Gianni - Pesaro, inviato il 10/7/2009
Cercare di allentare gli elsatici tesi che danno equilibrio al panorama politico-statale lavorativo non è cero una cosa da poco. Cercare poi di cambiare il baricentro delle dinamiche, aggiungendo trasparenza e incentivazione del bel lavoro mi sembra fantascenza, anche se qualcuno molto criticato ci stà provando.
Il fatto è che il mondo del lavoro ha lavorato tanto per conquistarsi garanzie e tutele e il passato è pieno di cattivi esempi legati alle belle prospettive ricadute nello sconato quotidiano, forse bisognerebbe temere un pò di più le brutte figuracce.



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