Nuovi diritti per la generazione Balotelli
L’esigenza di definire una cittadinanza al plurale
di
Miguel Gotor ,
pubblicato il 25 giugno 2009
Tradizionalmente, la cittadinanza è stata pensata al singolare come un modello unico a cui gli individui si devono conformare per appartenere alla propria comunità nazionale. Oggi, invece, fra gli effetti positivi della globalizzazione, si può considerare il fatto che si avverte sempre di più l’esigenza di definire una cittadinanza al plurale, soprattutto in relazione ai crescenti flussi migratori, una realtà con la quale ci confrontiamo ogni giorno.
Promuovere una campagna per richiedere il diritto di voto a chi risiede da almeno 5 anni in Italia a livello comunale sarebbe significativo per almeno tre buoni motivi:
1) sul versante del nostro rapporto con l’Europa equiparerebbe l’Italia ad altri paesi del continente, ove, con diverse modalità, è prevista la partecipazione degli stranieri alla vita politica locale.
2) sul versante dei diritti rappresenterebbe un’indubbia conquista civile e democratica. Il voto, infatti, andrebbe agli stranieri in regola che in Italia sono una realtà ormai rilevante; pagano le tasse, ad esempio, dei loro esercizi commerciali o quando lavorano nelle fabbriche, ma non possono votare, subendo così una negazione evidente di un diritto fondamentale della persona.
3) sul versante della sicurezza, un nodo che non può essere eluso, aiuterebbe ad arginare la piaga del lavoro nero e della criminalità. Bisogna, infatti, impegnarsi per rendere «conveniente» la legalità, sia per le imprese, sia per gli stessi immigrati, favorendo la qualità dei diritti riconosciuti ai regolari rispetto agli irregolari. Estendere ai primi il diritto di voto vuol dire contribuire a costruire una nuova cittadinanza, che consideri i diritti civili e politici come logica conseguenza di un percorso di integrazione socio-culturale.
Si pensi solo ai figli di immigrati nati in Italia, con genitori che in molti casi svolgono lavori umili, contribuendo al pagamento dei nostri fondi pensionistici: costoro, ovviamente, sono già parte integrante della cultura, della lingua e dell’istruzione del nostro paese; sarebbe bene che degli italiani di fatto lo fossero anche di diritto e vedessero riconosciuti loro pieni diritti e doveri. Tra l’altro, gli esponenti di questa «generazione Balotelli», come è stata efficacemente chiamata, sono comunque già italiani: controvoglia e carichi di risentimento oppure - e sarà sicuramente meglio - orgogliosi della comunità in cui vivono, desiderosi di restituire ciò che la scuola, le istituzioni e la società hanno offerto loro. Non voglio professare alcun facile ottimismo, anche perché sia l’esempio «assimilazionista» francese che quello «comunitarista» inglese hanno mostrato quanto sia difficile il percorso da compiere. Tuttavia, bisogna pur cominciare perché governare l’immigrazione significa soprattutto cercare di delineare i confini e le possibilità della società italiana del futuro, conciliando paure e speranze, bisogni e interessi nell’ottica di uno sviluppo che non lasci solo traumi sociali da ricomporre.
Anche questo sarà tra i temi di Italia Futura, strumento per una realtà che non guardi al passato, ma che sia in grado di immaginare il futuro che ci attende, formulando proposte e programmi in grado di migliorare la qualità della democrazia nel nostro paese.
Docente di storia moderna all’Università di Torino e collaboratore de La Repubblica. Il suo volume “Aldo Moro, Lettere dalla prigionia” del 2008 ha vinto il premio Viareggio-Repaci per la saggistica.