La credibilità  della cosa pubblica

Prevenire il rischio della corruzione nelle PA

di Alberto Stancanelli , pubblicato il 2 luglio 2009
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Impietosa anche per l'anno 2008 la relazione del Procuratore generale della Corte dei Conti nel Giudizio sul rendiconto generale dello Stato sul fenomeno della corruzione nelle pubbliche amministrazioni.

Il Procuratore generale ha evidenziato alcuni aspetti del fenomeno di notevole interesse che riassumo per brevità :

a) aspetto economico con incidenza pari a 50/60 miliardi di euro come tassa occulta pagata dai contribuenti;

b) prevalenza nelle regioni del Sud;

c) settori interessati in modo preponderante sanità , assunzioni del personale, appalti, concessioni di finanziamenti;

d) crescita del 30 per cento del fenomeno rispetto all'anno precedente.

Della corruzione nelle pubbliche amministrazioni e dei possibili rimedi si discute ormai da molti anni senza grandi successi, anche se non sono mancati interventi legislativi o organizzativi finalizzati ad arginare il fenomeno nel suo complesso. Agli interventi legislativi non è mai seguita una vera implementazione dei rimedi pensati, come ad esempio il controllo interno che doveva creare dei veri e propri anticorpi alla corruzione.

Le conseguenze negative, oltre che sul piano morale, anche di immagine e a livello economico che tutti noi vediamo e riconosciamo, riguardano il pericolo del riproporsi di un'amministrazione non più credibile agli occhi dei cittadini. Un'amministrazione non pienamente legittimata nell'esercizio dell'azione amministrativa, nell'ambito di quella ripartizione dei poteri di montesquiana memoria, che rischia di fatto di essere "gestita" dal giudice penale in fase repressiva, con la possibile ingerenza (in questo caso legittima e corretta, seppur conseguente ad una patologia del sistema) del potere giudiziario. In definitiva il rischio è che l'azione amministrativa sia condotta o condizionata dalla magistratura penale.

La credibilità e la buona amministrazione devono, quindi, passare attraverso il buon governo della cosa pubblica, creando all'interno del potere amministrativo un sistema virtuoso, obiettivo e trasparente, che non può essere raggiunto solo con l'inasprimento di sanzioni penali o con i controlli di polizia giudiziaria.

Un primo passo deve essere, dunque, quello di ridare credibilità a tutti gli operatori delle pubbliche amministrazioni. Per questo vanno rivisti i codici di comportamento, enunciati con le riforme degli anni Novanta che devono assumere la natura di veri e propri statuti dei doveri di comportamento con concrete sanzioni disciplinari in caso di violazione delle norme etiche, nonché l'automatico licenziamento per giusta causa a seguito di condanna per i reati di corruzione e concussione con pena superiore a sei mesi (oggi la pena deve essere superiore a tre anni), fermo restando negli altri casi l'obbligo di avviare il procedimento disciplinare. Per quanto attiene al personale dovrebbe essere prevista una rotazione, dopo un periodo più o meno breve, sia dei vertici che dei funzionari preposti agli uffici particolarmente sensibili (edilizia, urbanistica, lavori pubblici, ecc.).

Un primo intervento dovrebbe riguardare la semplificazione amministrativa e la deregolazione: la complessità  e la farraginosità  delle norme giuridiche contribuiscono, infatti, al fenomeno corruttivo (buono il lavoro del ministro Calderoli, ma manca un quadro d'insieme e coordinato degli interventi). Le amministrazioni devono darsi regole certe e conoscibili ai cittadini e alle imprese, alle quali far seguire controlli efficaci e devono seguire e accompagnare i cittadini nell'azione amministrativa in posizione di supporto e non in modo conflittuale. Le politiche di semplificazione devono garantire trasparenza, tempi rapidi e certi nella conclusione dei procedimenti amministrativi. Ciò comporta l'ampia diffusione dell'agire amministrativo per consentire ai cittadini di conoscere le condotte degli apparati pubblici e dei loro funzionari.

Un secondo passo può essere rappresentato, per le pubbliche amministrazioni, da una serie di azioni quali:

a) un costante monitoraggio dell'offerta di beni e servizi presenti sul mercato con la diffusione su internet dei risultati di tali monitoraggi;

b) la realizzazione, da parte delle stesse amministrazioni, di banche dati, accessibili dai cittadini/utenti, sulle acquisizioni di beni e servizi effettuate;

c) la valorizzazione delle funzioni dei nuclei di valutazione con riguardo, ad esempio, alla verifica, da parte di questi ultimi, del corretto utilizzo dei parametri prezzo-qualità  delle convenzioni e quindi del rispetto del limite massimo per i "beni comparabili" con quelli oggetto delle convenzioni, nonché dei criteri adottati dall'amministrazione per definire la comparabilità  dei beni stessi;

d) la previsione, in particolare per il settore della sanità , della costituzione di organismi indipendenti, a livello regionale, per l'acquisto di beni e servizi;

e) la previsione, per le regioni a rischio, di costituire un'unica stazione appaltante presso gli Uffici territoriali del governo per gli appalti ad evidenza pubblica.

Da ultimo dovrebbero essere ripensati i controlli interni e i controlli di gestione, affidati ad esperti indipendenti dalla politica, che sappiano costruire, all'interno di ogni amministrazione, uno strumento economico ed efficace di valutazione dei costi-benefici dell'azione amministrativa. A questi servizi andrebbe affidato anche il compito di predisporre ogni anno un piano per la trasparenza amministrativa con il coinvolgimento delle associazioni di categoria e degli utenti. Al tempo stesso, dovrebbero essere istituiti all'interno di ogni amministrazione servizi ispettivi con il compito di verificare, anche a campione, l'attività  di ogni singolo ufficio con l'esame puntuale dei procedimenti amministrativi posti in essere. A ciò dovrebbe corrispondere un maggiore impegno delle Sezioni regionali del controllo della Corte dei Conti, alle quali dovrebbero essere trasmessi, per il controllo preventivo di legittimità , gli atti di rilevanza economica adottati dalle amministrazioni pubbliche presenti sul territorio regionale, sulla base di quanto già  avviene per le amministrazioni statali periferiche.

E' comunque necessario che i rimedi siano accompagnati, per ottenere risultati concreti, oltre che da un unico indirizzo politico di governo, anche dalla costituzione di un luogo comune tra i livelli istituzionali, come la Conferenza unificata Stato Regioni e autonomie locali, e le associazioni di categoria, le organizzazioni sindacali e le associazioni degli utenti, dove affrontare e monitorare costantemente i risultati raggiunti nel prevenire i rischi di corruzione e di cattiva gestione delle pubbliche amministrazioni.

E' membro del comitato direttivo di Italia Futura


tag:  pa   pubblica amministrazione   corruzione   corte dei conti   morale   economia   etica   magistratura   deregolazione  


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#7 da edoardo esposito, inviato il 7/7/2009
Concordo in pieno, l’inasprimento delle sanzioni penali e i controlli di polizia non sono assolutamente sufficienti da soli per risolvere le numerose problematiche del settore.
La farraginosità delle norme giuridiche può, talvolta, agevolare piuttosto che scoraggiare attività illegali, in ogni caso rallenta ineluttabilmente le attività, quindi ben venga la semplificazione dell’azione amministrativa: poche regole, assolutamente chiare ed intellegibili, non suscettibili di ondivaghe interpretazioni per giungere rapidamente alla conclusione dei procedimenti. Codici etici e di comportamento assolutamente vincolanti ed ineludibili possono fornire un valido supporto.
Questo primo passaggio è, a mio avviso, ineludibile.
La realizzazione di banche dati costituite attraverso la rilevazione delle informazioni e dei dati di interesse deve presupporre l’utilizzazione di un formato universale e condiviso, per facilitarne la comparazione. Ciò solo può consentire di disporre delle informazioni stesse in maniera immediata e fruibile da parte di tutti.
La valutazione dei costi-benefici dell’azione amministrativa deve sicuramente improntare, anzi, direi deve essere il cardine dell’attività di controllo interno e di quella di gestione. Troppo spesso il beneficio è irrisorio, se rapportato al costo.
Ritengo che la conferenza unificata Stato-Regione, le associazioni di categoria, le organizzazioni sindacali etc., possano costituire un valido osservatorio per iniziare a dare contenuti concreti alla prevenzione della corruzione e della mala gestione.
Suggerirei, da ultimo, una ricognizione di quanto di positivo, nella direzione auspicata, la Pubblica Amministrazione in genere abbia comunque fatto per acquisire rapidamente ed ovunque presenti ogni utile informazione che possa dare l’avvio al “nuovo corso” e per dimostrare che quando veramente si vuole si può. Esemplificativamente cito la procedura seguita per alcune gare pubbliche da parte del Comune di Livorno che da tempo ha utilizzato la “rete“ per l’acquisto di beni e servizi, con apprezzabili risultati in termini di trasparenza, rapidità ed economicità.


#6 da costantino, inviato il 6/7/2009
Concordo con quanto l’intervento propone, ma sono scettico rispetto a miglioramenti sostanziali a breve della PA e sostanzialmente al corpo stesso globalmente inteso.
Le denunce sulla scarsa efficienza, con sacche ampie di inettitudine e corruzione, della PA ormai dai primi anni ’90 ad oggi sono diventate talmente frequenti che credo non facciano più presa nella pubblica opinione.
Ci vorrebbe una rivoluzione culturale! Con la scrittura da parte delle forze migliori del paese di una nuova costituzione, che, ispirata alla migliori tradizioni liberali e democratiche occidentali, rifondi l’intero assetto statuale. Che trasformi un pachiderma ingessato in un organismo agile, veloce e non invasivo. Capace di dare libertà alle energie del paese, di recuperare i tanti ritardi accumulati nelle infrastrutture e nell’offerta concorrenziale dei servizi di cui il cittadino ha bisogno e di rispondere infine con efficacia alle sfide imposte dalla crisi e dai processi di globalizzazione in atto.
Sarà mai possibile il superamento di una Costituzione ormai datata, imposta da tragiche contingenze e scritta da forze politiche ispirate da culture sostanzialmente corporative e autoritarie?
Nel trasformismo imperante il cittadino comune che si pone domande simili si espone al linciaggio del sapiente demagogo di turno che la fa da padrone, perché può solo avvezzo a gridare più forte in virtù degli interessi nascosti che lo nutrono?
Un paese di 60 milioni di abitanti che gioca la sua partita su un territorio di appena 300 mila kmq, due terzi dei quali inagibili, perché formati da montagne, valli o gole inospitali, è proprio necessario che sia governato da una miriade di enti tra loro geograficamente, socialmente ed economicamente incongruenti, che invece di concorrere a fare sistema per il benessere dell’intero paese si condizionano a vicenda nella difesa di interessi delle corporazione che li occupano?
Due camere fotocopia l’una dell’altra (parlamento e senato) con circa 1000 membri solo capaci di raddoppiare i tempi e i processi legislativi senza con questo migliorare la qualità delle leggi approvate. Negli S.U. un Congresso di 400 e un senato di 100 membri gestiscono con compiti differenziati uno stato federale di 400 milioni di cittadini e di 50 unità statuali.
Una costituzione, che su temi fondanti della comunità nazionale globalmente intesa non riconosce l’interesse prevalente dello Stato, ostacola di fatto l’azione dell’esecutivo e la maggioranza che lo sostiene. L’azione avversa di piccoli comuni, province o regioni crea governi con una debolezza congenita e soggiacenti ad una concertazione cronica, inefficiente e, checché sene dica, antidemocratica.
Cinque furono le realtà significative dal punto di vista sociale, politico, economico e geografico che diedero luogo all’unità d’Italia: Piemonte, Lombardo-Veneto, Granducato di Toscana, Stato Pontificio e Regno delle due Sicilie. Purtroppo non nacque allora uno stato federale per le note vicende storiche e la cultura politica del tempo. Ma che senso hanno oggi 20 regioni e che ruolo intendono veramente giocare. Quale congruenza economica sociale e di sistema può mai esistere tra regioni come la Lombardia, il Veneto e la Val d’Aosta, le province autonome di Trento e Bolzano, o l’Abruzzo e Molise, ecc. Che funzione hanno le oltre 100 province? E non è infine assurda la divisione in oltre 8000 comuni dei tempi preunitari, quando oltre 80% della popolazione viveva nelle campagne rispetto alla situazione odierna di conurbazioni di oltre 2 o 3 milioni di persone con migliaia di comuni con meno di 1000 abitanti?
Questa mastodontica struttura politico amministrativa è ben poca cosa in rapporto ai servizi che direttamente o indirettamente condiziona, sottraendoli al libero gioco della concorrenza e dell’amministrazione professionale competente (sanità, gestione delle acque, reti stradali, ambiente, suolo urbano, rifiuti, porti, aeroporti ecc.). In sostanza circa metà dell’economia reale. E’ solo il tumore primario da cui partono poi le metastasi che invadono la vita quotidiana del cittadino.
La cronica elefantiasi della PA rispetto alla vivacità del corpo sociale del paese è l’espressione di una burocrazia autoreferenziale, attenta riprodurre se stessa e i suoi interessi. Avendo spesso scarsa professionalità e senso dello stato, non riesce a guadagnarsi autonomia di manovra e di giudizio rispetto al politico di turno con cui deve interagire.
A differenza della Francia, dove da Napoleone in poi i dirigenti della PA si formano nelle diverse ENA sparse nel territorio ed entrano in ruolo dopo concorsi selettivi indipendenti dai partiti o dalle caste politiche del momento, in Italia, accanto a lodevoli eccezioni, non è il merito che la differenza fra i dirigenti. Non dico che i concorsi di entrata siano truccati. Ma le forme scelte spesso non selezionano i migliori con la loro indipendenza professionale e integrità morale.
Le leggi che dagli anni ’90 in poi hanno ristrutturato i poteri dei sindaci, dei presidenti delle province e delle regioni, se da una parte hanno aumentato il loro potere, eliminando i condizionamenti dei partiti, hanno però di fatto diminuito l’autonomia dei dirigenti della PA. La sua corruzione, da tangentopoli ad oggi, non è mai diminuita, semmai è diventata più sistemica.
Non mi illudo che a breve si possano trovare soluzioni semplici. Oltre a processi di formazione e di selezione di entrata, indipendenti dalle forze politiche del momento e dalle lobby corporative, suggerirei durata quinquennale del rapporto contrattuale, la valutazione dell’operato dei dipendenti della PA da parte di giurie esterne alle amministrazioni cui essi appartengono, indipendenti dai partiti e capaci di giudicare secondo criteri oggettivi palesemente riconosciuti.
E infine proporrei un osservatorio nazionale, che attraverso banche dati con parametri adeguati di valutazione sulla corretta amministrazione pubblica, sulla sicurezza e qualità della vita offerte al cittadino, sulla vivacità culturale ed economica e sulla difesa dell’ambiente urbano e naturale, isoli i centri di eccellenza tra le cento città italiane più significative che possano diventare di stimolo per il resto del paese.

#5 da Pier Luigi Leoni, inviato il 5/7/2009
Per gli enti locali la soluzione c’è. Basta tirar fuori dal porto delle nebbie quella specie di barzelletta che è il difensore civico, per trasformarlo in una autorità eletta a suffragio universale tra avvocati, segretari comunali e provinciali nonché funzionari degli enti locali con adeguata esperienza; uno per ogni provincia, per ogni grande comune e per ogni comprensorio di comuni minori. Egli agirebbe sia d’ufficio che a domanda di parte per bloccare sul nascere le nefandezze di amministratori locali e dirigenti più o meno da essi manovrati. Sarebbe un filtro per evitare costosi e laceranti ricorsi alla magistratura. I suoi atti sarebbero richieste di riesame, diffide, raccomandazioni, pareri e, in casi estremi, denunce al giudice contabile e al giudice penale. Si sentirebbero garantiti i dirigenti (che potrebbero contare su un supporto nella resistenza alle pretese della politica), gli stessi politici (che avrebbero motivi da accampare per resistere alle pressioni delle clientele) e soprattutto i cittadini.
Basta credere alla democrazia come valore morale e non solo come metodo per l’assegnazione del potere.
Peraltro la soluzione sarebbe estensibile a tutte le amministrazioni pubbliche.
La riforma potrebbe avere costo zero. Ma in che modo ve lo dico solo se me lo chiedete.

#4 da Francesca, inviato il 5/7/2009
Bisogna cambaire le cose, è ovvio che nella PA, non troviamo competenza, anche perchè molte di quelle persone che oggi ci lavorano, sono entrate non certamente per via di un concorso.
Ora credo che la strada giusta sia quella di dare merita a chi ne ha, so che è complicato, ma quanti giovani laureati ci sono in Italia, che non hanno lavoro, mentre sappiamo come funizona tutto il resto.
Facciamoci portavoce di questi valori, competenza, onestà, credibilità e vedrete e che a poco a poco riusciremo nell'intento.

#3 da bruno, inviato il 2/7/2009
Concordo con l'analisi . Ritengo che la semplificazione legislativa sia una pre-condizione. Un'area di responsabilità puo essere controllata , da un punto di vista organizzativo, solo se non vi sono sovrapposizioni di competenze con altre aree di responsabilità. Per cui semplificare legislativamente , nel senso di rendere trasparenti le procedure e ben individuate le aree organizzative responsabili è indubbiamente una pre-condizione per affrontare questo nodo cruciale.
Mi chiedo e chido gli uffici legislativi dei vari ministeri hanno i dovuti stimoli ?
I

#2 da Ennio Pupillo, inviato il 2/7/2009
credo che le pur corrette proposte contenute nella relazione, non bastino ancora. L'aspetto organizzativo (modalità dei processi operativi, dei controlli interni ed esterni, ...) e un maggior rigore nei comportamenti nulla possano contro una carenza di etica di chi è coinvolto operativamente nella PA.
Infinite sono le situazioni che possono sfuggire ai controlli per la numerosità dei livelli coinvolti, per la complessità delle norme, per le protezioni di gruppi e potentati.
A mio avviso occorrerebbe avviare la costruzione, in parallelo ad una generale semplificazione operativa, di una nuova classe di amministratori selezionati esclusivamente per comprovate qualità di tipo morale e tecnico, ancorati a valori di onestà e trsparenza, impermeabili alle pressioni di ogni tipo, ben pagati e ben diretti da una autorità centrale capace di dare l'esempio e che sentano profondamente l'orgoglio di essere servitori dello Stato (e solo dello Stato).
La credibilità seguirebbe automaticamente.
Ci vorrà tempo, ma se si incominciasse con determinazione si sarebbe già a metà dell'opera. Credo anche che persone del genere non manchino al Paese.

#1 da Lucia, inviato il 2/7/2009
Lavoro da qualche anno nella PA e sinceramente quello che maggiormente mi disturba, non avendo notato per mia fortuna fenomeni di corruzione, è la scarsa preparazione, il pressapochismo e spesso la demotivazione di molti pubblici dipendenti. Questi attegiamenti sono evidenti dalla dirigenza in giù e tutto ciò è estremamente deleterio anche nei confronti dei pochi dotati di competenze, voglia di fare e di migliorare, che vengono quindi visti come la classica spina nel fianco in quanto vengono ad evidenziare ancora di più le altrui lacune. Forse sarebbe necessaria una riforma del pubblico impiego che prenda le mosse oltre che dalla preparazione professionale anche dalle motivazioni che spingono a concorrere per un posto nella P.A.. In modo che la P.A. non sia solo "il posto sicuro" in cui aspettare la pensione.



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